Il mondo contemporaneo e il primato del fare afinalistico

L’umanità, dai suoi albori fino alle soglie dell’età della tecnica, ha sempre elaborato etiche che facevano riferimento a un agire limitato nello spazio e nel tempo, e sostanzialmente innocuo nei confronti della natura. Ciò ha comportato:

  1. Un’incapacità previsionale dei processi trasformativi, perché la natura dell’uomo era pensata come costante e il raggio della sua azione limitato all’ordine spazio-temporale percepibile, dove la povertà dei mezzi disponibili rendeva prevedibili i fini e controllabili i comportamenti.
  2. Una neutralità nei confronti del mondo extra-umano la cui capacità di autoconservazione, rispetto alla modestia degli interventi tecnici, non esigeva alcuna prescrizione etica.
  3. Un’indifferenza nei confronti della strumentazione tecnica, le cui possibilità erano facilmente governabili dall’uomo, che quindi rimaneva soggetto del fare tecnico e non a sua volta oggetto della sua potenzialità.
  4. In quanto subordinato all’agire, il fare non era in grado di autogiustificarsi, come invece accadde quando, investito dalla valenza positiva del progresso, il fare sembrò capace di realizzare, al posto dell’etica, quel fine ultimo, a cui tende l’uomo, che Aristotele aveva individuato nella felicità.
  5. Così circoscritta, l’etica tradizionale prevedeva un agente morale che doveva regolare i suoi rapporti con null’altro se non il proprio simile, in un tempo che non oltrepassava la durata una vita, per cui il sapere richiesto dall’agire morale non esigeva particolari competenze né conoscenze specializzate. Questa è la ragione per cui Kant poteva ancora dire:
In campo morale la ragione umana, anche nell’intelletto più comune, giunge facilmente a una grande correttezza e completezza. […] Facile sarebbe infatti mostrare come essa sia perfettamente in grado di distinguere, in tutti i casi che si presentano, che cosa è bene e che cosa è male, che cosa è conforme a dovere e che cosa col dovere contrasta: basta per questo, senza insegnarle assolutamente nulla di nuovo, fare come Socrate: renderla attenta al suo proprio principio, senza che essa abbia bisogno di scienza e di filosofia, per sapere che cosa debba fare se ha da essere onesta e buona, e perfino saggia e virtuosa. Era, del resto, presumibile fin da principio che la conoscenza di ciò che l’uomo è obbligato a fare, e quindi anche a sapere, sia alla portata di ogni uomo, anche del più comune.
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