Un tè con Thomas

Mi trovai all’improvviso di fronte a Thomas. Non l’avevo desiderato, anzi. Mi si parò davanti e tirò fuori uno scritto ed iniziò a recitare. «Capisco, all’improvviso ti si fanno chiare cose che oscuramente intuivi da lungo tempo, come ciascuno le intuisce. E’ accaduto lo stesso anche a me. In un primo momento fui completamente sconvolto dal nuovo volto che il mondo mi presentava.»

Rimasi in silenzio ad ascoltare Thomas. Ripensai dunque a quanto la sofferenza e la gioia, la goduria si possano confondere l’una con l’altra, anzi mi resi conto del fatto che sono sinonimi, per quanto i dizionari sostengano il contrario.

«Come, mi domandavo, le epidemie un fatto desiderabile, la letale tubercolosi, la vergognosa sifilide un vantaggio, addirittura una condizione del progresso? La risposta che mi diedi, la leggo ora anche nei tuoi occhi. Ma il pensiero costringe ad andare oltre. Perché l’uomo cerca il pericolo? Perché nella lotta si sente crescere, perché nella difficoltà si nobilita. Socrate lo sapeva, Cristo lo sapeva, entrambi cercarono la sofferenza, la morte, e così le cerca ciascuno in tutti i tempi. Tutti, tutti gli uomini amano l’infelicità, perché essa li nobilita. Tutto ciò che è elevato nasce dall’infelicità, i cacciatori di felicità sono tutti esseri spregevoli.»

A quel punto Thomas con un energico gesto del braccio tirò come un rigo nell’aria, per dimostrare quanto erano in basso nella sua considerazione. Ed in quel momento apparvero sul suo viso i segni dello sforzo mentale.

«La necessità insegna a pregare, questa è una profonda verità. Ciò significa che la miseria degli uomini, di tutta la natura, è un’autentica prova dell’esistenza di Dio. Nella necessità, la sua bontà si rivela nel modo più clamoroso.»

Non dissi una parola ma, nonostante questo Thomas in tono solenne esclamò:

«Taci! Che cosa importano i preti, a noi che parliamo seriamente? Hanno inventato il peccato. Cose se esistessero peccati. Basta con queste storie!» e con un gesto della mano li accantonò. «Se voi mi volete seguire, dovete lasciare tutto ciò che avete amato finora. Dovete tornare a essere creature umane. Interrompere è inumano. Ma così son fatte le donne. Si immaginano sempre che pensare sia come fare la calza, un lavoro che si può interrompere e riprendere a piacimento, e quel paio di maglie che possono cadere non hanno importanza. A proposito, è un errore dire: faccio la calza, per lo meno è impreciso, allo stesso modo posso dire che è la calza che fa me, sicuro, soltanto così si dimostra di avere un’idea del corso della storia universale. L’uomo non fa, al contrario: viene fatto. Quando mia sorella sferruzza una calza, allora so che in un prossimo futuro avrò delle calze nuove e ne sono contento. Ma se invece dico la calza fa mia sorella, allora vedo d’un tratto davanti a me tutta la storia della donna, che per millenni si è lasciata logorare e si è logorata in mille inezie. Non c’è nulla di più sciocco della nostra grammatica, della nostra lingua, questa eredità di tempi oscuri, che pone insormontabili ostacoli a ogni verità e se ne ride del limpido pensiero. Come è possibile scalare una montagna con gambe indebolite dall’età? Ma questo è qualcosa per il filologo che troverò, non per il medico. E tuttavia sarà istruttivo anche per te, cugino medico. Dovrai imparare da me a fare le tue diagnosi. Guarda, per esempio, mia sorella. Tu pensi che sia la stessa sorella di vent’anni fa, un po’ invecchiata, ma in fondo la stessa persona. Sbagliatissimo. Sai che cos’è? Mia sorella è il fiocco di un cappello.»

Non potevo starmene zitto. Ero stato scambiato per qualcuno che non ero e oltretutto, mi sentivo davvero strano; era come se fossi stato gettato in una zuppa di pensieri, dove lettere su lettere a formare parole tra pomodori e peperoni, che mi entrava in bocca e mi soffocava dandomi prima un senso di impotenza e poi una vaga leggerezza mentale. Non ce la facevo più ed esclamai: «Smettila, Thomas! Divento matto a sentire queste cose.» Ma Thomas si alzò e mi guardò fieramente dall’alto in basso:

«Così sono gli uomini, non vedono il simbolo neppure se cade loro sul naso. In segno di gratitudine per la sua storia, gliene darò la morale. E’ la dottrina del superamento della morte. Capisce?» – a quel punto del discorso non capisco perché avesse iniziato a parlarmi in terza persona, quasi a tracciare una linea netta tra il suo stato mentale ed il mio. Ma non stava guardando me, guardava oltre di me, guardava qualcun’altro e proseguì leggendo i suoi fogli stracciati – «Non il gran gesto vince la morte, ma il semplice esistere. Il fatto che Keller-Caprese abbia dato un letto al morente e in cambio ne abbia avuto un quadro, ch’egli a ragione considera opera sua, è simbolico. Qualcosa muore per promuovere la vita – è un emblema dell’eternità. La sua storia significa il matrimonio di due mondi, del cielo e della terra e la nascita dell’arte. Questo è senz’altro un pensiero che può farla impazzire. La sua storia insegna che in quanto vi è di più umano, nell’atto animale e divino della copula si nasconde l’eternità e che in esso culmina ogni accadimento. Agisca di conseguenza! La fede che porta al dito mi dice che lei lo può. Io invece voglio rendere omaggio al profeta Keller-Caprese».

Mi ricordo di Keller-Caprese. August me ne aveva parlato prima di diventare Thomas. Sì, perché c’era stata una mutazione nell’animo del mio amico. Una mutazione d’animo che si è poi trasformata in mutazione di persona. August mi disse che quel Keller-Caprese gli piaceva: era la luce ed il buio riuniti, questo voleva dire tanto dal momento che era un pittore (o almeno si spacciava per tale). August mi disse che il freddo umido della cantina (Keller in tedesco, ndt) stava per l’acqua e Capri, col suo caldo secco e vivo, era il colore. E Keller-Caprese il pennello, che lega insieme le due cose. August disse che portava capelli come setole, che sembrava un pennello. E poi aggiunse altro. Aggiunse che il pittore poteva avere in sé una duplice verità: la cantina era la realtà in una sua forma orrenda, con topi e ratti, Capri invece era l’ideale, col sole luminoso e splendore di colori e Keller-Caprese era l’uomo, nel mezzo, come artista. Affascinante, delirio di un pazzo. Mentre ero intento a ripensare alla descrizione del presunto pittore, ecco che venni brutalmente riportato alla realtà, scaraventato su una rete di parole.

«Weltlein. Thomas Weltlein. La prego di perdonarmi e resti a sedere. Mi fa molto piacere conversare con lei. Ma vede, per quanto riguarda la menzogna, ho ragione io. L’intera civiltà posa su di essa, sicuro, senza di essa l’umanità non sarebbe pensabile. Prenda, per esempio, un processo importante come la defecazione – siamo appunto a tavola e di un pranzo come si deve fa parte anche il discorso sullo svuotamento dell’intestino, che è la più indispensabile delle abitudini. Già Lutero nel suo catechismo metteva insieme il nutrimento e la defecazione, si tratta della necessità di svuotare il recipiente se lo si deve nuovamente riempire e, a causa del contagio interiore, al momento di riempire bisogna per lo meno pensare allo svuotare.»

Ero riuscito, a fatica, a portare alle labbra la tazza in fine porcellana col mio tè che subito Thomas riprese:

«Dunque, che cosa ne sarebbe stato del mondo se le madri non avessero insegnato ai bambini che la cacca è una cosa sporca, schifosa e puzzolente. Questa però è una grossolana menzogna. Perché in verità noi non troviamo i nostri escrementi una cosa sporca, non possiamo, dal momento che ce li portiamo in pancia, dal momento che mangiamo lo sterco di vacca trasformato in pane e neppure ne sentiamo la puzza, oppure lei non si tira forse sotto le coperte per godere meglio quel che da lei esce in un soffio, e neppure la cosa stessa ci è disgustosa, perché ciascuno di noi si guarda il suo bello stronzo e ne è contento. Ma…»

Con quel “ma” si dissolse ogni dubbio. Non c’era nessuno. C’erano quattro pareti, un soffitto, un pavimento. La continuità della forma era rotta soltanto dalla presenza di un piccolo rettangolo contenuto in un rettangolo più grande che poggiava sul pavimento. Non capisco come feci a vederlo, perché mi trovavo di fronte ad un oggetto amorfo, una luce abbagliante che si avvicinava e si allontanava. Si avvicinava e si allontanava.

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