Pillola Nera [Club Torino]

Dove se ne vanno le ricciute donzelle
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo sì leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
il sole che va in alto, le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua via ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.

                              Sarcofaghi – Eugenio Montale

    Sono vivo!

Sono stato dannato a vagare in eterno tra gli umani per descrivere le loro facce quando provano qualche emozione ma la mia vita viaggia in parallelo con la loro. Non ho idea né da dove vengo né perché sono stato mandato tra questi esseri senza poter interagire con loro. Scrivo parole sul mio diario e annoto tutti i loro comportamenti ma non posso dare loro consigli. Non posso parlarci. A volte è un bene. Avrei solo da mandarli al diavolo. Altre volte invece ho come la sensazione che la cosa giusta da fare (ma non so cosa significhi “giusto”) è aiutarli.

Parlano spesso di sesso e si emozionano per piccole cose. Quelli più chiusi in loro stessi lo fanno molto più degli altri. Invece c’è qualcuno che non si emoziona più per niente e fa le cose ripetitivamente e senza pensarci troppo. Io sono più vicino a nessuno di questi due tipi di uomini. Io sono il pensiero. E appartengo solo a me stesso.

    Sento tutto ciò che pensano e vivo tutto ciò che vivono. Mi basta soltanto avvicinarmi visivamente ad un uomo, una donna, un bambino o un anziano per sentire i loro pensieri prima ancora della loro voce. Non dormo mai ché non ne ce n’è bisogno. Essi seguono i ritmi della Terra o impazzirebbero. Io ho come l’impressione che impazzirei se seguissi quei ritmi. Mi muovo tra le genti come se fossi uno di loro, ma non capisco affatto se essi mi vedono oppure no. Non me lo sono mai domandato. Chi mi dice che non mi sentano ma facciano finta che io non ci sia? È triste e lo ammetto perché ora so cosa significa la tristezza. Io guardo, sento, osservo, ascolto; sono fatto di materia pensante. Sono qui perché devo riportare le emozioni. Mi sposto tra matrimoni e funerali, tra feste universitarie, momenti di disperazione casalinghi, vittorie sportive, successi e insuccessi. Mi muovo tra le paure dei bambini, dei ragazzi e degli uomini. Lo faccio senza interesse. Lo faccio perché sono qui per questo. Qui a Praga.

    Non sono mai solo. Ho sempre una voce con me. Anche di notte sento sillabe e vocali della città che sogna. Gli uomini chiamano “lingua”, “dialetto” e “accento” tutto ciò che ha a che fare con la loro voce. Io non comprendo questi limiti perché comprendo tutto. Ho memoria di quello che succede intorno a me quando quello che succede ha senso di far parte di me. Altrimenti è come se non ci fosse mai stato e così la dimensione del mio pensiero rimane la stessa. Non ricordo cose simili a cose che fanno parte di me. E così quando ho visto un bimbo piangere perché gli era stato sottratto un gioco (strani questi umani che urlano e fanno cadere lacrime per motivi così stupidi) per la prima volta mi sono sentito più grande. E tutte le altre volte ho proseguito oltre disinteressato, vedendo bimbi piangere per lo stesso motivo.

Ho osservato persone che nel vedere bambini piangere corrugavano la fronte e recitavano loro parole di conforto mentre pensavano a tutt’altro. E tutte le volte che le stesse persone vedevano piangere i loro bambini, facevano un’espressione simile (che ho poi scoperto essere del tutto differente da quella che loro chiamano felicità): così ho imparato la compassione. Ma questa era la differenza tra me, essere pensante perfetto e loro, esseri così imperfetti; imperfetti perché avevano bisogno ogni volta di ripetere le stesse esperienze per ricordare le emozioni. A me bastava una volta per capire l’emozione e farla mia. L’imperfezione li portava a ripetere le stesse azioni; quasi non fossero a conoscenza del significato di felicità che ogni volta dovevano ridere, ridere e sorridere ancora. Futili umani smemorati!

Ma non tutti mostravano compassione. C’era qualcuno che mostrava un altro sentimento quando vedeva proprio figlio piangere; alcuni facevano la stessa espressione di quelle altre persone quando litigano.

All’inizio pensavo che sarebbe stato facile individuare tutti i sentimenti e le emozioni umane, e che avrei passato la mia esistenza senza accrescere il mio pensiero. E che poi sarei rimasto fermo in qualche luogo lontano dalla vita umana. Un luogo buio, nero. Tuttavia l’uomo era una continua scoperta e mi accorgevo che più passava il tempo, più crescevo e che questo processo apparentemente non aveva fine.

    Mi trovai su una collina ed era quel momento del giorno che gli umani chiamano pomeriggio. Volteggiai per i sentieri silenziosi attraverso alberi alti che chiedevano al cielo nero di essere risparmiati. Non percepii rumori per un lungo tratto di cammino e il mio pensiero si concentrò sulla vista. Posate a terra con cadenza regolare c’erano delle pietre grandi che perforavano il terreno; regolarmente distanziate tra di loro ma tutte diverse. Ognuna era scolpita e riportava due date e un nome (alcune ne avevano anche più d’uno). E poi c’erano dei simboli ricorrenti su ogni pietra. I nomi sembravano appartenere agli stessi umani che abitavano la città, ma qualcosa mancava alla mia esperienza per comprendere il senso delle pietre.

Udii un vociferare cadenzato mentre osservavo le pietre che scivolavano dalla mia vista. Provai un discreto interesse nell’ascoltare quelle voci e quei pensieri. Li sentii sempre più forti al mio avvicinarmi a quella massa di gente in vestiti neri. Tutti vestiti uguali, mi sembrarono un gruppetto di corvi di quelli che si appollaiano sopra i tetti e che si gracchiano contro. Quelli però emisero dei gemiti più delicati dei corvi, in particolar modo uno, vestito di nero, con un solo lembo di tessuto bianco sotto al collo. Egli stette tutto il tempo in piedi guardando verso il vuoto con rassegnazione mentre leggeva da un libricino parole ripetitive e di cui, al momento, non compresi il senso. Ma chi stava attorno a lui sembrò comprenderle ed emise pensieri lenti, dilatati e pieni di passato. “Era”, “è stato”, “fu”, neanche un accenno al presente e meno che mai al futuro (se non utilizzandolo in prima persona in domande simili a “come farò senza?”). Questa emozione di cui mi stavo per nutrire sentii che era qualcosa di estremamente diverso dalle altre. Così mi avvicinai ancora di più a quella congregazione di anime spente e rimasi a sentire. Ci fu un momento di silenzio in cui le uniche voci furono quelle dei pensieri della gente, che erano sparsi e poco frequenti. Poi scesero le lacrime. Nessuno aprì bocca e i pensieri quasi si spensero nelle menti di quegli individui. Fu come se di quei frutti dell’intelletto quelle persone avessero fatto un succo, filtrandolo diverse volte e rendendolo incolore per poi riversarlo fuori dagli occhi. Non mi diedi alcuna spiegazione in quel momento. Somigliava al pianto dei bambini ma era più sommesso; perché quei piccoli di uomo mentre piangevano continuavano a pensare (pensieri semplici, a dir la verità), mentre in quel luogo scuro ma pacifico i pensieri si annichilivano.

    Così in quel luogo conobbi prima la tristezza dovuta alla mancanza, poi la disperazione e ancora la malinconia e infine la rassegnazione. Nemmeno di fronte a ciò che gli umani chiamavano “felicità” fui in grado di imparare così tanto come in quel pomeriggio di fronte a quel simposio di emozioni e sentimenti. Ma me ne era rimasto ancora qualcuno per accrescere la mia conoscenza e per sentire di conoscere quell’essere che stavo studiando da tempo.

    Mi trovavo sul Čechův most e seguivo i pensieri di una donna. Sospesi entrambi sopra al Vltava. Ormai avevo capito che non potevo essere visto dagli umani ma con quella donna feci finta di essere umano anch’io. Così mi nascondevo ad ogni angolo per non farmi vedere e la spiavo cercando di ascoltare soltanto i movimenti delle sue labbra senza sbirciare tra i suoi pensieri. A dir la verità non potevo scegliere di non sentire perché a differenza degli umani io sentivo tutto e non erano propriamente delle orecchie quelle che avrei dovuto tappare per non ascoltare i pensieri che si muovevano nella testa della gente.

Si fermò un istante in mezzo al ponte e si mise a guardare lontano senza meta. Aveva un’espressione di soddisfazione e al tempo stesso ricordava la malinconia. Nel frattempo cominciò a piovere. Le gocce sposarono infinite volte l’acqua del Vltava. Esitai un istante perché ero tentato di guardare dentro la mente di quella donna ma rimasi comunque fermo davanti a lei senza invadere la sua intimità.
Non conoscevo l’età del tempo al quale gli umani erano così affezionati tanto da fissarlo ripetutamente su oggetti meccanici che portavano al polso o sugli edifici. Credo che ne passò molto, prima che la donna, che non indossava nulla che le ricordasse il tempo, si spostasse da quel ponte.
Poi riprese a camminare. Passo dopo passo sotto la pioggia, completamente bagnata. Ed io dietro di lei. Ci lasciammo entrambi alle spalle il fiume e, procedendo paralleli ad esso dall’altro lato della banchina, ci dirigemmo verso un caffè. La donna sospirò prima di aprire la porta.
Eravamo dentro. Iniziai ad ascoltare i pensieri di tutte le altre persone e capii gli odori di quel luogo (legno di pioppo, fumo di sigaro, fumo di sigaretta, caffè, alcool). Mi diressi dietro di lei al fianco di un uomo che stava seduto al bancone. Capii che dovevo evitare di ascoltare i pensieri anche di questa persona. Così iniziai a sentire le loro voci e i loro discorsi.

– Ti aspettavo, Jitka. -, disse l’uomo continuando a fissare lo scaffale pieno di liquori. Mi accorsi che stava dissimulando una felicità dirompente.
– Ráďa… -, rispose Jitka fissando lo stesso scaffale con uno strano sorriso.
– Ho aspettato troppo per dirtelo, pensavo che non ti avrei vista mai più. –
– Sei tu ad avermi abbandonato. Mi chiedo ancora perché io sia qui… –
– Pensi di aver capito perché me ne sono andato? Credi che non ti avrei voluta più vedere? Ho combattuto con la mia coscienza per anni… e ora sono qui –

Jitka si girò di scatto verso di lui.

– Radomír, non si abbandona chi si ama! –

Amare.
Stavo per tradire il mio giuramento. Stavo per ascoltare i loro pensieri. Mi trattenni quando Radomír, voltandosi verso Jitka, le prese la mano e disse:

– Ho perso l’interesse per me stesso. Ho perso l’interesse di capire. Ho smesso di comprendere. Ho perso ogni speranza nella conoscenza. Viaggiare e vivere non è più nulla. Se quella era la mia felicità, adesso è la mia croce. –
– E io dov’ero quando il tuo tempo passava? Dov’ero nascosta nella tua mente quando vivevi la tua vita senza di me? I momenti passati lontano da me, lontano dai tuoi pensieri, sono momenti che non valgono nulla, Radek. –

Radomír si voltò verso il barman, tenendole la mano, ma con meno forza stavolta. Poi abbassò lo sguardo e infine la testa. Qualche goccia di pioggia umana cadde nel suo caffè, proprio sotto i suoi occhi (ancora lacrime, pensai, questi umani!). E di nuovo, senza guardarla, aggiunse:

– Ti amo, Jit’a! –

Lei ritrasse lentamente la mano. Si passò l’altra tra i capelli, scoprendo il suo volto pieno di lentiggini e si asciugò il viso. Poi scese dallo sgabello e se ne andò.

Avevo assistito ad un evento unico. Avevo assorbito tante emozioni e sentimenti insieme: gioia, felicità, tristezza, paura, malinconia, passione… Credo di essermi sentito davvero pieno, tanto da non essere più in grado di sentire i pensieri della gente. Tanto da non essere nemmeno più capace di vederla, la gente. Vidi solo un tavolo bianco. E un muro bianco. E poi un altro. A rompere quest’armonia: una pillola. Nera.
La inghiottii e persi in un istante la memoria di tutte le emozioni.
Questa volta mi sentii dannato a doverle rivivere perché in ogni circostanza me ne sarei dimenticato. Questa volta mi sentii dannato a vivere una vita da umano.

    Sono vivo!

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