A Japan diary – Day 18

31.08.15 – Kamifurano

La nave, la nave, la nave va nel mare
Porta con sé le delusioni che non riusciamo a dimenticare
Maledetta nave
Maledetto mare
Bugo

Oggi mi trovo a pensare a come gli uomini distruggono una lingua.
Gli italiani sono i migliori per prendere una lingua e per tagliuzzarla, farla sanguinare.
“Impianto selfizzato”. Mi ricordo di questa scritta, fuori da una stazione di carburante. Impianto selfizzato… questa è una coltellata dritta al petto dell’italiano (della lingua); non lo dico con tono reazionario, conservatore, la lingua cresce, si evolve, altrimenti saremmo ancora qui a parlare a versi, come gli animali.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Certo che impianto selfizzato fa proprio male.
Ci sto pensando mentre colgo le patate sul campo di Tanaka-san. Sono insieme alla famiglia, una famiglia allargata, bella. C’è Tanaka, sua moglie, il figlio insieme a sua moglie e una ragazza che viene ad aiutarli. E poi ci sono i wwoofer. C’è Leroy, il sudafricano, poi Lucille, la francese, An Sso, la coreana. Poi ci sono io. C’è il silenzio e la fatica su quel campo.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Io mi sento come il TP53 della lingua italiana. E sento il bisogno di riprodurmi anche per epurare la lingua da tutto questo bisogno di superficialità.
Impianto selfizzato…
Mi sembro Moretti nel suo capolavoro “Palombella Rossa”. Il mio atto terroristico sarà quello di strappare la parola “selfizzato” da quel cartello prima o poi.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

La giornata si alterna tra momenti di fatica, di divertimento. Il tutto scandito dalle pause tè.
Tanaka-san ci fa fermare e alle 10.30 in punto ci invita a radunarci verso il bordo del campo. Spegne il motore del trattore, scende e ci raggiunge. Con il suo “tea time”, il tempo si ferma e con lui anche tutto il resto della famiglia.
Sento che mi mancherà quel momento. Sento che mi mancherà il sentir parlare giapponese, tutti attorno a me (compresi i miei compagni wwoofer). Tutti tranne me. E nonostante non capisca una parola di quello che dicono, non mi sento affatto escluso né lontano da casa. Anzi, in un certo senso mi sento parte di questa famiglia e non sento alcun peso.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Mi piacerebbe conoscere la lingua. Mi piacerebbe essere in grado di parlarle tutte le lingue. Chissà cosa succederebbe ai miei neuroni, alle loro connessioni. Sarei in grado di capire meglio il mondo se sapessi parlare tutte le lingue; ma cosa ne sarebbe della mia curiosità? Più che essere in grado di parlare una lingua, vorrei essere in grado di ragionare in una lingua. Quello è il momento in cui si può dire di aver raggiunto un nuovo grado di apertura. Saper solo parlare non serve a nulla. Bisogna saper sentire cosa ha da dirci una lingua, anche se questo sì che è difficile.

Ho finito di lavorare per oggi e dedico il mio tempo per passeggiare nei dintorni della Chinita Farm con la mia macchina cattura-immagini.
Sotto il sole che sta per tramontare, incontro tre ragazzi. Una coppia è vestita come se dovesse sposarsi, lì, in mezzo alla campagna. L’altra persona è una ragazza con una fotocamera che li riprende mentre si atteggiano da promessa di matrimonio.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Parlandoci mi sembra che siano cinesi. Pare che siano lì in un piccolo alberghetto (di fatto una stanza), proprio di fronte alla casa dei wwoofer.
La ragazza mi invita al loro barbecue per la sera. Valuto la proposta, ma poi non andrò: ho voglia di restare a parlare con i miei nuovi amici.
Leroy è molto sulle sue. Parla poco, lentamente. Anche Lucille è sulle sue e gira per la casa, disinvolta, come se vivesse lì dentro da anni. An Sso mi incuriosisce: ha un viso dolce e una buona pronuncia inglese.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

A dire la verità pensavo che saremmo stati accolti nella casa insieme a Tanaka-san e famiglia, nella casetta in legno circondata da alberi e campi.
Mi trovo a scrivere sul diario, mentre sono seduto sul divano della dimora dei wwoofer. Avevo bisogno di lavorare questa terra. Perché decidere di lavorare in vacanza? Raccogliere le patate è un lavoro duro e poco gratificante. Un lavoro che avrei potuto fare ovunque al mondo e invece ho deciso di venire a farlo in questo angolo di mondo diametralmente opposto all’Italia. Ma perché? Potrei girare la domanda: perché non avrei dovuto decidere di farlo?

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

A volte penso sia giusto prendere delle decisioni con gli occhi bendati. O più che con gli occhi bendati, con gli occhi coperti dalle mani in modo tale da lasciare qualche piccola fessura per intravedere cosa c’è di là. In questo modo mi trovo a decidere alcune volte. In questo modo trovo dei modi interessanti ed alternativi di vivere.
Ci provo spesso a decidere senza vedere e i risultati sono sempre qualcosa di sublime.

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