Genova

Livelli su livelli.
La città che nasce sul mare. Non nasce dal mare, nasce sul mare.

Genova nasce dalla terra.
Genova nasce e rinasce, si sviluppa, si inviluppa.
Genova vive.

Ogni sua rinascita cresce sopra le sue vite precedenti, dando la forma a più livelli della città.

Un continuo saliscendi, un cadenzato e sinusoidale ritmo che pervade anche i suoi lati più riparati. E più pensi che segua un’armonia costante, più ti accorgi che l’armonia è continuamente spezzata dal colore delle sue salite, dallo scalpitare delle sue discese.

Genova ti prende da terra e ti solleva.
Genova ha la pretesa di simulare il moto delle onde del mare. E ci riesce! Talmente bene lo fa che non ti accorgi di stare coi piedi per terra.

Saliscendi, saliscendi…

Genova è su tre dimensioni, se scendi sotto c’è una piazza nuova, se sali sopra, una minuscola viuzza che si apre a sorpresa su un’altra piazza ancora.

Saliscendi, saliscendi…

Rotei, ti sposti o sei fermo e la città si muove sotto di te? Difficile a dirsi, ma Genova riesce bene ad eludere i sensi.

Sicuro di stare coi piedi a mollo, così tanto da chiedersi se sia un sogno oppure un sussulto continuo disarmonico, a dare vita a strade, piazze e palazzi.

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2 responses to this post.

  1. Posted by Mr. Dag on febbraio 20, 2011 at 22:55

    Il suo linguaggio visivo è un passepartout.
    Faccia un salto nella mia Galleria con il suo portfolio. Potremo pensare ad una collaborazione in vista di una possibile esposizione. L’indirizzo è Boulevard Ferraris 131, Paris.
    Buona ispirazione.
    A presto.

    Rispondi

  2. Posted by come lo StreGatto on febbraio 24, 2011 at 13:02

    Mi viene anche in mente la Genova stuprata dalla sopraelevata, da certi orrori del porto, dall’abbandono e dalla noncuranza. Ma, di cose belle in cose belle, mi viene anche
    in mente
    questa (e lui).

    Genova

    Poi che la nube si fermò nei cieli
    Lontano sulla tacita infinita
    Marina chiusa nei lontani veli,
    E ritornava l’anima partita
    Che tutto a lei d’intorno era già arcanamente
    illustrato del giardino il verde
    Sogno nell’apparenza sovrumana
    De le corrusche sue statue superbe:
    E udìi canto udìi voce di poeti
    Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
    Benigne un primo oblìo parvero ai proni
    Umani ancor largire: dai segreti
    Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
    Bianco nell’aria: innumeri dal mare
    Parvero i bianchi sogni dei mattini
    Lontano dileguando incatenare
    Come un ignoto turbine di suono.
    Tra le vele di spuma udivo il suono.
    Pieno era il sole di Maggio

    Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea
    Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
    Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
    Come le cateratte del Niagara
    Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:
    Genova canta il tuo canto!

    Entro una grotta di porcellana
    Sorbendo caffè
    Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
    Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
    Frutti di mare con rauche grida cadenti
    Su la bilancia immota:
    Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
    Su per l’erta tumultuante
    Verso la porta disserrata
    Contro l’azzurro serale,
    Fantastica di trofei
    Mitici tra torri nude al sereno,
    A te aggrappata d’intorno
    La febbre de la vita
    pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
    Instornellato de le prostitute
    E dal fondo il vento del mar senza posa,

    Per i vichi marini nell’ambigua
    Sera cacciava il vento tra i fanali
    Preludii dal groviglio delle navi:
    I palazzi marini avevan bianchi
    Arabeschi nell’ombra illanguidita
    Ed andavamo io e la sera ambigua:
    Ed io gli occhi alzavo su ai mille
    E mille e mille occhi benevoli
    Delle chimere nei cieli…
    Quando,
    Melodiosamente
    D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di grazia
    Come dalla vicenda infaticabile
    De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
    Dentro il vico marino in alto sale,…
    dentro il vico ché rosse in alto sale
    Marino l’ali rosse dei fanali
    Rabescavano l’ombra illanguidita,…
    Che nel vico marino, in alto sale
    Che bianca e lieve e querula salì!
    “Come nell’ali rosse dei fanali
    Bianca e rossa nell’ombra del fanale
    Che bianca e lieve e tremula salì…” –
    Ora di già nel rosso del fanale
    Era già l’ombra faticosamente
    Bianca…
    Bianca quando nel rosso del fanale
    Bianca lontana faticosamente
    L’eco attonita rise un irreale
    Riso: e che l’eco faticosamente
    E bianca e lieve e attonita salì…
    Di già tutto d’intorno
    Lucea la sera ambigua:
    Battevano i fanali
    Il palpito nell’ombra.
    Rumori lontani franavano
    Dentro silenzii solenni
    Chiedendo: se dal mare
    Il riso non saliva…
    Chiedendo se l’udiva
    Infaticabilmente
    La sera: a la vicenda
    Di nuvole là in alto
    Dentro dal cielo stellare.

    Al porto il battello si posa
    Nel crepuscolo che brilla
    Negli alberi quieti di frutti di luce,
    Nel paesaggio mitico
    Di navi nel seno dell’infinito
    Ne la sera
    Calida di felicità, lucente
    In un grande in un grande velario
    Di diamanti disteso sul crepuscolo,
    In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
    Il battello si scarica
    Ininterrottamente cigolante,
    Instancabilmente introna
    E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
    Corrono i fanciulli e gridano
    Con gridi di felicità.
    Già a frotte s’avventurano
    I viaggiatori alla città tonante
    Che stende le sue piazze e le sue vie:
    La grande luce mediterranea
    S’è fusa in pietra di cenere:
    Pei vichi antichi e profondi
    fragore di vita, gioia intensa e fugace:
    Velario d’oro di felicità
    È il cielo ove il sole ricchissimo
    Lasciò le sue spoglie preziose
    E la Città comprende
    e s’accende
    E la fiamma titilla ed assorbe
    I resti magnificenti del sole,
    E intesse un sudario d’oblìo
    Divino per gli uomini stanchi.
    Perdute nel crepuscolo tonante
    Ombre di viaggiatori
    Vanno per la Superba
    Terribili e grotteschi come i ciechi.

    Vasto, dentro un odor tenue vanito
    Di catrame, vegliato da le lune
    Elettriche, sul mare appena vivo
    Il vasto porto si addorme;
    S’alza la nube delle ciminiere
    Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
    Dei cordami s’addorme: e che la forza
    Dorme, dorme che culla la tristezza
    Inconscia de le cose che saranno
    E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
    Affaticato e si sente
    la nube che si forma dal vomito silente.

    O Siciliana proterva opulente matrona
    A le finestre ventose del vico marinaro
    Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
    Classica mediterranea femina dei porti:
    Pei grigi rosei della città di ardesia
    Sonavano i clamori vespertini
    E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
    Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
    Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
    Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
    Ch’era la notte fonda.
    Mentre tu siciliana, dai cavi
    Vetri in un torto giuoco
    L’ombra cava e la luce vacillante
    O siciliana, ai capezzoli
    L’ombra rinchiusa tu eri
    La Piovra de le notti mediterranee.
    Cigolava cigolava cigolava di catene
    La gru sul porto nel cavo de la notte serena:
    E dentro il cavo de la notte serena
    E nelle braccia di ferro
    Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
    La finestra avevi spenta:
    Nuda mistica in alto cava
    Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

    THEY WERE ALL TORN
    AND COVER’D WITH
    THE BOY’S
    BLOOD

    Dino Campana da “I canti Orfici”

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