L’Europa e l’inerzia

Slavoj Žižek

Slavoj Žižek

Oltre a parlarci di cinema in modo informale e divertente nel suo The pervert’s guide to cinema, Slavoj Žižek continua a deliziare il nostro palato con dei pensieri contro corrente che ci esaltano (o almeno esaltano me), in momenti storici di estrema stagnazione mentale e psicologica. Il nostro Slavoj, sloveno di nascita e capo ricercatore in sociologia all’Università di Lubiana, apre un articolo del Der Spiegel con questa frase: “Io sono comunista perché non c’è un’alternativa migliore, la situazione in Europa mi esaspera”, seppure cosciente che “un ritorno al comunismo sarebbe impossibile”.
Questo è un pensiero che ricorda il morettiano “io sono un comunista, ecco chi sono, sono un comunista”, affermazione fuoriuscita da uno stato di incoscienza dopo un incidente (facile il dualismo con l’incidente del capitalismo). E tuttavia, anche se il ritorno al comunismo sarebbe impossibile, Slavoj dice che non c’è alternativa possibile in Europa se non quella di essere comunista. Ciò che mi ha incuriosito e mi ha fatto sentire meno globalmente solo, però, è stato un altro passo del suo intervento: “le quattro grandi sfide del sistema capitalista globalizzato sono: il riscaldamento climatico globale; le conseguenze visibili della ricerca biogenetica; la mancanza di autoregolamentazione dei mercati finanziari e il numero crescente di coloro che rimangono fuori dalla ripresa economica”.

La mia curiosità è stata solleticata più dall’ordine delle sfide che dalla selezione accurata delle stesse. Al primo posto Slavoj pone il riscaldamento climatico globale, problema apparentemente indipendente da un partito politico o un altro, e tuttavia assolutamente politico. Finalmente qualcuno che grida fuori dal coro. Ma perché il clima dovrebbe essere la prima grande sfida del sistema capitalista globalizzato? Il filosofo sloveno ci lascia, con questa frase, liberi di riflettere sul peso della politica ambientale sulla società e sul nostro futuro. Le scelte politiche nel nostro sistema ormai si riducono a scelte economiche, o peggio, finanziarie. Per rendercene conto basta pensare al fatto il PIL è estensivamente utilizzato come l’indice del benessere di una nazione. Il benessere di una nazione dovrebbe intendersi come la prosperità e la buona salute della società e dei singoli cittadini che vi abitano. Sembra superfluo da dire, ma non si può pretendere di misurare la felicità di un gruppo di individui basandosi soltanto su considerazioni economiche. Eppure si continua a ragionare così. Ancor peggio se si pensa a come viene istituito il regime di legalità nella società occidentale. Senza stupirsi troppo, anche lo stato di legalità è assoggettato all’economia e alla finanza. Prendiamo l’esempio della centrale di Vado Ligure. La centrale elettrica è stata chiusa nella primavera del 2014 per il “mancato rispetto di alcuni limiti imposti dall’Aia”. Seppure la Tirreno Power avesse rispettato questi limiti, dovremmo convenire che il danno ambientale ci sarebbe comunque stato. Eppure una corte ha stabilito dei numeri che permettono ad alcune aziende di guadagnare, speculando sul benessere (quello reale) di tutti i cittadini, e di inquinare legalmente. Diverso sarebbe il discorso se i limiti imposti fossero stabiliti sulla base di un’analisi effettiva del problema dell’inquinamento. In altre parole, il regime di legalità, essendo assoggettato alle leggi predominanti del mercato, garantisce il mantenimento di uno stato di diritto atto a tutelare il privato, e a perseguire il benessere, quello economico naturalmente. Per quanto si possa dibattere sul regime di legalità, si può senz’altro affermare che se l’insieme di norme e leggi fossero stilate seguendo e perseguendo la tutela dell’ambiente e della salute degli esseri che lo abitano, di sicuro avremmo altro di cui preoccuparti e da quattro, le grandi sfide proposte da Slavoj si ridurrebbero quanto meno a tre.

L’intervento del filosofo sloveno si conclude con una forte affermazione: “la principale minaccia per l’Europa è la sua inerzia, la sua chiusura in una cultura caratterizzata dall’apatia e un relativismo generalizzato”, argomentando ancora: “io sono convinto che abbiamo bisogno più che mai di Europa. Immaginate un mondo senza Europa: rimarrebbero due poli. Da un lato, gli Stati Uniti con il loro neoliberismo selvaggio; dall’altro, il cosiddetto capitalismo asiatico con le sue strutture politiche autoritarie. Al centro, la Russia di Putin che vuole costruire un impero. Senza l’Europa, perderemmo la parte più preziosa del nostro patrimonio, all’interno del quale la democrazia è un compromesso con la libertà d’azione collettiva, in caso contrario l’uguaglianza e la giustizia non sarebbero garantite.”

Ancora prima che di Europa, penso che abbiamo bisogno più che mai del nostro Mondo, della nostra libertà e del diritto di viverci bene.

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