Pillola rossa [Club Torino]

Era notte.
Ilta, senza guardarmi mi apostrofò: “Ehi pirla.”
“Pirla che ti passa.”, risposi.
“Sono cento anni. Long time. No call.”
“Il tempo, lunghissimo. Quanto amore che ci avevamo.”
Ilta prese a giocherellare; le mani con qualche oggetto che non riuscivo ad identificare: “Amore? Suvvia. Comunque sei un pirla. Perché non mi parli mai. Non mi parli più.”
“Cavolo, quanto ci siamo sfiorati, toccati…”, commentai.
“Ma dove?”
L’avevo sentito da qualche parte, così le risposi: “In un’altra vita, quando eravamo entrambi gatti.”
“Roba tranquilla…”, disse lei.
“Tranquilla sì. Ma che eccitamento.”
“Tranquilla, a parte… l’averlo fatto davanti a quel nostro amico per due volte.”
“Ehm sì… abbiamo bloccato la crescita a un uomo.”, aggiunsi.
“Ma poi… cosa abbiamo fatto di hard core?”
Volevo rendere l’atmosfera più tiepida: “Niente di hard. Hard core non si comanda…”
“Stupido.”, mi disse. Poi aggiunse: “Credo che tu mi abbia sbattuta forte su una scala.”
“Abbiamo solo fatto all’amore scopandoci… e comunque sì, su una scala, come una principessa. Bei templi.”, dissi io.
Così Ilta, il suo giocherellare si trasformò in un movimento in assenza di movimento: “La memoria mi sorprende. Racconta cosa ti ricordo.”
“Il ricordo più vivido di te è che eri estremamente sensuale. Donna. Particolarmente femminile, e con un sapore buonissimo. Il sapore dei tuoi baci, ‘ste robe qui…”, le commentai.
Non sembrava credere alle mie parole: “Bah…”, disse.
“Il sapore in generale. Ma quello più intimo soprattutto.”, proseguii.
Così Ilta, con una domanda piuttosto retorica mi chiese: “Davvero? Sono buona?”
“Tanto… Odore della pelle, morbida e soffice.”, le risposi sinceramente.
“Cosa si dice in queste occasioni? Grazie?”
“E di cosa?”
“La cosa mi incuriosisce molto… e… Adesso mi vanterò!”
“Devi farlo!”
Gli istanti passavano. Non sentivo più il calore delle mani. Era la prima volta che mi trovavo a contatto con una realtà così priva di colore. L’eccesso di eccitazione aveva provocato l’effetto di togliere il colore alle cose, intorno, e così, anche il calore.
Ilta proseguì a rendere la tinta sempre più assente dal nostro discorso.
“Sono struccata ed in pigiama pronta.”
Come un bambino che vede per la prima volta un trenino, le dissi: “Mammamia, non me lo dire una seconda volta!”
“No make up…”
“No make up, sì party”
“Dimmi, hai voglia? Hai voglia di me?”
“Eh, vorrei… vorrei tanto poterti fare cose.”
“Cosa vorresti?”
Non aspettavo altro. Così le risposi: “Vorrei aprire gentilmente le tue gambe. Piano, con delicatezza. Respirare profondamente il tuo odore.”
“Vorrei lasciartelo fare.”
Restavano soltanto parole, a mezz’aria.
“E avvicinarmi, sfiorando il mio naso con la pelle del tuo interno coscia. E respirare ancora più a fondo la tua pelle. Diciamo in modo sinestetico. Scambierei l’odore soave per una carezza. E poi la carezza la trasformerei in tatto vero e proprio, supportato dalla mia lingua.”
E dopo un istante di silenzio dissi: “Sapore.”

Rimasi in silenzio ancora per qualche istante.

“Interessante”, disse Ilta.
“Sapore che sentirei solo abbracciando l’umore della tua pelle”, proseguii io.
“E a seguire?”
“Sarebbe un antipasto sublime, gusto che ruberebbe alla vista il primato del senso più eccitabile. Le mani ti sfiorerebbero, a un tempo, l’altro interno coscia, dandoti una sensazione mista, sbilanciata. Toglierti l’equilibrio mi servirebbe per darti movimento, per iniziare a farti descrivere un desiderio. E mentre tutto ciò avviene sotto la tua carne… Farei combaciare le mie labbra con le tue. Prima in un solo, deciso, poggiare la bocca sulla tua vagina. Poi in un lento e diretto aprire il tuo sesso con la lingua, dall’alto verso il basso e viceversa, inesorabilmente.”
E lasciai il respiro strozzato nella gola mentre osservavo, impaziente, Ilta. Poi continuai.
“E senza, da principio, esagerare. Ma non appena il tuo sapore si trasfonderà nella mia mente, sarà impossibile fermare la decisione con la quale spingerò la mia lingua, a fondo, dentro la tua carne.”
La mia amante stava tremando.
Gli occhi, chiusi, lasciavano intendere che lo sguardo era dritto e penetrante dentro i miei organi.
“Farei una scorpacciata sublime di ciò che nascondi nella tua carne, intima perché la tieni soltanto per te. La lingua, la mia lingua, la muoverei con la stessa veemenza di un uomo, la testa immersa nell’acqua, che fa di tutto per salvarsi dall’asfissia.”, proseguii. “Prosciugherei, insomma, ciò che tieni così nascosto. Prezioso, vorrei dire, ma è piuttosto inafferrabile. Perché sento che più mi nutro della tua essenza, più la tua essenza mi sfugge. Ti stringerei le mani, che, arroganti, cercherebbero i miei capelli. Li cercherebbero se non le fermassi prima… e utilizzerei la forza con la quale le muovi, per penetrarti ancora più a fondo.”
Ilta era in un momento di difficoltà. Avrebbe voluto toccarmi, lo sentivo da come gonfiava il petto in maniera aritmica. Sentivo che qualcosa, nella sua intimità, stava cambiando.
Non avevo pietà e continuai: “Vorrei estrarre la tua linfa vitale a forza dei colpi della mia lingua, a forza di succhiare il tuo succo. Non ti lascerei muovere né dimenarti. Ti prenderei le mani, mettendotele dietro la schiena e sul tuo sedere, e poi spingerei ancora più forte la tua fica contro il mio viso.”
Finalmente il suo carattere venne fuori.
“Non dureresti cinque secondi… Saprei divincolarmi. Ti soffocherai con il mio sesso.”
Non aspettavo altro che iniziare a lottare.
“La mangerei, la userei con la bocca, la leccherei sfiorandola. Mi lascerei soffocare, ma non morirei fino a quando non ho avuto tutta te stessa. Al momento in cui la tua resistenza è massima, lascerei la presa e, con una mano, mi stringerei forte il pene e lo farei gonfiare di sangue fino a farlo esplodere.”
Non mi accorsi che era proprio ciò che stavo facendo in quel momento.
Con quel rigonfiamento, proseguii: “E non userei alcuna delicatezza nei tuoi confronti, mentre accompagno il mio sesso dentro la tua bocca. Forte e giù in gola, sin dal primo momento che tocca le tue labbra.”
Stavo letteralmente scoppiando.
Impercettibile, dalla sua bocca uscì un sospiro che somigliava a “Sono estasiata”, ma non riesco a ricordare se l’avesse detto veramente.
Quindi tornai per un attimo a terra: “La scrittura è solo la brutta copia di quello che ti farei.”
Ilta commentò così le mie parole: “Non ho la delicatezza, ma ti prego fatti una sega.”
Dovevo risponderle qualcosa come: “Che cosa ti cambierebbe?” oppure “Godresti a sapere che vengo mentre penso a come possederti?”
Ma scelsi di rimanere in silenzio.
Silenzio che durò molti istanti, tanto da amplificarne il rumore.
“Galvanizzante”, ruppe il silenzio così Ilta.
Mi accorsi che mi stavo toccando. E lei mi guardò con un tono interrogativo.
“Il tuo orgasmo sarebbe mio”, disse. “Il movimento delle mani…”, aggiunse.
E poi, quasi facendo esplodere l’aria: “Vorrei vederti”, mi disse.
“È buio. È tutto buio.”, risposi.
“Puoi fare meglio di così”, mi apostrofò Ilta. “Voglio vederti nudo, adesso!”
L’aria era diventata pesante, insostenibile. Ilta stava avendo la meglio: “Voglio vedere ora, più duro!”
Le uniche parole che utilizzai per difendermi furono queste: “Bacialo allora.”
E lei mi distrusse con poche sillabe: “Non voglio che tu venga.”
“Cosa vuoi allora?”, chiesi.
“Voglio vederti esplodere”, mi rispose Ilta.
Ci stava riuscendo.
Senza permettermi di parlare disse: “Vieniti addosso.”
Stavo impazzendo, la implorai: “Promettimi che berrai tutto!”
E, con una tranquillità tutta notturna, mi diede un consiglio: “Ora sei da solo, dovrai farlo tu stesso. Potrei starti nuda addosso sul ventre bagnato.”
Mi aveva graziato, proprio quando stavo per rinascere. “Lo vorrei”, dissi.
Stavo per venire.
“Vienimi addosso”, mi concesse finalmente Ilta.

Davanti a me non c’era nessuno. Non c’ero nemmeno io.
Stringiamoci. Adesso!

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