Pillola Gialla [Club Torino]

Nadie comprendía el perfume
de la oscura magnolia de tu vientre.
Nadie sabía que martirizabas
un colibrí de amor entre los dientes.

Mil caballitos persas se dormían
en la plaza con luna de tu frente,
mientras que yo enlazaba cuatro noches
tu cintura, enemiga de la nieve.

Entre yeso y jazmines, tu mirada
era un pálido ramo de simientes.
Yo busqué, para darte, por mi pecho
las letras de marfil que dicen siempre.

Siempre, siempre: jardín de mi agonía,
tu cuerpo fugitivo para siempre,
la sangre de tus venas en mi boca,
tu boca ya sin luz para mi muerte.

                                   Gacela del amor imprevisto – Federico García Lorca

    – Se fossi un colore potresti essere il giallo, Fabrizio. –

Così iniziò il discorso mentre si toglieva la giacca, lasciandola cadere priva di anima sul divano.

Era color beige il divano, ma il suo colore lo si poteva soltanto indovinare da quelle rare parti scoperte che sfuggivano all’abbraccio di un lenzuolo logoro color arancio spento. Ma ora sentivo la necessità di ragionare a odori. Ormai mi ritenevo abbastanza esperto nell’arte di associare colori a personalità e a rendere giustizia ai miei cambi di umore legati a come cambiavano i colori dello sfondo di ciò che guardavo. Perché guardare soltanto non mi bastava più. Avevo addestrato la mente a percepire cambiamenti di luci e ombre; ero particolarmente allenato in quest’arte e sentivo che era giunto il momento di intraprendere il viaggio attraverso un’altra sfera sensoriale.

– Il giallo sì… – ripeté senza neanche voltarsi verso di me per guardarmi.

Sembrava strano il suo atteggiamento in quel giorno in cui avevo deciso di dirle che l’avrei sposata. Ma perché non mi aveva mai parlato di quel colore? E se io non fossi stato d’accordo, cosa avrei dovuto dirle?

Non risposi nulla e mi sedetti a fianco della sua giacca, lanciando lo sguardo oltre la finestra, dietro al bianco della tenda. Immaginavo i tetti oltre quel sottile strato di tessuto. Immaginavo i piccioni sopra i tetti. Li immaginavo tutti raccolti insieme, vicini sotto la pioggia. Erano sì vicini ma formavano una specie di “V” quasi simmetrica rispetto al centro del tetto, se si escludevano gli altri che non prendevano parte alla figura geometrica. Ma non avevano freddo quegli uccelli? Mi alzai per andare a prendere un bicchiere, lo riempii d’acqua e mi accorsi che Laura se ne era andata in camera da letto. Sorseggiai un po’ di liquido trasparente e la raggiunsi nell’altra stanza.

Si era assopita appena, lasciando che la gravità prendesse il sopravvento su di lei. Avvicinandomi al letto la guardai con attenzione. Si era appena colorata i capelli. Non credo l’avesse fatto per pura vanità estetica, ma perché cambiava colore di capelli quando qualcosa di nuovo stava per accadere. Stavolta il colore era pieno e deciso. Non c’era neanche un’incertezza. Neanche una in ciascuna delle fibre dei suoi capelli. Così almeno pareva, guardandola alla luce del tardo pomeriggio d’inverno. Ebbi la voglia di accarezzarla, ma lo feci soltanto col pensiero ché sentivo crescere in me il desiderio di carezze più intime che non volevo svelarle in quel momento.
Aveva abbandonato il suo maglione in un angolo in fondo al letto insieme ai suoi jeans e restava con una maglietta con uno scollo largo quasi come le spalle che scendeva appena a coprirle il seno. Tra me e i suoi capezzoli c’era ancora lo strato del reggiseno ad opporsi. Così mi tolsi le scarpe senza far rumore e mi inginocchiai al suo fianco, sul tappeto, all’altezza dei suoi fianchi scoperti.
Chiusi gli occhi e respirai.
Introdussi nei miei polmoni un misto di profumo di sandalo, odore di sudore di piedi, profumo di vestiti puliti e lenzuola lavate, e ancora l’odore di Laura. Il suo odore era non un odore, non uno solo. Era piuttosto un complesso di odori. Un condominio in cui convivevano famiglie di odori e profumi. E come in un condominio non tutti andavano d’accordo tra di loro, ma dall’esterno l’odore complessivo era convincente e mi rapiva. I miei occhi continuarono a restare chiusi e a fiutare l’anima di Laura che giaceva inconsapevole della mia presenza così prossima al suo corpo.
Decisi di aprire la porta di quell’edificio per sbirciare in ogni singolo anfratto e per inebriarmi tanto dei profumi quanto degli odori disgustosi del suo corpo (ammesso che i miei sensi mi permettessero di cogliere aspetti disgustosi in quel corpo che amavo). Era di certo una viola il primo odore che mi accoglieva e coglieva all’ingresso del suo edificio. Era per tutti i corridoi, a partire dal portone d’ingresso (un odore di legno stagionato che non capivo da dove provenisse), fino ad arrivare alla soffitta. Nelle prime stanze riuscii a riconoscere un leggerissimo odore di sudore misto a quello di un deodorante al cetriolo e alla lavanda. Ero rimasto fermo e già in quel punto del palazzo avevo le narici piene di sensazioni discordanti. Mi sentivo sia un amico intimo ma al tempo stesso ospite sgradito di quel monumento agli odori di Laura. Non indietreggiai anzi, presi le scale per andare a visitare i piani più alti e i luoghi più nascosti della sua intimità, cosciente del fatto che avrei potuto sentire una sensazione di inadeguatezza in quel viaggio. Gli occhi continuavano a restare chiusi e Laura ancora ferma. Al primo piano c’era un odore acidulo misto a qualcosa che pareva un disinfettante (appena percettibile). E proseguendo odore di vaniglia e menta che lottavano con uno spettro, più che un odore, di cannella. Vedevo questi odori ma non avevo minimamente idea di dove poterli collocare sul corpo di Laura. Così approfondii la mia ricerca, espirando l’aria completamente fino a rimanere senza ossigeno e poi inspirando profondamente.
I miei polmoni furono di nuovo colti dai primi odori della mia stanza e poi da quelli più evidenti di colei che giaceva sul mio letto e più entrava aria, più correvo veloce tra corridoi e stanze di quel palazzo degli effluvi. Ero di nuovo al primo piano e mi accingevo a cogliere le fragranze della soffitta. Mi aspettavo odori umani. I miei polmoni erano stanchi di dover rincorrere l’essenza di Laura in mezzo a quelle di prodotti più o meno chimici. I polmoni urlavano giustizia e sfondarono la porta della soffitta con un calcio ben assestato all’altezza della serratura.

Mi si parò davanti un primo odore oggettivamente sgradevole ma che la mia soggettiva esperienza considerava gradevolissimo e dotato di una spiccata componente sessuale. Era rosmarino appassito, lasciato marcire tra petali di rose e c’era del peperoncino, ma quando è ancora verde. Riuscivo a sentire persino il sapore di quell’odore acre. Mi accorsi che aver forzato quella porta mi aveva anche portato ad una eccitazione che difficilmente avevo provato con la sola vista. Mi domandai se Laura mi avrebbe mai perdonato per quello che stavo facendo, per violare così forte la sua intimità. Continuai comunque ad andare avanti. Sotto all’odore della vaniglia e del cacao si nascondeva un appena percettibile sapore-odore di aglio. Un aglio però pestato forte con l’aggiunta di succo di limone ma meno acerbo per sedare il fattore che lo rendeva piccante. Inciampai a quel punto, cadendo sul terreno di quella recondita soffitta e scoprii che mi trovavo a contatto con l’odore ultimo, più nascosto di tutti gli altri. Era un sottile inconfondibile aroma, più che un odore. Inconfondibile da tutti gli altri perché acre, e perché dissimile da qualunque altro profumo od effluvio. Era spiccato come l’odore della carne di salmone, ma al tempo stesso morbido come quello della salvia e deciso come il profumo dei fiori di magnolia. Ma complessivamente era un odore acre e non particolarmente gradevole. Ma nella mia testa di uomo quell’odore produceva affanno nel mio respiro e più mi affannavo, più lo respiravo con forza.

Ormai avevo invaso quell’edificio e mi apprestavo a dichiararmi soddisfatto della mia esperienza ma la mia eccitazione, al buio di quella soffitta, mi aveva portato ad avvicinare le mani sui fianchi di Laura per sfilarle le mutande: era rimasta nuda dalla pancia in giù. Non riuscivo a capire se quell’azione fosse capitata prima di entrare nella soffitta oppure mentre o dopo. Ad ogni modo quell’ultimo odore si imponeva, forte, su tutti gli altri e aumentava in intensità. Le mie mani erano tornate più vicine al mio corpo ma ora c’era qualcos’altro che invadeva l’intimità di Laura. Adesso riuscivo ad avere una prospettiva più oggettiva dell’odore che si era preso gioco della mia eccitazione lasciandomi privo di difese e completamente proteso verso quel corpo assopito sul mio letto. L’odore parlava chiaramente una lingua a me comprensibile e mi implorava di far sussultare il corpo dal quale proveniva. Non fu un gesto volontario quello di accarezzare con le mie, le labbra della vagina di Laura. L’odore a quel punto si fece fortissimo e dentro all’edificio iniziò a tremare il pavimento. Solo in quella soffitta decisi di tirar fuori le mie armi e cominciai a difendermi facendo mio quell’odore acre. Ma più muovevo la mia lingua su quelle labbra, più affondavo la mia lingua nell’intimità di lei, più la fonte dell’odore si faceva più calda, tirando fuori più odore. Era ancora buio in soffitta e ormai cercavo di alzarmi in piedi per affrontare il crollo imminente di quell’edificio. Ma mi accorsi che c’era una finestra, prima coperta da un vecchio armadio, che si era palesata dopo quelle scosse di terremoto. E così mi avvicinai alla finestra. Mentre mi appropriavo del sapore di Laura, il mio respiro si fece più affannoso e coprì il suo di respiro che già aveva iniziato a farsi più forte. Affondare e poi dipingere arcobaleni con quell’unico pennello di carne umida. Papille gustative che si facevano narici e fragranza acre che si faceva imperatrice della mia eccitazione. Ma da suddito potevo ancora far valere le mie parole, forti e penetranti che facevo uscire dalla bocca con evoluzioni e traiettorie inaspettate. Umido su umido l’odore aveva invaso tutta la mia bocca, il mio palato. Capire dove finiva la mia saliva ed iniziava il liquido della sua vagina era impresa impossibile; e sentii di aver fatto vibrare qualche corda che aveva messo in moto un meccanismo non particolarmente propenso a fermarsi. Continuai a sottrarle il nettare, facendola sempre più mia e mi lanciai da quella finestra ormai esausto e privo di forze.

    Ero immerso in una luce gialla urlante e tutto tremava, anzi tremolava sotto quella luce, edificio compreso. Ma non era crollato anzi era ben saldo, incollato al suolo. La sentii venire più volte, le sue cosce strinsero così forte la mia testa che le orecchie mi andavano quasi a fuoco. Poi la presa diventò via via più leggera, i piedi da completamente distesi ripresero una posizione rilassata ed il suo respiro si fece regolare e leggero. Così mi distesi al suo fianco e la abbracciai sentendo in me il colore dell’odore di lei.

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