A Japan diary – Day 19

01.09.15 – Kamifurano

Ci arriverò,
o indicherò agli altri la strada per arrivarci
Anton Čechov

È settembre e sono 19 giorni che mi trovo su quest’isola.

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

A prescindere dal fatto che non vorrei essere in nessun’altro posto, stare qui è particolarmente famigliare. Cosa dovrei fare per rendere la mia permanenza ancora più vicina alla cultura in cui mi trovo immerso?
La terra. Probabilmente devo toccare la terra. Probabilmente dovrei mangiarla, la terra. E dovrei immergermi nell’humus, negli interstizi che ne pregiudicano la compattezza. Essere costretto, per evaderne. E poi per capire cosa mi aspetta nel mio futuro. Ma cosa ne sappiamo noi del futuro? Ma quello che viviamo è presente, passato o futuro? Perché abbiamo questa necessità di distinguerlo? Serve veramente?

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

La cosa più indicata da fare per capire è tastare il terreno, esserne parte.
Lo sapevo che infine avrei raggiunto l’apice del pensiero semplice. Osservare, amare, invadere gli altri coi propri sentimenti. Leggere e scrivere più che parlare. Parlare toglie lo spazio al pensiero.

Il mio è un pregiudizio.

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Indicami la via più facile da percorrere per essere quello che non sono mai stato. Indicami la via più breve verso il pregiudizio perfetto. E poi, per favore, abbandonami lì insieme a tutti i pensieri che usano verbi imperfetti.

Nuvole e libellule attraverso l’Hokkaido. Questa immagine è lì, e lì rimane. Il ricordo è futuro. Il ricordo è la mia proiezione verso l’anticipo del tempo. La mia presenza risiede nell’attuale, ma l’attuale che cosa comporta?

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Mi sento più solo del solito. Sono venuto a lavorare qui. Patate. Tutto il giorno ミックジャガイモ, cioè una qualità di patate (jagaimo) che si chiamano mikku. In pratica Mick Jagger. Con l’australiano siamo stati a ridere almeno mezz’ora su questa cosa.

Ho preso in prestito una bicicletta a Tanaka-san. E ho preso a pedalare.
Mi mancava un sacco pedalare. E mi è mancato da 12667 giorni. Però non lo ricordo. Così come non ricordo molte altre cose, mentre il sole si spegne in faccia al Daisetsuzan.

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Dicevo le patate.

Coltivare, innaffiare, cogliere. Tutte azioni che comportano crescita, cura, amore. Sono queste azioni che danno il senso della crescita, il senso dell’approccio culturale che cercavo. Ecco perché lavorare serve a entrare empaticamente con la cultura di un popolo. Perché lavorare è quello che impegna per la maggior parte del tempo le persone e che le fa stare insieme (collaborare). Il segreto della cultura è nel lavoro. Per questo cultura ed arte, secondo me, sono due cose prettamente separate, distinte.
Possono esistere senza mai toccarsi, oppure possono sembrare la stessa cosa.

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

In alcuni casi però cultura ed arte si fondono in maniera simbiotica e genuina.

Così come quando Tanaka-san si ferma, pronunciando alcune parole in giapponese, tra cui 蜻蛉 (tonbo, libellula). È lì che aspetta, sotto il sole tiepido dell’Hokkaido. Aspetta che una libellula si posi sul suo dito che indica il cielo e, proprio in quell’istante, le ali si fermano, smettono di battere ed il corpo sottile di quell’insetto si posa in bilico estremo sull’indice del signor Tanaka.

Siamo umani, dopo tutto.

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

Kamifurano – Japan – September 1, 2015

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