Diario de Andalucía y Marruecos (2/4)

Ci si perde a Siviglia.
Si parte da un punto, il centro, e si oscilla vorticosamente tra folate di aria calda e palazzi decorati come fossero sergenti veterani degli anni del Vietnam. Alcune volte hanno anche la presunzione e l’arroganza di quella gente di guerra. Altre volte invece prendono in prestito l’eleganza dai giardini inglesi di Kew Gardens, ma poi la restituiscono quasi subito perché non sono affatto abituati a quel caldo torrido.
Le colline corrono sterminate perché vogliono raggiungere il prima possibile Siviglia. Non ci sono che alberi, olivi. La regione è tra le migliori al mondo per la produzione di olive e di conseguenza l’olio è formidabile. Al primo assaggio mi sono domandato il motivo per il quale un olio dovesse sapere di mandorla, poi mi sono abbandonato al suo gusto e lasciato trascinar via dal sapore lievemente piccante e leggero.
L’importante è che ci sia il Sole. E’ il vero dio dell’Andalucía. Non ci sono altre divinità come Lui laggiù. Tanti piccoli Dei, qualche Eroe (il Vento della Costa de la Luz è il più grande di tutti), ma lui rimane il Re incontrastato.
Ma gli esseri umani della Terra, si sa, hanno fama di voler sempre competere con gli Dei, e cosa decidono di fare? Decidono di nascondersi dal Re, costruendo architetture matematiche che li riparino. A prima vista potrebbe sembrar così, ma dopo un’attenta analisi pare che queste strutture più che riparare dal sole siano lì per omaggiarlo. Viste dal basso sembrano degli ombrelloni, un enorme gazebo. Ma visti dall’alto danno proprio l’idea di essere delle mani gigantesche, unite quasi ad aspettare che il sole vi si adagi sopra.

Siviglia vista sotto al Parasol, Plaza de la Encarnacion.

In marcia verso l’ipotesi di un fresco giardino dopo aver assaporato le guglie della cattedrale gotica più grande del mondo (ebbene sì, quando c’è da lodare Dio, non si bada a spese, ma qui non si parla più del dio Sole).
I Jardines Reales Alcázares non hanno problemi a farsi mostrare in tutta la loro bellezza.
Vogliamo fare un bagno nello stile islamico oppure andarci a rinfrescare il viso con un po’ di arte mudéjar? No, guarda, stavolta preferisco fare un tuffo in mezzo a quell’accozzaglia di gotico, rinascimentale e barocco che le truppe castigliane hanno intarsiato nei palazzi senza troppi complimenti.
Dopo l’assaggio di Almería, l’Alcázar lascia interdetti anche i più scettici. Sono quei posti in cui anche una persona sfortunata dotata di un senso in meno rispetto alla “normalità”, sarebbe in grado di apprezzare la potenza espressiva e l’impressione che lasciano quelle stanze arabeggianti, quello scorrere continuo d’acqua.
L’Acqua… a proposito di Dei e di elementi.
Nella mitologia Iberica l’Acqua è la sposa del Dio Sole. E’ proprio lei che si lascia toccare dalle sue mille mani calde, rimanendo inebriata dal suo tepore. Ma qui non è il Sole l’infedele tra gli Dei coniugi. E’ lei che la notte, quando il suo sposo celeste non può guardarla si mette a far l’amore con la Luna (un’eroina mistica e legata al culto del bere e del mangiare). E se dalla Luna si lascia soltanto accarezzare, la Dea Acqua non si fa scrupoli a farsi sciogliere le carni in abbracci furtivi di chi la stringe per rinfrescarsi. E non le importa se a stringerla è un essere umano, perché sa già che non resterà molto tra le sue mani.

Cisterna nei Jardines Reales Alcázares di Siviglia.

A volte poi, si ripara completamente dal Sole facendo finta di avere cose più importanti da fare. E così si mette sotto una sinfonia di archi e lì aspetta. Attende che qualcuno la guardi, in effetti le basta solo qualche sguardo per sentirsi bene. E’ più vanitosa che infedele, ma si vergogna degli occhi di suo marito, che sono quasi dappertutto, ed è per quello che rimane nascosta in quella cisterna a guardarsi, riflessa sulle volte e sugli archi.
Ma chi ci pensa a quello che potrebbe essere nascosto sotto terra, camuffato da piscina ed accarezzato dalle volte che sbirciano curiose dall’alto mentre il sole irrompe dalle fessure, penetrando la sua amata con veemenza e decisione?
E fuori il nostro Dio si rende bello e ci fa piovere addosso fotoni a tonnellate; palate di luce che bagnano le innumerevoli verdi mani di legni duri che, come satiri, sbeffeggiano chi passa, regalandogli un po’ di riposo dalla pioggia e strappandogli un sorriso con parole senza vento.
Tento di fuggire dal giardino, ma mi incastro sotto ad una magnolia gigantesca. Per un attimo penso di aver bevuto una tisana magica fatta di qualche infuso strano. Sarà stato quell’individuo che si celava nell’ombra ad avermelo regalato. Oppure mi ha infilato il beccuccio di quella fiala sotto la lingua rendendo il mio palato insensibile per qualche istante… sarà per quell’infuso che mi sento così piccolo!
Le magnolie le conosco. Fanno dei fiori bianchi, belli e profumati. Fiori d’aprile. Se venivo travolto dal loro odore quando ci vivevo a fianco nella mia vecchia casa, non oso immaginare cosa potesse significare essere in quel giardino a metà aprile.
Resto sconvolto da quell’idea. Perdo l’olfatto e mi ritrovo con gli altri sensi amplificati, ma sono mezzo stonato, mentre canticchio qualche canzone rendendomi conto che è sera, che Siviglia è stupenda e che adesso è venuto il momento di spostarsi verso la costa occidentale.

L’oceano.

Quello che si subodora da Jerez de la Frontera. Quello che si immagina in una sperduta città del Flamenco. Quello che fiorisce e poi appassisce, in ciclo immutabile e continuo. Quello che non è il mare. Compagno di un eroe epico, il Vento.

La duna sulla spiaggia di Bolonia, vicino a Tarifa.

Mi trovo sverso su una spiaggia. Ha il nome familiare ma la distanza tra i due nomi è kilometrica.
La spiaggia di Bolonia è impetuosa.
A primo acchito non riesco a capire se sono le masse d’aria che spostano la sabbia o se è la sabbia che, muovendosi in lenta caduta dall’alto, sposta l’ossigeno. Il rumore del mare non aiuta. L’unico suggerimento che mi dà è sinestetico e mi confonde.
Le onde si gettano contro la terra, dannata da tempo immemore. Esse calpestano senza pietà ogni millimetro di costa perché odiano la terra che non le vuole con lei come se fossero divinità dell’abisso. Ricordo a tal proposito un racconto di un tale, conosciuto in un porto al largo dei miei pensieri.
Mi disse che il Vento in realtà era un eroe della mitologia Andalusa: nato da una famiglia di pastori delle montagne della Sierra Nevada, aveva iniziato a dipingere paesaggi e volti di persone, diventando talmente bravo che le sue opere attirarono l’attenzione degli Dei che di fronte al Mediterraneo lo resero Eroe.
Fin dall’inizio era legato alla sua innamorata, Notte, e di lei divenne il fedele sposo. Notte era una Dea, molto amata dagli umani che le rendevano grazie e portavano continuamente doni al suo cospetto. Fu proprio questo che fece ingelosire la Terra; gli umani davano più attenzione a Notte che alla loro genitrice, prendendo inoltre in prestito materie prime da sacrificare alla loro Dea Notte che consideravano più bella ed affascinante. Passò poco tempo, che la Terra divenne gelosa, si infuriò e fu in quel momento che decise di rendere la Notte, non più bella ed affascinante, ma invisibile e buia; nera e costretta a dimorare per sempre all’esatto opposto di suo fratello Sole. La gelosia: rende penosi non soltanto gli umani ma anche le divinità.
Quando Vento si rese conto di aver perso per sempre la sua amata, impazzì e si scagliò contro la sua stessa natura di semi-dio. Cercò in tutti i modi di uccidersi quando capì che non c’era nulla da fare per ritrovare la sua morosa. E decise quindi di raggiungerla nel buio e nell’oblio per unirsi a lei per sempre in un unico e perenne abbraccio mortale.
Dall’alto di una rupe decise di togliersi la vita, lanciandosi tra le braccia dell’Oceano, cadendo a picco su una scogliera di rocce appuntite, grige e desiderose di eroico sangue. Ma mentre cadeva, precipitava verso il vuoto del suo destino, carico d’amore e con gli occhi pieni di lacrime, il Sole lo vide, e con le sue mani lo rese leggero, talmente leggero da poter fluttuare nel vuoto, perdendo la sua stessa materia e la sua carne e diventando della medesima sostanza della Notte.
L’avrebbe potuta riabbracciare per sempre se la Terra non si fosse di nuovo intromessa nel triste destino del giovane Eroe. Punì il suo corpo etereo, che aveva cercato la morte, a correre continuamente durante il giorno attorno alla Terra stessa: e lui come unica vendetta potè trovare il modo di istruire l’oceano a scagliarsi di continuo contro la Terra, e lo fece con l’aiuto delle Onde, divinità degli abissi.
La lotta cessò e Vento venne lasciato libero di fermarsi, ma soltanto con il buio, e di decidere autonomamente che cosa fare, come comportarsi. E fu la sola cosa che lo salvò dalla dannazione eterna, quella di potersi unire, nell’oscurità, alla sua immortale ed unica sposa, la Notte, riprendendo anche a dipingere, così come faceva da umano, ma stavolta non con pennellate, ma carezze, che portava con instancabile dolcezza sul volto della sua amata.

Arrivo in Marocco, centro di Tangeri.

Mentre ripenso a questa storia, mi rendo conto che un altro giorno è passato ed è il momento di toccare la nostra vera terra madre.
E’ il momento dell’Africa.
Visitai l’Africa due volte, la toccai, ed il mio amore per lei fu deciso. Le dissi che sarei tornato a farle visita. Più volte, per poi unirmi a lei dagli ultimi attimi della mia vita all’eternità.
Lasciare le coste calde dell’Europa permettendo al mio corpo di essere attraversato dall’immediata spontaneità della gente d’Africa.
Il cielo è blu, elettrico ed elettrizzante. Eclettico. Si lascia scrutare da qualche parabola sparsa su tetti di alcune case basse e riempie con decisione i vuoti lasciati dall’altezza degli edifici di Tangeri in Marocco.
Lo sguardo della gente mi trafigge.
Vengo immolato con tutta la mia occidentalità di fronte alla purezza nascosta (neanche troppo) negli occhi di persone che per vivere serve poco. Però qualcosa serve. Almeno per riempire la pancia, una volta al giorno. Forse anche meno. E allora gli occhi si trasformano in mani e le mani cominciano a far fiorire oggetti che si dimenano, oggetti che urlano, oggetti che vogliono essere una cosa sola con le mie di mani.

Il centro di Tangeri parla al mondo da una terrazza.

Ma le mie mani arretrano, a volte si avvicinano a qualcosa e prendono, e restituiscono. Oppure scambiano. Ma non c’è soltanto uno scambio di merci qui in Marocco. Appena lascio le vie principali per mettermi a respirare l’aria della vita marocchina, mi accorgo che c’è molto più che mercanzia. E non avevo dubbi a riguardo.
Ci sono rughe colme di storie, pettegolezzi, storie d’inganni, storie di persone, di avventure, ancora pettegolezzi, descrizioni di luoghi, di sapori di cibo, descrizioni di storie d’amore ben riuscite e di altre mai vissute.
Le rughe sono figlie di anni di accigliamenti, di lacrime, di sorrisi. Sono figlie di sbadigli e di espressioni di gioia, di tristezza, di perplessità; non perdono tempo a pensare a come sono finite lì su quel volto, perché il tempo lo assoggettano e lo portano con loro. Decise a far perdere la pazienza di chi guardandosi riflesso, si vede vittima di un’ingiustizia capitale, e dalla quale riesce vincitore solo quando si abitua all’idea di averle addosso; ché loro ci tengono a stare lì attaccate al suo volto, ormai lo amano proprio.
Io mi fermo per un istante.
Gli odori sono parte dell’Africa, non si può staccarli via dagli altri sensi. Significherebbe mutilare un continente. Non è quello che voglio fare adesso, per niente!
Adesso voglio fermarmi qui davanti ai ricordi di un vecchio, guardarlo avidamente ma con rispetto.
E voglio respirare l’aria buona della vita. Vera.

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