Diario di un Astronauta

30.04.2049 AD

10.05 am – A parte la piccola parentesi di questa notte, devo ammettere a me stesso che non ho dormito affatto male. Tuttavia, concedersi all’abbraccio di quel letto non è piacevole se lo guardo (da sveglio).

Tra 7 giorni partirà l’altra squadra dalla Terra: incontrarsi per un caffè a così tanti kilometri dal suolo. Mi piacerebbe pensare al nostro incontro come a un incontro di piacere, ma non lo è.

Torno agli esperimenti.

2.35 pm – E’ accaduto qualcosa di strano durante il “pranzo”. Alexander sembrava più loquace del solito. Non che gli avessi dato motivo di esserlo, prima di oggi, ma sentirlo parlare così velocemente mi ha preso un po’ alla sprovvista. Riesce a dissimulare il suo accento russo talmente bene che lo si potrebbe tranquillamente scambiare per un americano. Ma non è questo il punto.
Il punto è che Alexander mi ha iniziato a farfugliare qualcosa a riguardo del suo passato, della sua famiglia. Dice di essere nato in Siberia, a Krasnoyarsk (spero di averlo scritto bene). E’ figlio unico, come me, e nel corso della sua adolescenza pare che sia stato un bambino piuttosto silenzioso, amante dei momenti solitari e comunque socievole con gli altri bambini. Mi ha raccontato che aveva l’abitudine di fissare le stelle durante le notti d’estate sopra il terrazzo di un suo amico e di chiacchierare ore e ore con lui di tutte le possibili forme di vita nell’universo. Mi sono ritrovato anch’io a condividere con lui il suo stesso svago di quando eravamo fanciulli e, con un sorriso, gli ho detto che era proprio buffo trovarcisi in mezzo alle stelle.
In quel momento ho capito di non essere solo dentro questa stazione spaziale; infatti anche sapendo che sarebbero arrivati gli altri, mi sentivo abbastanza lasciato a me stesso da quando ho messo piede per la prima volta qui.

8.13 pm – Ripenso spesso a mia moglie. Ci ho appena parlato in collegamento con la Terra. Difficilmente avrei utilizzato la tecnologia per poterla vedere, stampata su uno schermo 3D, eppure l’unico modo di viverla è questo, e, per quanto squallido, mi riempie di dolcezza il cuore.

Michel mi salutava incredulo. Ha solo un anno Michel e ancora non si è abituato alle comunicazioni satellitari: chissà se in quella sua testolina pensa al ritardo nella trasmissione come a uno strano scherzo che gli vuole giocare quest’uomo barbuto. E non so nemmeno se sarei particolarmente felice al pensiero che lui possa abituarsene. Lo preferirei più naturale, meno costruito, meno astronauta e più uomo.
E poi… quel suo sorriso, mi giunge come un acceleratore di tempo (quel tempo che mi divide dal momento in cui potrò riabbracciare lui e sua madre), un riduttore di distanza tra me e casa.

Ho voglia di parlare con Alexander, voglio sapere qualcosa in più di lui.

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