Lo specchio di Marcel

Non ci sono finestre da Marcel. Mi ha raccontato che gli basta sapere che fuori i piccioni continuano a sedursi come hanno sempre fatto: sopra i tetti, sopra i comignoli, sui balconi dai quali non vengono cacciati via. Gli importa sapere che gli alberi cambiano le tonalità dei loro colori altalenando tra una stagione e l’altra, e per lui quei colori sono sempre e comunque un solo colore: verde. Marcel mi ha detto che non importa se fuori la città è grigia o è beige. Dice che a lui piace immaginarla ogni istante di un colore diverso, come se tutti gli umori di tutte le persone potessero cambiare quello della città con la loro mutevolezza. Mi verrebbe da domandargli allora, cos’è per lui la realtà. Ma so già come mi risponderebbe: “La realtà? Uno specchio.”

A volte lo prendo per pazzo. A volte sento di essere io quello pazzo.

Marcel non ha bisogno di guardare fuori. Dice che conosce già gli odori dei freni bruciati dei treni vicino alle stazioni. Conosce l’odore dell’aria viziata e calda che esce dai condizionatori d’aria dei centri commerciali. L’odore delle foglie macerate sull’asfalto e calpestate dalla gomma nera delle ruote dei camion. Dice persino di ricordarsi l’odore dei fiori di gelsomino e quello della Cattleya in talea. La sua memoria è impeccabile: mi descrive gli odori come se avessero appena sfiorato le sue narici, quando nelle mie non v’è altro che l’odore sudicio della sua stanza. Me li descrive come note musicali (non vi avevo detto che ha un senso della musica estremamente raffinato, impeccabile?); dice che il profumo del gelsomino somiglia alla Sonata #8 Pathetique di Beethoven. Ed io ci credo anche se non avessi mai conosciuto l’odore vero del gelsomino.

Sono qui a riportare le parole del mio amico perché è lui che me l’ha chiesto. Lo lascerei volentieri crepare senza lasciar traccia delle sue memorie se non fosse per sua sorella, mia amante, l’unica che ho amato nella mia vita. Così differenti, eppur fratelli. Così come la donna che ha ammazzato, sua moglie. Mia sorella Sophie.

Marcel dice che bisogna essere ciechi per vedere la realtà. Sostiene che soltanto così si riesce a vedere veramente. Mi ha detto che il messaggio che vuole che io riporti è questo: “Chiudete gli occhi!” Pensavo che scherzasse, ma a quanto pare ci crede molto più di quanto io possa immaginare. Ero di nuovo qui quando gli ho visto cavarsi gli occhi fuori dalle orbite. Ha deciso di farlo davanti a me, e mentre lo guardavo estasiato, commosso, quasi frenastenico, continuava a parlarmi come se si stesse semplicemente togliendo un capello dalle spalle. Il ricordo di ciò che mi disse è pur vago, ma rimane incastrato tra i miei pensieri come il ritornello di quelle canzoni che si ascoltano fin da piccoli: impossibile da cancellare e ricorrente, nei momenti più impensabili della giornata. Marcel disse che avrei fatto bene a non credergli. Mentre si toglieva gli occhi, mi guardava con l’altro di occhio, torvo. Poi riprese a parlarmi, disse che le avrebbe tolto la vita perché l’amava. Disse che 30 anni di sofferenza erano abbastanza; Marcel mi pregò di credergli, mi stava quasi implorando quando lei si materializzò davanti ai miei occhi. E allora l’aiutai a compiere il delitto. “Sono fuori di me? Perché?” Nulla che desiderassi era quello che stavo facendo. Non c’era inibizione. Non controllavo le mie azioni perché non ero io a controllarmi, ma rimanevo incollato a quello sguardo monoculare, ed eseguivo soltanto ciò che mi veniva comandato. Omicidio era il comando. Ma Marcel, mentre soffocava con le sue mani Sophie impedendole di urlare, mi sussurrava parole di pace: “Ciò che vedi, tra poco sarà amore e smetterai di soffrire per lei, per te.” Gli credetti e le mie azioni diventarono ancora più fluide e incontrollate.

Morì alla fine. E fu l’ultima volta che la vidi. Sentii una sensazione paragonabile al senso di inadeguatezza che potrebbe provare una rondine affetta da acrofobia. Sparì d’un tratto Marcel, sparì Sophie e rimasi soltanto io, al buio completo. Ero effettivamente in pace, aveva ragione Marcel.

Mi guardai allo specchio e non vidi nulla. Provai allora a pronunciare qualche parola, per capire se Marcel fosse lì accanto a me. Udivo parole che uscivano dalla mia bocca e udivo le parole di Marcel, le mie stesse parole. Toccavo senza vedere le mie mani, le mani di Marcel. Mi coricai davanti allo specchio e, senza vederlo, vidi Marcel.

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