Diario de Andalucía y Marruecos (1/4)

Alternarsi di forme e di colori; tutti insieme si mescolano in un movimento di corpi che ballano, sudano, vivono al caldo e bevono.
Bevono senza fermarsi come se non ci fosse necessità del domani ma come se l’unico passato e futuro che conoscono è quello che converge nel presente.
I corpi si contorcono, ballano, si muovono ancora e poi riposano fumando una sigaretta e lasciando salire il fumo verso l’alto dei palazzi stagliati contro il cielo cristallino, tanto che sembra evapori via dall’atmosfera.
I corpi ballano e si fermano, si dilatano, prendono la forma di altre forme, geometriche stavolta. Tolta la voglia di bere, il cielo rimane fedele alla sua promessa, quella che ha fatto al sole: “Non rimarrò a guardare in silenzio, ma ti permetterò comunque di trafiggere la terra!”

La cattedrale di Málaga vista dalla Alcazaba.

Le forme si stabilizzano e diventano ancora più geometrie statiche a cavallo di verdi forme di vita ondulanti sotto le leggere raffiche di una brezza marina.
Le forme continuano a mutare: coño, sembra che di fermo non ci sia proprio più nulla! Insomma, tutto si muove, è chiaro.
Rompo gli schemi mentali del mio essere un pezzo di penisola italica e con passo lesto, ancora incerto e alternante mi dirigo verso il centro di Málaga.
I pensieri si incartano tra di loro, svengono e poi rivengon su, trasportati da quella stessa brezza marina. Stavolta però colori estatici raggiungono il mio cervello e lo esaltano. E’ tramite gli occhi che avviene la trasformazione. E i miei adesso sono pieni di sudore, che le sopracciglia non riescono a trattenere. Cos’è quello che vedo? Per ora masse di persone, città in movimento, coordinato con tutto il resto che si muove. Sembrerebbe un flusso alcolico di gente che neanche la sobria ubriachezza di Bukowski riuscirebbe a descrivere, eppure sono tamburi che riecheggiano per le mura sparate in alto, cresciute dall’asfalto rovente. *BUM* *BUM* *BUM*
Basta coi colori se adesso i suoni prendono il sopravvento, mutando la meschinità del hic et nunc che prevale su qualsiasi pensiero.

Danze di uruguayani in centro a Málaga.

Lascia spazio all’esibizione di maschere Uruguayane. Lasciamo la terra conquistata e torniamo alle nostre origini portandoci dietro quel sapore tribale, crudo e duro sudamericano. Non serve lasciare agli altri lo spazio per passare, l’importante è interagire con l’ambiente e farne parte come se l’ambiente stesso fosse lì a muoversi scrollandosi di dosso le inerzie quotidiane. Non c’è gente che balla. Ci sono palazzi, pavimenti e pali della luce che danzano. Non sederi al vento, ma vetrine (quelle col vetro spesso) che prendono e si mettono in moto così sinuosamente che pare impossibile che possano essere mai state ferme. Passo oltre, doppio passo, un paio di sguardi. Il caldo, mi asciugo il sudore, mi metto a guardare il sole in cerca delle ore e poi svengo su una panchina mangiando una empanada e bevendo liquido refrigerante.
Prendo il tempo per una boccata d’aria (calda a 42 gradi) e mi muovo verso la macchina. Carico dentro tutto. Spalanco qualunque orifizio di quell’ammasso di ferraglia e poi mi ci butto dentro come se fossi una sardina.
Ma cosa ne so di come si sente una sardina dentro a una scatola?
Sicuramente peggio rispetto a quando è costretta a soffocare per mancanza d’acqua. Poi finisci in un bagno d’olio d’oliva, ma da un pezzo che hai cercato l’ultimo respiro d’acqua.
Quando mi muovo il vento mi passa tra i capelli, corti adesso. Vado verso le montagne.
Il caldo aumenta, poi diminuisce ad ogni km di strada in salita.
Ascolto musica elettronica indefinita. La salita costeggia una valle: succede spesso in montagna. Mentre mi perdo in elegubrazioni mentali poco definite ma ricorrenti, mi accorgo che al lato della strada ci sono un paio di persone che chiedono un passaggio.
Senza troppo pensarci mi fermo. Poi lascio andare la testa sul motivo della richiesta del loro passaggio, ma prima che possa rispondermi, ho già fatto la domanda a loro. Loro sono una coppia di mezza età, olandesi. Lui professore di storia, lei professoressa-di-non-so-cosa. Li porto con me perché devono andare dove devo andare io. Scendo dalla macchina, mi offrono da bere ed io offro loro il mio sapere. Passaggio + sapere = sapere + da-bere. Mi pare che alla fine anche facendo uso della matematica o della logica risulti evidente che ogni incontro tra persone sia uno scambio di sapere. Ci penso un attimo e sorrido tra me e me, felice. Magari ho sorriso anche a loro.

Il tetto della penisola iberica, da Trevélez sul sentiero de la Siete Lagunas.

Mi danno indicazioni su un percorso di montagna.

Non esito a segnare tutto e a convincermi che il tendine è a posto e che può farcela a salire e scendere, il tutto per 12 ore di fila. Non ho scarpe da montagna. Tuttavia sento che le scarpe da passeggio che indosso potrebbero dirmi addio proprio dopo quei momenti di ripide salite (nella migliore delle ipotesi).
Sveglia alle 4.30. Alle 5.15 sono in marcia: la ruta siete lagunas.
Sube, sube, sube! Acaba de subir! Sube, sube, sube!
Potrei andare avanti ore a scriverlo: ripetilo nella tua testa ed associa ad ogni parola un passo. Fallo per almeno tante mila volte ed ecco fatto, sei sulla punta a 2852m.
Fa freddo. Mangio velocemente un panino e mi butto a capofitto verso valle; devo raggiungere la costa entro sera. E poi svenire sul letto dopo aver guidato per 3 ore tra le curve e sotto al sole cocente (anche se sono le otto).
Scorre il dettaglio di montagne che si fanno da più brulle a più bruciate, senza passare per quel verde che regala la sobria umidità dell’ombra. L’oasi non è dove c’è acqua se non dove c’è ombra. E quando passano le chiazze di verde pungente pare di essere proprio di fronte a un’oasi. Ma non c’è bisogno di fingere che sarà così per sempre. L’armonico pendolare del giorno e della notte è lì davanti a me che mi suggerisce che qualcosa d’assoluto allora c’è. Non gli credo e gli dimostro che non è così con semplici giri di parole e un po’ di logica spicciola. Rimane silenzioso: chi tace acconsente, in molti dicono, credo a loro e resto fermo sulle mie convinzioni.
Ritorno alla vita con un balzo dopo 12 ore di sonno. Non ho mangiato nulla, ma non importa, tra un paio d’ore potrò fare colazione, lavarmi e poi andare a visitare la città (non importa l’ordine con il quale vengono eseguite queste azioni). Se invece importa essere nel centro della città con la pancia piena, lavato e profumato senza aver fatto svenire dalla puzza qualcuno a colazione perché anche stavolta ho fatto prima una cosa piuttosto che l’altra, allora sì, l’ordine conta e come.
Mi intrattengo tra le braccia di una calda e verdadera ciudad del sur, mentre bevo acqua a non finire. Mi arrampico sulla Alcazaba e osservo le prime architetture arabe che cadono su di me insieme a gocce di sudore. Mi prendo il tempo di parlare del potere confortante, mistico e magico di queste strutture per quando raggiungerò la perfetta sintesi di questo eterno gioco di marmi bianchi, di linee verticali, dai capitelli cubici intarsiati di iscrizioni (chissà poi cosa ci sarà scritto, ma sento che urlano quei capitelli!), di muqarnas. Ma non è il momento questo di svelare le alchemiche infusioni e gli arabi segreti dell’Andalucía…
Percorro stradine dentro la città per ritornare in ostello, di lì prendere la macchina e andare sul Mediterraneo: ho voglia di fare un bagno.

Il faro di Cabo de Gata visto dalla spiaggia.

Il Cabo de Gata è una riserva naturale che racchiude in sé: un deserto, miriadi di pesci multiforma e colore, un faro, kilometri e kilometri di spiagge. In più a tratti sembra di stare in Arizona. Non male per essere in Spagna!

Corro veloce per le strade che si inerpicano sinuose tra le montagne a picco sul mare. Montagne roventi, senza alcuna pianta. Tanta la voglia di tuffarmi, ma ci sono quasi. La strada si stringe e mi lascia solo in mezzo ad una unica corsia, la macchina si stringe insieme a me per evitare di cadere e di non scontrarsi con le altre auto. Poi a picco, un dosso e sono sotto il faro.
Stendo l’asciugamano, sono sulla spiaggia, bevo acqua, leggo. Il sole cuoce velocemente e a puntino: la carne (di seitan) la voglio al sangue, grazie!
Il cameriere mi porta una tapas ed accompagnandoci una cerveza fermo la fame.
Ma non mi trovo più sul mare.
Ho viaggiato con ancora iniettato nelle narici, il ricordo dell’odore della salsedine e negli occhi una luce brillante che, col calar del sole, si spegneva lievemente dietro la costa oltre Almería. Sembrava di vedere il moto rallentato di un fiammifero gettato dall’alto di una sigaretta verso il suolo: traiettoria riempita di luce, per poi spegnersi sulla terra ustionata.
Nata da un momento di poca lucidità l’idea di muoversi quindi, ma necessaria per ripulire, aprire, rivoltare, dare il bianco e richiudere. Poi riaprire di nuovo con l’idea di scrostare via il bianco e lasciare il colore naturale. Ma stavolta lo si guarda con occhi che non vedono il nero, ma che trasformano le lunghezze d’onda della luce a loro piacimento, sconvolgendo la sintesi del mondo, rendendo antitetico persino il pensiero prodotto nel momento stesso in cui sembra che sia stato partorito. E invece diventa chiaro e poi lurido, sporco e poi di nuovo luccicante e pulito. A volte ci vomito sopra, altre volte invece lo prendo e lo stringo forte a me. Se si fa una media è perfettamente stabile, come guardare il mare dal satellite, sembra tutto piatto ma più ti avvicini e più ti accorgi delle onde grandi, piccole e persino delle increspature dell’acqua.
C’è bisogno di arrivare a guardare, assaporare il centro afoso dell’Andalucía.

El barrio de Santa Cruz de Sevilla.

Il termometro sale, sotto il sole, mi sento sotto sale di nuovo come un pesce morto. Sarà il caldo, l’afa, l’aria di un asciugacapelli, il poco sonno, ma questi occhi lo vedono il caldo.
C’è un ingresso in mezzo al deserto della città di Siviglia che sembra infinito. Non ci sono lati definiti, ma soltanto fessure che si aprono e si chiudono sulla città come fossero passaggi segreti. E poi uno squarcio scuro sulla tela, che visto dall’alto sembra un fiume, ma da vicino è più un’arteria che porta sangue ossigenato al cuore della città. Un quadro di Fontana che si apre al pubblico sulle sue rive e che si porta via con sé spettatori non paganti, ballerini improvvisati, artisti di strada e gente di strada, amanti di un giorno, persone eleganti, distinte, sportive…
Ci sono squarci anche sui muri, gettano bidoni pieni di colore, li scagliano con forza contro il muro e lì cresce una porta, una finestra, delle persiane, sbocciano dei fiori che trasformano l’esterno in interno e viceversa.

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One response to this post.

  1. Posted by Yossi on gennaio 12, 2014 at 15:57

    Fabrizio,
    Please contact me (almagor@planet.nl)
    I lost your mail adress!

    Yossi Almagor

    Rispondi

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