Vedo li vitellini

Stipiti di legno.
Odore di brodo di gallina. Una pentola che borbotta sul fuoco.
Cavi bianchi di tessuto arrotolati: polo positivo e polo negativo che amoreggiano su fino a cercare l’affetto di una lampadina. Dall’altro lato, perlacei, interruttori per innescare la scarica di elettroni.

Dapprima nessuno fa caso a me, poi arriva Anna e mi saluta, abbracciandomi: “Quanto tempo!”.
Esatto: quanto tempo. Mi chiedo il motivo per il quale io abbia fatto passare così tanto tempo e mi trovo incastrato nel classico dilemma del “perché”. Spazio e tempo si fondono: il movimento.

Mi porgono una sedia e ci poggio il sedere sopra. Resto a fissare mio zio (sarebbe meglio dire il fratello di mia nonna). Non mi vede. Non ci vede più, ormai da quattro anni.
Apre la bocca lasciando uscire sottili parole vibranti che sotterrano i miei pensieri e ci fanno crescere sopra un’attenzione a forma di alberi di ciliegio (o di mimosa, proprio come quelli di fronte a casa di Osvaldo). Si ricorda di me. Certo che si ricorda di me! Così come io mi ricordo di lui. Davo forse per scontato il fatto che lui non si ricordasse di me?

Posso rilassarmi sulla sedia, poggiando il gomito sinistro sul tavolo e rispondendo un deciso “sì” ad Anna che mi domanda se prendo un caffè. Senza zucchero e giù lentamente nella trachea.

Non riesco a distogliere lo sguardo da mio zio. La pelle liscia, un po’ gonfia ma senza neanche una ruga. Ho quasi vergogna per le mie, di rughe, per il fatto che non sono stato in grado di controllare la loro fioritura sul mio viso; lui ce l’ha fatta benissimo, a 86 anni.

Ha rischiato di morire qualche giorno fa. Ho rischiato di non vederlo mai più, da vivo, qualche giorno fa. Ogni volta questo pensiero mi rende un fuscello in cima ad una scogliera alta 200 metri battuta perennemente dal vento dell’oceano. Ma adesso quello che conta è che posso sentirlo parlare, posso sentirlo scherzare e posso mettere a confronto la sua giovialità con la mia. Abbiamo un modo analogo di scherzare, pungente. Pensare che i miei contatti con lui sono stati così brevi, fugaci e quantitativamente insufficienti.

Ad un tratto, mentre stiamo parlando, alza una mano e fa per accarezzare qualcosa. Anna domanda: “cosa fai, babbo?”. “Accarezzo li vitellini!”, risponde. Poi lascia lentamente cadere la mano perché si accorge che non c’è una corrispondenza biunivoca tra la sua realtà e la nostra, e che il suo stronzissimo senso del tatto ha deciso di non fargli corrispondere l’immagine mentale dei vitellini. Bastardo lui, quel senso ribelle!

Mi sento il cuore stringere fortissimo da una mano di velluto. Provo amore per quello che ho visto, riuscendo a cogliere la dolcezza di quell’uomo, di mio zio. E’ qualcosa che mi riempie di gioia e mi dà voglia, al tempo stesso, di piangere e di vivere, per lui. Ringrazio il caso di essere stato lì e di essere in tempo per vederlo, sentirlo, ascoltarlo, viverlo. La necessità in quel momento è stata quella di non dimenticare. Tutta la mia attenzione si faceva parte del respiro, necessaria e sublime libertà nella costrizione.

Poi Anna prende a descrivere una scena accaduta poco tempo fa, in ospedale. Era rimasta a far veglia a suo padre, mio zio, in una di quelle notti che dovrebbero essere cancellate da ogni creatura vivente sulla Terra. Le si era appisolata a fianco, sul letto e stava lì accanto lui. In un istante di veglia, accorgendosi che lei gli stava accanto, vicino, quasi abbracciati, lui si alza e le dice: “pure nell’affetto ce stanno le regole”.

Finalmente un sorriso che merita di essere vissuto! Sorrido, rido, di cuore e sento il sangue scorrermi dentro. Ne voglio ancora! Ma basta anche quella volta, rara come gli altri sorrisi che mi regalano anni, secoli di vita.

Infine facciamo per alzarci, è venuto il momento di salutarci. Non descrivo tutti gli altri pensieri che mi sono corsi per la testa, basta sapere che erano bei pensieri.

Abbraccio mio zio, forte. Lo bacio su quella pelle liscia, gli stringo forte un braccio e lo saluto: “in gamba!”.

Vorrei essere anche io lì con lui, immerso in quel posto pieno di vitellini (nati da un giorno, ha tenuto a specificare), vorrei sentire tutto ciò che ha da insegnarmi sulle sue esperienze, vedere ciò che vede e sentire ciò che sente.

Resto al suo fianco, sapendo che posso restarci tutto il tempo che voglio, nel ricordo, nella mente.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: