Visione e memoria (Pensieri su Monet)

Pensare alla realtà come ad un infinito insieme di istanti presenti.

Poi prenderne uno e scomporlo.

L’istante presente è fugace, è bastardo.

Quando ne parli, non è già più come prima. E’ un istante presente differente dal presente vissuto.

E’ un istante da ricordare, un istante che si insedia nella memoria per non morire.

In ognuno di noi urla con più o meno voce, facendo vibrare solo le corde della nostra sostanza percettiva capace di recepirle.

La percezione è soggettiva.

E’ soggettivo il modo in cui percepiamo il mondo per registrarlo. Posso percepire, in una canzone ad esempio, in maggiore misura il ritmo sincopato di una linea melodica di pianoforte, e magari meno la linea di basso. La proiezione che avrò in memoria di quella canzone è ben diversa da quella che potrebbe avere un esperto bassista della medesima canzone.

Per una immagine vale lo stesso: percepire è soggettivo.

Ma la soggettività non è solo della percezione. La soggettività è anche nella lettura della memoria percepita. La soggettività è nella visione.

L’artista, nel suo “riportarsi alla mente” una memoria, lo fa nella maniera più soggettiva possibile; non può ricreare un’emozione, nella visione, con l’ausilio della ragione oggettivante. Non può pretendere oggettività nell’espressione dell’emozione. Da qui nasce il duplice aspetto soggettivo del pittore: memoria e visione.

La potenza espressiva di Monet è nella sua capacità di mostrare contemporaneamente che la percezione è soggettiva e dipendente dal tempo.

Nei suoi “forte di Antibes”, Monet crea due opere che ritraggono lo stesso soggetto in momenti differenti della giornata.

La percezione è soggettiva: la scelta dei toni verde blu scuro per dipingere un mare tardo pomeridiano, mettendo l’accento sui toni verdi per risaltare i fondali pieni di vegetazione marina, questa scelta è prova di una percezione soggettiva seguita da una altrettanta soggettiva visione. Contemporaneamente però, Monet ci dipinge un mare con toni verde chiaro e celeste dove i tratti più in risalto sono i bianchi. I bianchi dei riflessi della luce che si abbatte sulle pareti del forte per poi collassare in acqua. Il bianco prende il posto del verde qui. L’emozione ri-vissuta adesso nella visione è quella di una luce che lotta anche contro l’artefatto umano per gettarsi nel mare.

Momenti diversi della giornata, stesso soggetto (è corretto a questo punto chiamarlo “stesso soggetto” se la luce è per Monet una componente che stravolge completamente la sua percezione?), la potenza della percettività soggettiva del pittore.

Il tempo quindi partecipa alla modifica della percezione di Monet. Il tempo è l’elemento più importante nel descrivere una “impressione”.

Lo scorrere del tempo, il mutare della luce, non cambia soltanto la percettività, cambia addirittura la composizione del quadro, ne sconvolge i volumi.

 

 

I volumi vengono sconvolti in un bagno di colore acceso. Sembra rosso, vivo come il sangue. Sembra nero, morente. Sembra designare i significati delle vite delle persone con i suoi riflessi delle onde di luce. Ma il colore non è niente senza un osservatore. Così come non è niente il colore senza la luce. Così come l’osservatore non è tale se non esiste qualcosa da vedere.

I ritmi delle psicologiche invasioni portano ferite, profonde nella mente candida della vestale, non donna stavolta, ma uomo. Uomo che è già uomo e non più bambino. E vive per sapere, per amare, vive. Per sapere che gli altri amano coscienti che non è una cosa da piccoli, amare.

Tendere la mano e sorreggere. Scegliere chi è da aspettare e chi no. Senza pietà. Scegliere chi ha il cuore, il cui battito è degno di essere sentito dagli altri: degno di vivere perché disposto alla lotta. Il cuore che mostra le sue crepe agli altri, che le regala come esperienze agli altri, che le lascia vivere come esasperazione della sensibilità, nella sensibilità degli altri.

In una danza tra demoni, questo cuore cade sopra a Monet. Si fonde col suo pensiero, quello che ha sporcato la tela. Colori come ferite aperte sulla propria esperienza, per rivelare la delicata figura aperta, spezzata sull’immagine di un uomo.

L’ovvio inizia lì dove finisce l’uomo.

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