Il saccheggio

Poiché l’egemonia è fondamentalmente autoaffermazione di potere, per comprendere come è accaduto che le corti statunitensi si siano assegnate questo ruolo globale, occorre guardare al diritto americano e non ad altre fonti. La Costituzione americana, redatta nel 1787, riflette le credenze relative al diritto naturale che dominavano la dottrina del XVIII secolo. Uno dei dogmi era quello dei diritti individuali, che andavano riconosciuti, tutelati e rivendicati sempre e comunque tanto negli stessi Stati Uniti quanto all’estero. Gli americani che hanno preparato la Costituzione, insieme a quelli della generazione successiva, hanno poi dato sostanza a questo principio anche attraverso la formulazione del diritto consuetudinario internazionale, come appare dall’Articolo III della stessa, interpretato in modo da estendere la competenza dei tribunali federali anche ai ricorsi giudiziari di diritto internazionale basati sulle consuetudini oltre a quelli basati sui trattati. Il Congresso ha ulteriormente esteso la giurisdizione dei tribunali federali USA attraverso l’approvazione di una varietà di leggi, compreso il cosiddetto Alien Tort Claims Act (legge sulle cause per illecito civile intentate da stranieri), introdotto alla fine del XVIII secolo e ampiamente usato al giorno d’oggi per attirare negli USA i casi internazionali.

Questa legge, le cui origini rimangono piuttosto oscure, è stata praticamente ignorata per quasi duecento anni, ed è improvvisamente riapparsa con il caso Filártiga v. Peña-Irala (1980), in cui il tribunale decretò che il fatto per cui veniva fatto ricorso – un cittadino paraguayano torturato da un ufficiale paraguayano – violava il “diritto delle nazioni” (ius gentium) e che, secondo l’Articolo III, il diritto delle nazioni era direttamente incorporato nella common law federale.
In questo modo fu data espressione al potenziale delle corti USA, già chiaro ancorché allo stadio embrionale, di riparare i torti commessi in tutto il mondo, e con ciò proteggere i diritti naturali individuali. Poiché ogni giorno nel mondo accade che i diritti naturali vengano violati, in contrasto con le norme del diritto internazionale chiaramente stabilite, ciò trasformerebbe gli USA, almeno in teoria, in un tribunale competente per tutti i torti del mondo.

Nel 1996 ha inizio una vera e propria esplosione di cause collegate all’Olocausto, e il fenomeno ha acquistato una visibilità mondiale. Oggi sono citate in giudizio negli USA un gran numero di società con sede europea attive nelle assicurazioni, nelle banche e nell’industria, come anche entità statali europee (per esempio l’Austria o il Vaticano), e sono rappresentate da avvocati coinvolti in diversa misura in centinaia di ricorsi che riguardano fatti avvenuti più di mezzo secolo fa. Per la distanza nel tempo e nello spazio dei fatti per cui si chiede il giudizio e per la natura di questi ricorsi a sfondo tanto giuridico quanto politico, la controversia sull’Olocausto è l’episodio più estremo ed emblematico di una tendenza nelle controversie internazionali che vede le corti USA autopromuoversi come i giudici de facto della storia mondiale.

L’atteggiamento delle corti USA viene adesso percepito come uno dei fenomeni più rilevanti dell’imperialismo giuridico per come queste impongono gli standard americani non solo nel diritto sostanziale (che rispetto a questi eventi terribili sono comunque ampiamente condivisi da tutte le nazioni) ma anche nella procedura e nella cultura giuridica. Paradossalmente, mentre da un lato le corti USA offrono un rimedio giudiziale a casi estremi di saccheggio storico, dall’altro svolgono un ruolo di primo piano nella costruzione dell’egemonia giuridica americana e della legalità del (che legittima il) saccheggio attuale.

Il saccheggio – Ugo Mattei, Laura Nader

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