Diario di un Astronauta

30.04.2049 AD

09.50 pm – La chiacchierata con A. è stata rilassante. Ero piuttosto preoccupato che avrei trovato un muro tra me e la sua intimità. Prima di parlargli, pensavo che sarebbe stato interessante condividere le nostre esperienze di vita, ma poi ho avuto il timore di rompere un equilibrio appena stabilito tra la mia sfera personale e la sua.
Così, sono andato da lui mentre stava lavorando e ho esordito con un: “Hello there, Alexander!”. Si è voltato verso di me con un tono interrogativo e l’ho spronato a continuare il suo lavoro, dicendogli che ero passato di lì soltanto perché avevo terminato prima il mio, di lavoro e mi rimaneva un po’ di tempo libero. A. invece sembrava abbastanza indaffarato, ma non ha accennato a stancarsi della mia presenza (seppure non lasciassi celata la mia voglia di parlargli).

Così ho iniziato il mio discorso confuso sulla distanza, sull’amore, sulla mancanza d’affetto. Gli ho anche detto che mi mancava la musica, da quando stavamo lì. La musica come suonare, comporre, creare in un certo senso. “L’unica cosa che riesco a creare qui è con le parole, scritte”, gli ho detto. Quindi il mio interlocutore continuava a destreggiarsi tra i suoi esperimenti ed io rimanevo lì, semplicemente a parlare come se fossi solo. Ma qualcosa mi diceva che mi stava prestando attenzione e che non mi aveva abbandonato.

Pensavo alle scale pentatoniche, poi pensavo alle scale di marmo della casa dei miei genitori, in aperta campagna. Rivedevo quel sole limpido filtrato soltanto dall’atmosfera terrestre e rivedevo il me stesso che dalla crosta terrestre osservava il cielo, diurno e notturno.
Sono rimasto in silenzio, adagiato a fianco del tavolo di laboratorio di A. senza parlare, ma continuando imperterrito a guardare il suo lavoro quando finalmente mi ha rivolto prima lo sguardo e poi la parola.

“Are you ok?”

Gli avrei voluto rispondere che andava tutto bene, ma qualcosa mi tratteneva dal dirgli che in realtà mi sentivo “strano”. La cosa che più mi irritava era di dovergli parlare in inglese, di porre un filtro tra i miei pensieri nati in francese e la parola, scaturita in inglese. Andava bene per parlare di cose neutre, tecniche. Era degenerativo se pensato per esprimere sensazioni; tuttavia pensavo che sarebbe cambiato col tempo.
Così gli ho detto che avevo voglia di abbracciare la mia famiglia e che ho provato una sensazione di sconforto quando gli ho sentito dire molto di sé, del suo passato, e così poco del suo vivere e ragionare attuale. Non credo che a primo acchito abbia capito cosa intendessi con il mio discorso, che probabilmente avrà trovato strano, sconclusionato e confuso. Ma, apparentemente senza collegamento col nostro discorso, mi ha raccontato un aneddoto che gli era capitato pochi giorni prima di partire.

Si trovava a passeggiare nei pressi di ulitsa Dubrovinskogo, sulle rive del fiume Enisey. Era solo e faceva sufficientemente freddo. Tralascio i dettagli descrittivi di A. che sono stati talmente ben conditi da avermi fatto venir la voglia di andare in Siberia solo per visitare la sua città (al mio ritorno probabilmente ci porterò la mia famiglia). Mentre camminava insomma, si è accorto di un piccolo signore, minuto, sulla settantina che stava al bordo della strada e con mani piuttosto tremanti distribuiva dei foglietti di dimensioni simili, ma tutti diversi l’uno dall’altro. Avvicinandosi, il vecchio si volse verso di lui, lasciandogli scivolare tra le mani uno di quei fogli. A. non aveva fatto caso a cosa ci fosse scritto sul foglio, ma soltanto al sorriso melanconico del vecchietto. Era stato il suo sorriso, che sembrava stampato in volto ed impossibile da cancellare, ad attirarlo. E questo era tutto ciò che A. ha avuto da dirmi quando gli ho palesato la mia inquietudine.

Dopo qualche istante di silenzio, rotto soltanto da alcuni “bip” provenienti dal sistema di purificazione dell’aria, A. ha tirato fuori un pezzo di carta, stropicciato e all’apparenza intonso. Ma senza dirmi nulla, me lo ha passato e ho potuto appurare che c’era una piccola croce ortodossa disegnata sopra a mano. Quel segno e nient’altro.

Senza aggiungere nulla, ha ripreso a sé il foglio, ripiegato con una cura maniacale e posto di nuovo nella tasca interna dei suoi pantaloni.

Mi è bastato quel gesto per capire quanto poco servisse all’uomo per riempire il significante “vita” di tutto il suo significato.

Finalmente posso lasciarmi avvolgere dalle cinghie del mio letto.

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