Diario de Andalucía y Marruecos (3/4)

Una nuvoletta di fumo denso (sarà fumo di sigaretta?) si stacca dalle labbra di un uomo, seduto sull’ingresso di una porta. E’ una porta qualsiasi, di un qualsiasi palazzo di Tangeri. Il bianco si attesta come colore ufficiale della città: è una lotta continua e serrata tra quel bianco che si azzuffa senza tregua con il blu, e con tutte le sue sfumature. A tratti pare che si sia stancato di lottare e allora lascia lo spazio agli altri, a tratti invece sembra invecchiato e decisamente stanco.

Stanco di quella lotta senza tregua, ed è lì che appare più grigio, meno acceso; invecchiato perché stufo di provare le adrenaliniche (si può dire?) emozioni di una sana scazzottata tra colori.

I segni della lotta si vedono anche sulle porte, molto spesso dipinte di colori accesi come rosso, rosso magenta e colori che una volta erano accesi: marrone chiaro, blu scuro.
Passeggiare per le vie del Marocco è come percorrere il sentiero che porta dalla società occidentale alla culla della civiltà umana. Si passa attraverso le emozioni della socialità diretta tipica dei popoli africani, fino ad arrivare al sapore genuino della terra.
Più a sud del Marocco, ad est, sulle coste dell’Oceano Indiano e nell’entroterra, quella terra vien voglia di mangiarla per sentire com’è, per sentire che sapore ha il nostro liquido amniotico e per inghiottirlo senza paura di strozzarsi.
Ma qualcosa mi porta indietro, mi tira via dal mio pellegrinaggio mentale e vengo scaraventato contro la penisola Iberica, dopo aver messo a dormire la mia anima in quella culla, in attesa di venire a riprenderla il più presto possibile…

Un uomo fuma sull’uscio di un portone – Marocco

Si parte, ci si muove e si va alla ricerca di Africa in terra Spagnola. Non c’è tempo per perdersi in inutili chiacchiere mentali. Però gli hobbit nel cervello continuano a fare un macello insopportabile. C’è chi urla che bisogna smetterla di urlare e chi si chiede perché le nuvole sono scomparse dalla volta celeste.
Qualcuno risponde brutalmente alle questioni aperte di altri hobbit; poi riprendono a bere boccali interi di idromele e si placano gli animi, per un attimo, il tempo di una sorsata. Sembrerebbero pochi istanti, ma a dire il vero sono talmente minuscoli che è difficile anche definirli pochi.
Però il loro continuo vociferare è anche un buon compagno di viaggio.
Oltre la calma della costa, rotta soltanto dal vento, carico di energia (quella buona che spaventa le petroliere) ecco che mi spalmo contro le stesse montagne che avevo attraversato qualche giorno prima. Stavolta però me le lascio alle spalle e mi dirigo verso il centro della penisola iberica.
Il paesaggio si fa sempre più brullo.
I piccoli abitanti del mio cervello sono venuti ad un alterco. Finalmente un po’ di movimento! E per la miseria, me ne stavo così tranquillo, sotto al sole cocente… vorrai mai addormentarti sulla strada?
Ci sono le curve.
Vedo senza paura che sono molto meno impegnative rispetto a quelle che ho attraversato sulla Sierra Nevada. Vada per la festa insieme ai nanetti! Ma… cosa succede? La strada finisce; il paesaggio muta silenziosamente e mi proietta addosso a una via che sembra la Tuscolana a Roma. Carreggiate ristrette. Lavori in corso. El puto trabajo! E nessuno che lavora.

Ciao Granada!

Cattedrale di Granada – Giochi di Luce 1

La Regina dell’Andalucía…

mi sporgo dal finestrino, per prendere aria. Sento odore di città. Non c’è più quel vento mediamente umido e salmastro che viene dal mare. C’è un grande silenzio di afa. Un silenzio che parla più della stazione di Milano centrale.
L’odore è quello di una ragazza di 28 anni.
Possiede quel fascino che inebria le narici (anche le più esigenti) e le riempie di un profumo giovane, anzi giovanile. C’è sobrietà, eleganza, limpidezza ma inizia a sentirsi anche tanta decisione in quel buon odore. E’ un odore semplice ma ancora carico di un potenziale ormonale persuasivo. E pensare che ancora non si è fatta vedere in volto questa meravigliosa creatura.
Penso fra me e me che se soltanto l’odore di questa città mi inebria e mi cattura senza farmi indugiare troppo sulle ferite aperte delle sue strade, cosa potrà mai succedermi nel momento in cui sarò faccia a faccia con le sue pareti nude e strette come due labbra pronte a scoccare un bacio?
E… Cosa dovrei aspettarmi entrando in una chiesa? Dovrei aspettarmi un colore particolare? O magari il solito odore fatto di aria viziata ed incenso? Penso che farei meglio ad entrare per capire, per scoprire.
Capire e scoprire vanno a braccetto mentre spalanco il portone della chiesa subito dietro la cattedrale di Granada.
Vengo trafitto da una freccia che porta con sé più sensi.
La cuspide è una sensazione di aria fresca che apre il mio cuore a tutti gli altri sensi pronti ad entrare. Sensi che attendono la loro vittima (la mia anima) come le iene aspettano con pazienza che il leone abbia finito di
mangiare, quando ormai è sazio. L’asta invece è portatrice di luce.

Cattedrale di Granada – Giochi di Luce 2

E’ la parte della freccia che fa più “male” all’anima. Se è vero che la punta lacera la carne, l’asta la penetra senza indugio, sicura di avere la strada spianata e di poter infierire sul corpo inerme di chi con la luce gioca troppo spesso.
So di non avere molte speranze e quindi mi lascio trafiggere da colori viola brillanti che quasi sembrano evocare spiriti alieni. E mentre rimango estaticamente sconvolto dallo scoccare di quella freccia (di cui non ho neanche sentito il rumore), nel mio lento accasciarmi al suolo, volto lo sguardo verso una vetrata piena zeppa di colori ed è una delle ultime cose di cui mi accorgo prima di perdere i sensi.
Ed ecco che sto per abbandonarmi a quella sensazione piacevole di dolore che mi incatena ancora di più, ancora più forte al desiderio di essere bersaglio di quel treno di emozioni.
Niente.
Temo che cadrò finalmente, adesso che arriva l’impennaggio a scovare le mie carni e ad aprire definitivamente ed irreversibilmente la ferita che adesso si è ricoperta completamente d’oro. Perché cadere qui dentro è prezioso.
Tanto ho fatto per restare con lo sguardo vigile e attento; tanto ho fatto per restare sveglio ed ecco che basta che la piuma della freccia tocchi con i suoi odori chiusi ed impenetrabili, impregnati di luce confusa e che bisbigliano senza tregua parole incomprensibili, ora mi sento svenire e cadere nell’oblio. Tutto ciò che vedo non c’è. Non c’è quello che sento. C’è un segnale diretto tra la natura sensoriale e la mia coscienza. Ma non passa per il cervello. Il canale ora è diretto.

Los perros de Albayzín

Mi risveglio.
Anzi mi accorgo di essere rinato. Una parte della mia esperienza è stata riscritta per contemplare un mondo a me finora sconosciuto.
Adesso mi sento in grado di capire qualcosa in più del mondo. Eppure sono sempre più convinto che tutto il tempo dell’universo non basti a farmi capire tutto quanto.
E a cosa servirebbe comunque capire tutto?
Questo appetito insaziabile che risiede nel non essere in grado di comprendere è quello che mi tiene in vita, e allora perché? Perché voler capire tutto?
Non voglio comprendere nulla più di ciò che posso comprendere.
Non mi interessa essere il primo della classe adesso. Non mi è mai interessato. Però sì mi interessa avere appetito: scardinare nuove esperienze e aprire le porte a suon di armoniche visioni e dinamiche figure che danzano come ballerini ubriachi sul ghiaccio (ma senza cadere).

Che ci faccio in mezzo a questi vicoli ripidi e sinuosi?

Due paia di orecchie penzolanti sembrano suggerirmi la via da seguire. Prima però altre due paia di occhi languidi mi chiedono una foto. Le due signore granadine mi suggeriscono con un dialetto privo di “s” e molto strascicato che ogni persona che passa rimane stregata da quei due sguardi carichi di simpatia.
Uno scatto che sarà stampato nella memoria di chissà quante fotocamere…
Ma davanti a quel blu non importa cadere nella trappola dell’ovvietà. Si prende la macchina, si pigia il tasto, si riguarda se l’espressione canina è soddisfacente e poi si prosegue, salendo verso l’alto.

Giochi di luce su una porta di Granada – Albayzín

Lo sguardo de los perros mi segue mentre mi inerpico sulla via per raggiungere uno dei mirador sparsi tra le vie del quartiere Albayzín. Ci sono manifesti contro il comune di Granada che urlano un futuro migliore per il quartiere. Strillano in faccia al sindaco attuale senza vergognarsi e le loro grida attirano le migliaia di turisti che affollano le vie della città in prossimità del fiume Darro (più un torrente che si atteggia a fiume).

Il bianco pungente delle case mi riempie gli occhi e mi attira sempre più in alto. Più si sale più le vie si fanno arzigogolate. La severità delle salite viene soppiantata dalla complessità dei vicoli e delle straducole. C’è qualcosa che mi punta dritto alla schiena.
E’ uno sguardo.
Non c’è nessuno però. Mi sento toccare sulla spalla. Faccio per voltarmi ed il mio labbro inferiore cade a terra, si perde sul pavimento sconnesso, in mezzo a qualche interstizio.
La mia coscienza mi suggerisce che non ha voglia di morire di nuovo, vittima di quelle frecce velenose che Granada continua a tirarle addosso. Le dico di stare tranquilla, perché stavolta non c’è nessuna freccia che potrà minare la sua salute.
Stavolta è un carro armato pesantissimo, fatto di impressioni, scaraventato a una velocità assurda contro la mia coscienza che vuole annientarla. Seguito da una schiera di Muse pronte a farla rinascere più bella di prima.
Questa volta però, di fronte ad una porta con un arco arabo ornato da porcellane blu, verdi e bianche, non è soltanto la mia coscienza a rimanere senza vita, ma anche tutta la mia persona, la mia esperienza, la mia testa. Tutto cade a terra e lì rimane, finché quella carovana di Muse non si avvicina al mio corpo privo di vita e mi sussurra all’orecchio: “Alhambra“.

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