A Japan diary – Day 14

27.08.15 – Nikko

Maturità dell’uomo
significa aver ritrovato
la serietà che si metteva nel gioco
da bambini
Friedrich Nietzsche

Le condizioni atmosferiche si sono ristabilite.
I tifoni hanno risparmiato Ōsaka. Tuttavia non hanno risparmiato la mia voglia di visitare Oboke e Koboke nello Shikoku. Ho dovuto rinunciare anche a percorrere la Shimanami Kaido, l’autostrada per biciclette che, con ponti dedicati e piste ciclabili, attraversa l’arcipelago tra l’Honshu e lo Shikoku. Questo sì che è stato un colpo. Ancora non ho appoggiato il culo su un sellino da quando sono partito e non pedalare, per me, è come recidere le ali ad un uccello.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

Lascio da parte le malinconie e mi muovo verso una nuova tipologia di connessione col mondo nipponico. Sento la necessità di essere scoperto, più che di scoprire. E allora lascio che la mia irrazionalità abbia il sopravvento. Consulto la mappa e decido di dirigermi a Nikko. Nikko è una località piccola e molto conosciuta. Probabilmente la meta di pellegrinaggio più frequentata dai turisti giapponesi. Il motivo c’è, anzi, ce ne sono diversi. L’aria è spessa e da ogni fettina che si taglia esce un sangue rosso e denso di magie, profumi, superstizioni, colori, sentimenti, rispetto. Cammino affascinato al fianco dei torrenti impetuosi, rumorosi. Cammino in mezzo alle persone che lavorano meticolosamente per pulire le strade; per mantenere quell’ordine che è innato nella cultura giapponese, quell’ordine così lontano dal teutonico ordine tecnologicamente ed ingegneristicamente imposto alla natura.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

Io resto incollato alla natura. Io pendo dalle labbra del verde che mi circonda e non lascio che mi trasciniate giù nelle vostre perversioni, nei vostri asettici libri di storia. Io credo nella mitologia. Io credo che le scappatelle di Zeus siano molto più profonde e pregne di significato rispetto a ogni libro di storia moderna. Ciò che trascura il mito non è degno di alcuna nota.
Qui riesco a respirare il mito finché rimango agganciato al dirompente impeto della natura che urla la propria vendetta sotto le pietre ordinate dall’uomo, lasciandomi alle spalle le pretese superiorità di un essere che è ancorato e proveniente dalla natura stessa. Arrivo ad avere il divino dentro di me, proprio quando la felce che scansa una pietra per guardare il sole, scansa anche le pietre che occultano il mio cuore.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

Ogni storia ha una fine. Tuttavia la mitologia non ha una fine, così come non possiede un inizio. Nel mito nascono i bambini, non nelle pance delle madri (senza nulla togliere alle loro fisiche, terrestri, generatrici).
Mi accorgo che nella meditazione di questi luoghi non sono solo. Non perché ci siano altre persone. Quelle ci sono dappertutto. Alcune però sono presenti. Si tratta della stessa differenza che c’è tra guardare e osservare, tra leggere e capire, tra fatti e materia.
Ho addirittura trovato un altro luogo di me, in questo posto. Ciò ha dell’incredibile, del fantastico, tanto da farmi pensare che forse sto sognando. E invece quell’anziano signore è lì, che capisce, pensa ed interpreta le lettere che lascia scorrere sotto i suoi occhi. Lui è seduto, io sono in piedi e, dopo qualche passo, capisco di nuovo di non essere solo.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

Stavolta non è il pensiero silenzioso di un uomo a risvegliarmi dal torpore dei miei passi, ma il sorriso e le parole (a me incomprensibili) di una bambina che corre di fronte al Kara-mon.
La sua corsa (o la sua risata) è come un coltello che fende l’aria pesante che si respira nei luoghi popolati dagli adulti. La coltellata va dritta al centro vitale della morte che portano dentro di loro. Si può uccidere la morte? Gli adulti vorrebbero farlo: uccidere la morte, cancellarla per vivere per sempre. Ma non capiscono che stanno soltanto cercando di fare il suo gioco, quello della morte stessa.
I bambini invece questo lo sanno e giocano a vivere la vita seriamente, senza pretendere di far vivere la vita, ma di viverla e basta. Tutto ciò che dovremmo imparare da loro è quello che occultiamo ogni giorno a noi stessi.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

E allora, 3, 2, 1 via alle vostre 8 ore quotidiane: scaricate la vostra responsabilità, quella che avete nei confronti di voi stessi. Invece di giocare, vi prendete in giro. E quando fate il conto delle ore è troppo tardi per essere.
Una linea verticale, altre che parallelamente corrono al suo fianco, delimita la simmetria del bene e del male. Un lato sembra identico all’altro. Ogni scelta sembra differente all’altra, ma ognuna di esse porta all’apice che è, guarda caso, lo stesso punto. Lì in alto, nel paradiso o giù in fondo all’inferno cristiano è lo stesso. Si dà un nome differente alla propria paura di morire nel cristianesimo, ma sempre di quello si sta parlando. La vera rivoluzione della religione sarebbe quella di non spaventare più gli uomini ma di insegnare loro ad affrontare e poi sopportare il peso delle loro paure.
Dovremmo di nuovo prendere esempio dalla spensieratezza dei bambini, di noi stessi d’altro tempo, per affrontare il nostro problema più grande; potremmo iniziare, capendo che quelle linee, tutte quante, portano esattamente allo stesso punto. E allora scegliamole più per la loro forma che per il loro destino ultimo. Non esistono linee parallele, non esistono destini separati; tutto è connesso, per quanto ci insegnino ad essere individui.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

Io ho imparato ad essere individuo tanto quanto ho imparato ad essere razzista. La provocazione della società mi vorrebbe tale. Mi invoglia a salire su una ruspa e a spianare le differenze che ci sono tra le culture ed etnie per affermare un terreno, ormai ridotto a steppa, dove l’unica cosa che cresce è un sistema ben definito, tecnicamente impeccabile di uguaglianze. Il miglior amico dell’annichilimento è l’uguaglianza.
Che bello quel micio che dorme sopra lo stipite di una porta. Quella porta conduce a un sentiero, verde, umido e pieno di passi leggeri e curiosi. E lì c’è quel gattino che riposa. Il neko-chan è amico dei giapponesi. Molti di loro vengono a Nikko soltanto per vedere il micio e per salutarlo sotto la porta (senza contare l’innumerevole numero di giappi che si ferma sotto quegli zampini dormienti a farsi dei selfie). Vorrei svegliarmi, ma il sogno che mi ha rapito è più forte della mia coscienza e devo rimanere presente nel sogno. Devo essere sveglio nel sogno.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

Ma perché dividere il sogno dalla realtà? Perché noi umani lo facciamo? Per lo stesso motivo per il quale sentiamo la necessità di dividere il conscio dal subconscio. Questo è un sotterfugio piuttosto eclissato dalla nostra morale. Il peso che saremmo costretti a portare, se trattassimo i fatti del subconscio come se influissero davvero sulla nostra vita, sarebbe troppo grande e rischieremmo di vivere davvero (cosa che ci guardiamo bene dal fare per evitare di regredire, di tornare bambini, quali eravamo e che adesso guardiamo troppo spesso con stupidità).
Non trovo più spunti di riflessione nel mio incedere nei templi di Nikko.
Non lo trovo perché sono io stesso un sotterfugio. Infatti riesco a guardarmi dall’esterno mentre cammino, guardando ciò che accade attorno a me. Questo momento è eterno e perciò non esiste già più.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

In cuor mio ho imparato a osservare.

Il mio osservare non è solo guardare. A dirla tutta ho trattato l’osservazione allo stesso modo del guardare, e l’ho fatto per molto tempo. Credo che la trasformazione da guardare ad osservare sia avvenuta nel momento in cui ho imparato a trattare il certo come un forse. Non c’è stato un momento esatto in cui riesco a delineare questa metamorfosi. Riesco ad affermare che il momento non è mai stato proprio perché riesco a trattarlo come un’eventualità e non come una certezza.

Di fronte a me ci sono tre ragazze sotto un torii. Quanta bellezza in questa immagine. Nella fotografia non c’è nessuna innovazione compositiva o di colore. La canonica cornice nella cornice compare a contenere le tre sagome, due in posa, che mi danno le spalle, mentre la terza è di lato rispetto a me. Però riguardare questo scatto mi trasforma in quella ragazza che sta immortalando le sue amiche. Adesso io non sono io.

E non sono neanche adesso.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

Non sarei mai venuto a Nikko in questo viaggio. Avrei potuto dimenticare ciò che questi luoghi stanno cercando di farmi ricordare. Traggo un ulteriore insegnamento dai tifoni: è giusto che siano venuti a cercarmi. Li ho fuggiti, come un codardo, e, non accettando la loro sfida, in realtà ho scoperto altri segreti che la mia mente mi aveva occultato, ma che erano proprio davanti ai miei occhi. Peccato che non riuscissi a vederli perché avevo il fuoco su altro.

Adoro rubare le foto di altri.

Le famiglie si mettono in posa mentre qualcuno le fotografa, o un componente della famiglia stessa oppure qualcuno da fuori. Lo scatto che ho scelto ritrae un papà che tiene in braccio una bimba, che, scompostamente, si adagia tra le braccia sicure del padre e osserva con sguardo sonnolente che mal cela un po’ di curiosità. Vicino a lui, una bimba mostra uno sguardo severo e deciso mentre tiene col braccio destro una spada giocattolo. Quello sembra lo sguardo di un ninja, di un guerriero più che di una bimba. Il piede sinistro è appena sollevato e poggia sul lato esterno a dare un equilibrio ancora più arrogante, alla posa già fredda e fatale della bimba.
Le famiglie mi fanno sentire la necessità di pensare. E allora cammino verso la fine della giornata pieno di pensieri che non mi va di scrivere né mi va di ricordare.

Nikko – Japan – August 27, 2015

Nikko – Japan – August 27, 2015

L’ultimo pensiero della giornata lo voglio abbandonare all’interno di questo giardino privato in perfetto stile giapponese. Sembra di essere all’interno di un parco, a sua volta contenuto in un museo. La giornata che volge al termine non è un granché. A tratti ha anche piovuto, ma ciò non ha interferito col mio stato d’animo e ha lasciato la sequenza di pensieri completamente inalterata rispetto a ciò che sarebbe dovuto essere, ossia qualcosa di totalmente differente da questo.

Il pensiero che abbandono qui è ancora rivolto al relativismo. Penso a come un astronauta veda l’inganno del giorno, quando è in orbita sulla terra. Se per giorno si intende quell’arco di tempo in cui il nostro angolo di terra viene illuminato dal sole, allora basta guardare fuori dall’oblò per capire che il giorno è eterno.
Proprio come la notte.

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2 responses to this post.

  1. Posted by Sakumi on ottobre 13, 2015 at 08:16

    Che bello questo articolo, ho iniziato da questo ma li leggerò tutti.

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    • Ciao Sakumi e grazie. Ho degli alti e bassi: dipende dall’ispirazione del momento. Sono contento se dai uno sguardo anche agli altri giorni del diario e a quelli che verranno… 😊

      Rispondi

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