Il corpo suda

Mamma e Papà

Mamma e Papà

Silenzio.

Oh! C’è una musica assordante. E quali sono le note che ricalcano il sudore delle mie lacrime? Me ne sono restato fermo ad ascoltarle mentre dal naso perdevo sangue trasparente. Temo che ogni goccia di sangue, prima di posarsi a terra emettesse un ultimo grido sommesso. Soltanto il tempo può dirmi se mi sono sbagliato oppure no. Nonostante tutto, i rimorsi si prendono la mia coscienza e la sbattono, violenti, contro un muro ricoperto d’edera.

Rapido è l’incedere dei miei passi che ripercorrono gli stessi miei passi che ho appena percorso. Solo. L’ho scritto io questo manifesto d’indipendenza. La scienza non la si può regalare. A restare su una spiaggia cosa si rischia? Chi ha mai detto che si rischi qualcosa nel vivere? Vi rendete conto troppo poco spesso del rumore delle onde. E vi rendete conto troppo tardi del canto dei gabbiani.

Sorrido con l’anima, con gli occhi, con tutta la pelle [che piange], ed offro al paese che emana profumi altri sensi che non allora, sensi più sottili, più silenziosi, più affilati, più esercitati, anche più riconoscenti. Tutto questo oggi mi appartiene più di allora, mi parla con maggiore ricchezza e con centuplicate sfumature. La mia nostalgia inebriata non dipinge più colori di sogno sulle velate lontananze, il mio occhio si accontenta di ciò che c’è perché ha imparato a vedere. Il mondo si è fatto più bello da allora.
Il mondo si è fatto più bello. Io sono solo e non soffro di esserlo. Non desidero niente altro. Sono pronto a farmi abbrustolire dal sole. Sono bramoso di maturare. Sono pronto a morire, pronto a rinascere.
Il mondo si è fatto più bello.

Dove dormirò stanotte? Cosa guarderò appena mi sveglierò? Perché sono qui, quando non so dove mi trovo? C’è una musica assordante in questa stanza. Zanzare che volano e che lasciano il respiro vuoto; torno a me stesso adesso. E so di poter contare sul mio sudore. Ore passate a connettere le sinapsi. Si passa ore a tentare di sconnetterle ma, io, non ci riesco. Esco dal mio nido, dalla mia alcova, per scoprire il mondo nuovo. Di nuovo.

Dove dormirò questa sera? Non ha importanza. Cosa fa il mondo? Vengono trovati nuovi dèi, nuove leggi, nuove libertà? Non ha importanza. Ma che quassù ancora una primula fiorisca e una patina argentea rivesta le foglie, e che morbido il vento canti sommessamente giù in basso, tra i pioppi, e tra i miei occhi ed il cielo un’ape dorata ondeggi e sussurri,— questo ha importanza. Essa sussurra la canzone della buona sorte, sussurra la canzone dell’eternità. La sua canzone è la mia storia universale.

Le lacrime, trovarle soltanto quando si perde. E il corpo suda. Da me lacrime si nascondono sotto a un’allergia psicologica perché non hanno coraggio di scorrere spontanee dai pori della pelle, sotto le ascelle. Le mie lacrime percorrono sentieri di spine: sono uscite da un paradiso artificiale. Le lascio stare, sono soggetto ad amare. E pensare che l’antitesi non esiste.

Chi proviene da una devota famiglia protestante deve percorrere un lungo cammino prima di giungere a questa preghiera. Egli conosce l’inferno della coscienza, conosce gli aculei mortali dell’inimicizia con se stesso, ha provato lacerazioni, tormenti, disperazioni di ogni genere. Alla tarda fine della lunga via vede con stupore quanto semplice, infantile e naturale è la beatitudine che ha cercato su strade tanto spinose. Ma i sentieri di spine non ci sono stati invano. Chi è ritornato in patria è una persona diversa da quella che è sempre rimasta a casa. Egli ama più intimamente ed è meno soggetto alla giustizia e alla follia. Giustizia è la virtù di chi è rimasto a casa, una virtù antica, una virtù primordiale. Noi che siamo più giovani non possiamo utilizzarla. Noi conosciamo una sola forma di gioia: amore, ed una sola forma di virtù: fiducia.

Allora, dove va a finire tutto il mio amore? Reagisco allo statico che mi intimorisce a colpi di amore e di fiducia. Allora, dove va a finire tutto il mio amore? Resta impassibile di fronte ai colpi contro il muro. Rompo gli schemi interni per far evolvere il mio pensiero, per capirci di più, di me. E mentre tra le mani tengo l’amore e lo scaglio contro la parete, nell’altra mano sempre la fiducia stretta stretta, mi accorgo di non essere mai invecchiato. A Torino o in qualsiasi parte del mondo, c’è il mare. Resta a me, scoprire dove si nasconde. È tra le onde che invecchia il mare. Resta sempre giovane, all’apparenza, ma sono solo onde quelle che riesco a vedere.

A sera vanno le coppie di amanti
lentamente attraverso il campo,
donne sciolgono i loro capelli,
commercianti contano i soldi,
sul giornale della sera leggono ansiosi
i borghesi le novità,
fanciulli agitano piccoli pugni
dormono sonni profondi e lunghi.
Ognuno compie le proprie azioni
adempie al sublime dovere,
borghesi, poppanti, coppie di amanti —
eccetto me?

Certo! Neppure delle mie azioni serali
delle quali sono schiavo
lo spirito del mondo può privarsi,
anch’esse hanno un senso.
E così affondo e risalgo,
danzo nell’intimo,
canticchio sciocchi canti di strada,
lodo Dio e me stesso,
bevo vino fantasticando
di essere un pascià,
avverto noie ai reni,
sorrido e bevo anche di più,
dico di sì al mio cuore
(al mattino non è possibile)
da dolori del passato
giuocando intesso una poesia,
vedo la luna e stelle ruotare,
ne percepisco il significato
e via con loro mi sento andare
non importa dove.

Le parole scritte qui sono di Hesse, le altre, le mie.

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