Soluzione d’acqua

“La bellezza si consoli: contro i muri di quello stesso mondo che le sbarra l’accesso alla sorgente, lo spirito cozza e si insanguina. Per avere libero il passaggio dovrebbero fare i carini tutti e due.” – Karl Kraus

Caldo. Il sole di quel pomeriggio sembrava avere la stessa temperatura del sangue che scorreva nel corpo di Coline.

«Continuo ancora a vederlo assorto nei suoi pensieri. Quelli sono i suoi pensieri, impenetrabili. Così come impenetrabile a lui rimane la mia mente», pensava Coline bagnandosi le labbra con un bicchiere d’acqua. L’acqua faceva uno strano gioco di luce con i raggi che filtravano attraverso le finestre, proiettando i suoi riflessi sulla carne bianca del volto di Coline.

«Ho sbagliato perché mi sono aperta. Ma credevo che fosse la cosa giusta; lo credevo in quel momento. Mi sbagliavo perché pensavo che lui potesse capirmi. Oppure mi illudevo. In ogni caso sembra sempre che sia io ad avere la colpa. Anche in questo dimostro ancora di amarlo. L’attore sono sempre io, che sbaglio, e mai lui. Non sono neanche gli odori estranei che portava con sé ogni volta che tornava da me; nemmeno quegli odori mi assolvono. E a che serve distruggere le proprie colpe con le colpe altrui? Io lo amo e la mia innocenza non me lo porterà indietro. E allora voglio essere colpevole, tanto che importa? Voglio sentirmi colpevole, almeno colmerò la sua assenza con la mia responsabilità.

«Voglio dimenticarmi di essere in grado di dimenticare. Voglio dimenticare e basta. Voglio che sia semplice come bere quest’acqua. Bere l’oblio. Dimenticare di saper dimenticare.

«Ciao, io sono l’anima. E tu, tu come ti chiami? Dici di essere effimero? D’accordo, ma voglio sapere il tuo nome! Dici che non è importante. Dici che sarebbe come chiedere il nome a quell’albero o proprio a quel bicchiere d’acqua che sto bevendo?»

Il leggero vento si portava via polvere, polline invadendo i polmoni di chi camminava sotto la finestra di Coline. Tra questi c’era anche chi sentiva l’odore dei fiori e non soltanto quello secco dell’estate. Erano sempre pochi. Vinceva, tra la gente, il realismo. Pochi erano gli ipocriti che volevano far prevalere alla polvere l’odore inebriante dei fiori. Sempre meno quelli che addirittura alzavano gli occhi al cielo, scorgendo architetture nascoste alla vista comune. Ed erano proprio pochi quelli che godevano di quella vista, ingannando ancora la propria vita con piaceri irreali. C’era chi camminava pensando che guardare di fronte a se stessi fosse l’unico modo di osservare. C’era chi, passando sotto la finestra di Coline, amava alzare lo sguardo, pensando che osservare significasse catturare il carattere delle cose.

Benôit osservava quella finestra come se la conoscesse. In verità era la prima volta che passava per Quai des Allobroges e la prima che visitava Grenoble.

«Devo trovare un posto dove fermarmi questa sera. Sarei tentato di restare in giro per tutta la notte. Vagare per la città senza sapere perché sono qui. In realtà so che dovevo assistere a qualcosa, ma non sapevo a cosa avrei dovuto assistere. E soprattutto non conosco nemmeno il motivo per il quale abbia deciso di viaggiare. E’ la prima volta che agisco d’istinto. Organizzazione contro caos. Ho deciso che avrei fatto vincere la razionalità. Questa è la mia vita. Sono umano e l’istinto lo lascio a chi non sa scrivere e non sa leggere. Lo lascio a chi uomo non è. Lo lascio a chi mi trova complicato solo perché non ha gli strumenti per capirmi. Ma adesso mi trovo qui e in testa ho soltanto delle note musicali che mi eludono la mia solitudine mentre cammino, osservo (io lo faccio davvero), e mentre parlo con gli odori, parlo con gli sguardi delle finestre. Parlo con l’Isère, ma lui fa più rumore di me.

«Ho fatto qualcosa di sbagliato? Capisco. Corri da una parte all’altra del globo, è chiaro che sai. Ma aspetta, cosa ne sai tu del giusto e dello sbagliato? Non metto in dubbio la tua presenza costante, la tua coscienza sempre accesa su di me, su di noi. Ma come fai a giudicarci? Ho agito da uomo, amando a modo mio. Prendendo il bello che c’è nei tempi dell’amore quando ancora non invecchia. Ho preso in prestito il piacere di tanti cuori. E ho reso piacere apparentemente infinito, esclusivo, ma invece effimero. E ho acceso tante fiamme insieme. Mentre una si spegneva, un’altra si accendeva, così da illuminare sempre i fantasmi della mia solitudine. Perché dovrei smettere di vivere la seduzione? Perché sarei egoista. Egoista.»

Ogni passo era un avvicinarsi ed un allontanarsi. Un perdersi tra le note di amore di bocche aperte e umide. Ogni passo di Benôit verso la finestra di Coline era un passo lontano dall’effimero. E Coline perdeva la sua anima, perdendosi negli occhi del suo amante che accendeva e spegneva cuori. Li vedeva quegli occhi ma non c’erano. E poi arrivarono gli odori di altri cuori. E Benôit si fermò. Coline si fermò.

Mille pezzi lucenti di potenziali lame si attraggono, si guardano, si amano. Contraggono i loro sguardi su un solo punto e descrivendo mortali traiettorie si apprestano ad unirsi. Egoisti anche loro, feriscono chi si azzarda a mettersi in mezzo, chi vuole la loro solitudine. Ma si impongono. Si amano, ecco che si amano. Riempiono se stessi di acqua, simile a quella che borbotta nell’Isère. E la tengono stretta tra di loro. Possono farlo perché ora si amano. Stupidi, insensibili oggetti, che hanno capito prima degli umani quanto possa l’irruente istinto essere domato con l’unione. Intelligenti umani, stupidi oggetti. Salgono verso l’alto, si elevano dal marciapiede. Ma ormai istinto e amore sono tutt’uno. Stupidi oggetti. Intelligenti umani. L’amore punta a Coline che con la mano aperta, dalla finestra aspetta soltanto di stringere quel bicchiere che è l’unico modo di domare l’istinto.

E anche Coline è capace di contenere acqua, come quel bicchiere che stringe in mano. Ma stavolta vuole far finta di esserne incapace.

E piange.

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