Capelli sporchi

Sento quell’odore di nuovo.

O mi muovo verso una nuova condizione oppure mi metto a guardare il vuoto senza ascoltare il vento. Tolto il mio umore, non me ne pento, ma resto in un luogo isolato; condizionato soltanto dal suono dei miei passi che non sento.

Ho tappato le orecchie con un tubo di gomma lungo mille metri. Triste guardare l’effetto della pioggia sulla gente che spende tempo a misurare il diametro delle gocce (ma soltanto quelle che si posano sugli ombrelli!). Li sento: “guai a guardare quelle che s’infrangono sulla pelle. Le docce sono dentro, mica fuori!” Riavvolgo il nastro e torno al coperto: per togliere di mezzo l’estasi offerta da verdure non lavate e distribuite sul mio corpo; porto via la pelle. Le voglio tutte per me le ingiurie della vita: tamponatemi finché sono dentro una scatola di latta, ma aspettate che sia lontano dalla coscienza per venirmi addosso.

Soltanto un altro semplice effetto della crescita (o meglio del dannoso effetto degli errori di duplicazione?) mi riporta alla dimensione finita dell’essere. Se relativo è il pensiero, vuoto è l’assoluto con la sua realtà, a parte quella che rimane sempre nascosta perché è scritta sull’acqua e non sono neanche tanto sicuro che sia stata mai scritta.

Tornando a me, capisco che non esiste la verità ma, cazzo!, guardandomi allo specchio i miei capelli sono sporchi!

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