Moments de nomadisme en Normandie 2/4

È vicino.

Sento di non essere distante dall’oceano. Il cielo, blu cobalto, ricade con prepotenza sul verde dei prati normanni.

Campagna di Villerville - Normandia

Però è così strano vedere ancora aperta campagna, piccole cascine immerse nel verde, mucche che pascolano libere ovunque (è un’immagine confortante vederle così libere), piccoli corsi d’acqua ed un alternarsi di minuscoli villaggi dal sapore medievale.

È bizzarro pensare che da qualche parte lì vicino ci sia l’oceano.

Dopo aver girovagato per diverse vie, perdendo la strada più volte, mentre cerco la statale D513 che procede lungo la costa, finisco in un ennesimo minuscolo paesino. Questa volta alla fine delle case mi ritrovo alto, su una collina e oltre la collina… acqua!

Mi precipito verso la spiaggia.

Fanculo il cartello che recita: “Non superare questa zona! A causa delle maree da questo punto in poi, c’è pericolo di allagamento!”.

Di fronte all'Oceano - Villerville - Normandia

La moto è parcheggiata.

Di fronte: pali di legno conficcati nella sabbia, pietre grandi, pietruzze, vento, tanto vento, piccole costruzioni dislocate a perdita d’occhio lungo tutta la costa. Alcune recenti, altre sono residui della II guerra mondiale.

Mi fermo su di un cumulo di terra. Piedi nella sabbia. Testa sotto al sole. Capelli sparsi nel vento.

Oceano Atlantico - Villerville - Normandia

Mi metto a scrivere, freneticamente. Sento il bisogno di farlo; non è neanche importante quello che devo scrivere, ma è necessario l’atto stesso dello scrivere, lì in quel momento. Forse perché avevo la necessità di condividere quel momento con qualcuno: col me stesso che poi avrebbe riletto quelle parole.

Smetto di scrivere, c’è troppo vento e sono combattuto tra il riportare i ricordi di quell’istante sul diario e il godermi il paesaggio marino.

Il mare vince la diatriba.

Mi alzo e lo fisso.

Oceano Atlantico - Villerville - Normandia

Passeggio avanti e indietro lungo la spiaggia. Una mano mi finisce inconsciamente in tasca e consciamente mi accorgo di non avere le chiavi della moto. “CAZZO!” – Esclamo ad alta voce.

Corro verso la moto; le ritrovo attaccate lì. “Sei un coglione!” – Mi dico, mentre le metto in tasca e vado di nuovo verso il mare.

L’oceano Atlantico è spumeggiante. E non si fa spaventare per niente dalla terra. È impetuoso ed arrogante. Sa che è lui a confinare la terra e non il contrario. Sa che può alzare la voce e lo fa senza impietosirsi per la terra che verrà macinata dal suo continuo andare e venire. Logorante.

Rimonto in sella alla moto. Stavolta la strada è semplice perché costeggia il mare. Ciò che mi aspetta poco più avanti mi spezzerà il respiro…

Arromanches les Bains - Gold Beach - Port Winston - Normandia

Arromanches-les-Bains.

Durante la II guerra mondiale era meglio conosciuta col nome in codice Port Winston. Era lì, infatti, che gli alleati avevano pensato di piazzare il Mulberry Harbour ossia un porto temporaneo depositato in mezzo al mare.

Dall’alto della falesia sopra a quel cumulo di case che è Arromanches, sperduti in mezzo ai flutti, blocchi giganteschi di cemento che sembrano caduti dal cielo e conficcati nella terra sotto al mare come degli enormi menhir, si lasciano lambire dalle onde.

Arromanches les Bains - Gold Beach - Port Winston - Normandia

Mi trovo su Gold Beach ai piedi della falesia. Su in alto si vedono diversi monumenti ai caduti in guerra.

Un carro armato francese.

Un pontile mobile per far sbarcare i mezzi pesanti.

Metallo e sabbia.

Arromanches les Bains - Gold Beach - Port Winston - Normandia

Strano ménage.

Metallo e sabbia.

Sembra il set di un film. Poi il sole… e Gold Beach. Gold Beach non è un film.

E così il metallo mi riporta alla realtà e a riflettere sulla stupidità umana. Sull’inutilità della violenza, della guerra. Pensieri banali? No. Affatto.

Devo procedere il viaggio. Ora si passa da Gold Beach a Omaha Beach.

Omaha Beach - Normandia

Omaha Beach. Strano paesaggio.

Dal livello del mare sembra una spiaggia tranquilla. Una di quelle spiagge dove le ragazze portano i cani a fare una passeggiata. O dove altre si portano un libro e con il viso rivolto al mare e i capelli spazzati dal vento, si mettono a leggere.

Dove ancora dei ragazzi fanno volare gli aquiloni.

Omaha Beach - Normandia

Il sole continua a cadere a picco sulla collina, sull’erba, sulla spiaggia, sul mare.

Omaha Beach - Normandia

Un albero cattura la mia attenzione.

Piegato, come se fosse terrorizzato dal vento, o forse spaventato dall’oceano.

Omaha Beach - Normandia

E la spiaggia dorata si confonde col verde dell’erba che le cresce a fianco; più risalgo la collina e più mi rendo conto che il paesaggio è manomesso da qualcosa. Qualcuno ha manomesso il paesaggio con degli artifici umani.

Un bunker tedesco.

Da qui raffiche di proiettili, lanciafiamme, bombe e quanti altri oggetti malati possano avere ideato coloro che avevano in mente distruzione, venivano scagliati contro il mare mentre soldati americani mandati a morire tentavano di sbarcare.

2400.

Omaha Beach - Normandia

Devo riprendere a marciare, non so nemmeno dove andrò a dormire stanotte…

Avevo parcheggiato la moto in mezzo al prato, la prendo, risalgo la collina e continuo verso ovest sulla costa.

Dieci o venti minuti appena di marcia e mi ritrovo in un altro luogo agghiacciante.

Pointe du Hoc - Omaha Beach - Normandia

Il sole è sempre lì in alto che spinge i suoi raggi a sprofondare nella terra e come sempre, nel mare. Ciò che rende il paesaggio suggestivo non è la bellezza delle falesie a picco sull’acqua. C’è qualcosa, cazzo, che lo rende maledettamente più degno di essere ricordato.

Ed è ancora l’uomo, dannazione!

Stavolta gli attori principali sono delle fosse gigantesche scavate dai bombardamenti degli Alleati.

Pointe du Hoc - Omaha Beach - Normandia

Era a Point du Hoc che venivano scaricate tonnellate di bombe per distruggere un punto strategico dei militari tedeschi.

A Point du Hoc era stata costruita una fortezza corazzata necessaria a controllare lato ovest (Utah Beach) e lato est (Omaha Beach) della costa.

Prima dello sbarco, gli Alleati avevano fatto diventare quel paradiso naturale (già devastato dai Tedeschi), una groviera.

Pointe du Hoc - Omaha Beach - Normandia

Ancora una volta l’opera invasiva dell’uomo, su quelle spiagge, era destinata ad essere ricordata più del luogo in sé, superando la bellezza della natura nella scala del rammemorabile.

Il giorno stava per volgere al termine, dopo un’ultima passeggiata tra i ruderi di guerra, monto in sella alla moto alla ricerca di un posto dove passare la notte.

Pointe du Hoc - Omaha Beach - Normandia

Non molto lontano da Point du Hoc, c’è una piccola città al centro della Manche.

Dopo una marcia di 40 minuti mi sono trovato a Carentan.

Erano circa le 20, il cielo era ancora illuminato dal sole ed io stavo cercando un posto dove passare la notte. Due notti, a dire il vero. La fortuna mi è caduta addosso mentre cercavo una chambre d’hôtes. E così mi sono ritrovato in una tenuta chiamata Domaine Saint-Hilaire, in mezzo a cavalli, un simpatico cane nero e tanto silenzio.

Per le due notti seguenti decisi di rimanere lì.

Prima di addormentarmi, controllo la Lonely Planet giusto per decidere cosa vedere l’indomani.

Valognes – La Versailles normanna. E sia!!!

Valognes - Normandia

Valognes: no comment. Ma quanto cazzo di Calvados si sono bevuti gli autori quando hanno scritto la guida!?

Proseguo verso nord, sconsolato, sia perché mi sono svegliato con la febbre, piove e fa freddo, sia perché ho perso un’ora a cercare qualcosa di bello in quella città e ho trovato solamente Southern Sconfort.

Mentre mi muovo verso nord, passo accanto ad un complesso di edifici di cemento spesso, piccole ciminiere e ancora edifici più bassi e tozzi.

Cap de la Hague - Auderville - Normandia

Quasi dimenticavo che il governo francese ha scelto Cap de la Hague come sito dove far installare alla Areva (soluzioni per la produzione di energia nucleare) una bella Nuclear Reprocessing Plant!

Con vari interrogativi nella testa, proseguo comunque il mio percorso verso la punta a nord della Manche.

Mi faccio un autoscatto guardando lo specchietto della moto dopo aver orinato al bordo della strada, poco prima di raggiungere il faro di Goury in punta alla Manche, su Cap de la Hague. Lo faccio perché sono da solo e sono un coglione. E fa freddo.

Autoscatto - Auderville - Normandia

Da dove mi ero fermato si vede in lontananza il faro. Il cielo continua ad essere grigio e tira il vento.

Intorno, il grigio invade tutti gli altri colori, vomitando a terra il suo livore.

Eppure dovrebbe esserci del verde, del marrone, del celeste.

Io sto male e c’è un tempo di merda.

Phare de Goury - Auderville - Normandia

Scendendo giù dalla collina, arrivo vicino a un agglomerato di costruzioni, poi una piccola chiesa. Lì parcheggio la moto.

Il tempo non accenna a cambiare il suo carattere scontroso. Attacco il casco alla ruota posteriore con una catena e mi vado a fare una passeggiata sulla spiaggia.

Da lì, passeggiando su una lingua di ciottolato bianco si staglia il faro avvolto dal mare e dalle onde.

Phare de Goury - Auderville - Normandia

I fari sono malinconici.

Con l’umore che avevo, seduto contro il mare era necessario avere il faro lì davanti, in quel momento esatto. Era la nota giusta per completare il secondo movimento della 3° Sinfonia di Beethoven.

Mi alzo, tossendo e mi avvicino al complesso di case, che mi lascio alla sinistra girandoci attorno passando vicino alla costa.

Lì accanto c’è una costruzione a pianta esagonale con un tetto molto alto e dalla quale, su due lati, escono delle rotaie che si tuffano nel mare, in mezzo agli scogli. Faccio qualche metro passando in mezzo alle rotaie fino ad arrivare a pochi passi dall’acqua.

Goury - Auderville - Normandia

Quelle rotaie sono utilizzate per issare le imbarcazioni dentro l’edificio che probabilmente serve per le riparazioni o per ricoverare le barche.

Con poca voglia di allontanarmi da quel posto sia perché è un bel paesaggio marino selvaggio sia perché sono ancora mezzo rincoglionito dalla febbre, approfitto del ristorante che sta lì vicino e mi fermo a mangiare un boccone e a sorseggiare un mezzo litro di sidro.

Passerà al massimo un’ora e appena esco di nuovo all’aperto, riesco a vedere un cielo limpido e sereno. Con una velocità imbarazzante il grigio aveva lasciato lo spazio al blu elettrico del cielo che adesso lasciava intravedere il faro in tutta la sua altezza, come se fosse piantato lì per discriminare l’oceano dalla volta celeste; per separarli come se lui fosse uno stiletto.

Phare de Goury - Auderville - Normandia

E nel repentino cambiamento del tempo, i colori del terreno iniziano a riprendere le loro forme più belle. Vibrano e poi esplodono in tonalità di verdi e marroni intramezzate da splendidi specchi celesti e blu.

Più flemmaticamente anche il mio umore di lì a poco muterà per riprendere un colorito più vivace. E con la testa un po’ vaporosa e leggermente ebbra, proseguo il cammino verso la scogliera più alta dell’Europa continentale.

Cap de la Hague - Auderville - Normandia

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