Le merendine di quando ero bambino non torneranno più

E’ in corso quel periodo in cui la testa non riesce più a mettere in riga pensieri. Offuscata. Grigia e contorta. Forse troppo contorta per poterne cavare qualcosa di sensato.

Così è.

Tempo fa, tornando da una corsa (o forse era una nuotata) mi dicevo di tornare a non pensare. O meglio… obbligavo la mia coscienza a non formulare più pensieri profondi, a tornare alla superficie.

Non so,

almeno per prendere soltanto una boccata d’aria (grande), per poi rituffarmi sotto, per poi scendere ancora più a fondo magari. Ma scendere ancora più a fondo per cosa? E’ sensato scendere più giù?

E non si corre il rischio di rimanerci, al buio, lì in fondo?

Soli.

Vent’anni… quanti sono vent’anni?

20 anni fa ne avevo 11, e non ero io, ero qualcun altro; politica del consumo non sapevo nemmeno lontanamente cosa potesse significare.

Ma lo sai che i momenti migliori della vita sono due? (Che poi in fondo è sempre lo stesso)

Quando sei bambino e quando sei vecchio. In entrambi i casi sei un rimbambito. E’ il surplus della conoscenza che ci frega… è il fatto che siamo nati per essere agenti sociali. Questo è il nostro ruolo di esseri umani.

Il livello sociale 2.0 è fornirci strumenti per aumentare le nostre capacità e potenzialità sociali, di socializzare.

Social networks.

Reti sociali, dinamiche. Dinamiche: che si autogenerano, si espandono e contraggono velocemente. La forza e la resistenza dei loro legami non è più una prerogativa dei rapporti sociali 2.0. Quantità variabile (+1) di “amici” è sinonimo di buona riuscita sociale. Sinonimo di competitività sociale. Non già capacità di costruire relazioni durature, ma di costruire relazioni multiple e multivariabili.

E’ la faccia di una nuova forma di potere. Google e Facebook sono già dei tiranni! La domanda del consumatore qual è? Volere un social network che permetta di creare dei legami sinceri e profondi? Richiesta alquanto esotica dal momento che per come si configura la logica dei social network, non c’è spazio per quella sedimentazione che è necessaria a creare legami (i Legami). E poi il consumatore, è evidente, non vuole profondità.

Ci vogliono le pause.

La società ha bisogno delle pause.

Se in ciò che si scrive non si mettono i punti, non si usa la corretta punteggiatura, i concetti e i pensieri non attecchiscono nella mente.

Facebook è parlare ed ascoltare contemporaneamente un numero considerevole di interlocutori che non utilizzano la condivisione di idee nella comunicazione. Che il comunicare, come condividere, anzi, lo prendono e lo cestinano. Riducendo le parole a schiave di una comunicazione privata di qualsiasi raziocinio. Flusso di parole che filtrano dal cervello alle corde vocali senza un processo di pensiero, parole non supportate da alcuna logica di pensiero ma riempitive, flusso il-logico. E’ l’unico che può essere completamente supportato e sopportato dallo strumento comunicativo Social Network.

Ad ogni forma più avanzata di comunicazione è precluso l’ingresso nel mondo dei Social Networks. E’ lo strumento stesso che chiude le porte della comunicazione come condivisione.

Dimenticare che comunicazione è condivisione significa abbandonarsi all’egoismo comunicativo imposto dalla società 2.0. E significa rinunciare all’esperienza della comunità reale, assolutamente difficile da sperimentare e da mantenere, per sposare una comunità virtuale, sterile, falsa e mistificatrice.

Torneremo a scambiarci idee?

Torneranno le merendine di quando ero bambino?

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