L’ordalia della memoria

Una giornata per ricordarsi del risparmio energetico.
Una giornata per ricordarsi delle vittime dell’olocausto.
Una giornata per ricordare che l’Italia è stata liberata.
Una giornata per ricordare l’ambiente.

La memoria lotta continuamente contro l’oblio. Ma per quanto lotti, in un mondo che ha sempre più bisogno della soddisfazione immediata dei propri “sensi sociali”, si trova un ostacolo fatto di carne e di coscienza: l’uomo. L’uomo, detentore della memoria, è al tempo stesso anche il suo primo avversario, ma perché?

L’esempio delle “giornate per…” è indicativo di questa necessità di ricordare, dovuta all’ineluttabilità della dimenticanza. Ci troviamo di fronte ad eventi che ci dovrebbero ricordare che spegnere una luce in più fa bene all’ambiente. Per chi sposa la causa, l’evento (lo sappiamo tutti seppur dimenticandocene) non dovrebbe essere confinato temporalmente. L’evento deve estendere la sua validità a una filosofia di vita che vede nella memoria la sua principale fonte di energia. Il comportamento di un individuo in relazione ad un fatto deve cioè attingere dalla memoria stessa (e deve farlo continuativamente) per creare la coscienza di quel particolare fatto. Questa attività di ricerca è peculiare agli individui nei quali l’esperienza di un accadimento è pregressa. Senza quell’esperienza, carburante della memoria, non sarebbe possibile alcuna ricerca. Ammesso quindi che un individuo abbia l’esperienza di un accadimento, il suggerimento delle “giornate per…” dovrebbe esser letto come un: “ricordati di ricordare”, o meglio: “cerca nella tua memoria ciò che non hai voluto o potuto riportare alla luce”. Per quell’individuo che invece non ha nel suo pozzo d’esperienza quella del particolare accadimento allora l’invito di quel motto è di crearsi un’esperienza iniziale, prima, e di ricordarla poi.

Escludendo dunque la mancanza d’esperienza, che può essere più o meno viziata, il problema di questo continuo dimenticare/ricordare è legato al fatto che avere una memoria non significa ricordare. Riportando il paradosso del gatto di Schrödinger, potremmmo paragonare la vita del gatto ad un pensiero (nell’esperimento il gatto potrebbe essere sia vivo che morto, così come il pensiero potrebbe essere di un tipo o di un altro). Dall’esterno lo “stato” di ciò che è contenuto nella scatola potrebbe essere qualsiasi: il gatto potrebbe essere vivo o morto, così come nella memoria potrebbe essere contenuto qualsiasi pensiero. E finché non viene effettuata un’osservazione, il contenuto di quella scatola sarà indeterminato: la vita del gatto, così come la presenza di un pensiero piuttosto che di un altro. Finché insomma la memoria di un fatto viene lasciata chiusa senza compiere in essa un’osservazione, il processo del ricordare, l’utilità della memoria sarà quella di contenere delle esperienze che non rappresentano alcun valore per la coscienza di quel fatto.

Avere memoria e non ricordare è moralmente più deleterio di non averla (nel senso di non avere quell’esperienza particolare), non potendo di conseguenza ricordare.

E’ il non ricordare che rende la memoria vittima dell’olocausto, prima ancora delle vittime umane.

E allora perché ogni giorno ci dimentichiamo di ricordare?

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