A Japan diary – Day 21

03.09.15 – Kamifurano

Anything you want it can be done
How did you go bad?
Did you go bad?
Did you go bad?
Some things will never wash away
Did you go bad?
Did you go bad?
Radiohead

Negli occhi di Tanaka-san si leggono tante cose diverse.
Io ci ho letto una simpatia viscerale e una saggezza profonda. Ci siamo scambiati poche parole in inglese. Tutte le altre conversazioni sono state intermediate dai miei compagni che parlano in giapponese o da un linguaggio non verbale fatto di gesti, sguardi, posture.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Ironia della sorte questa mattina io e Mitch ci troviamo di fronte ad una classe di studenti di un istituto di qualche città dell’Hokkaido. Sono venuti per apprendere l’arte del selezionare le patate. Devo dire che in 5 giorni ho imparato abbastanza bene cosa significhi raccogliere, dividere e selezionare patate; il dettaglio non trascurabile è che non saprei come fare per trasmettere questa mia conoscenza al gruppo di giovani che attendono, impazienti, di sapere, conoscere.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Per fortuna che il mio amico australiano (per la miseria se parla!) ha tutti i mezzi per poter comunicare con i ragazzi giappi.
Non è molto fluente nel parlare in giapponese, ma è spigliato e parecchio loquace, il che lo pone rapidamente al centro dell’attenzione e lo aiuta a rendersi comprensibile anche con l’ausilio di uno spiccato senso dell’umorismo e di una gestualità da manuale.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Bastano poche decine di minuti per entrare in sintonia con il gruppo di studenti.
Ad aggiungere empatia, a breve, arriva il cibo che gli studenti (anzi le studentesse) iniziano a preparare e poi dividere anche con noi dopo aver scattato qualche immancabile foto di rito attorno a dei tavoli di legno bassi pieni di cibo.
Ci scambiamo degli sguardi curiosi, tra tutti. I più timidi lasciano da parte lo sguardo e lo nascondono dietro a un sorriso condiviso insieme a qualche compagno. Altri invece si fanno coraggiosi e si avvicinano, facendo qualche domanda o chiedendo una foto insieme a noi.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Il tempo passerà in fretta. La mattina vola via e, mentre il sole si appresta a raggiungere il punto più alto nel cielo, si porta dietro questa dozzina di studenti che insieme al maestro lasciano il cortile della Chinita Farm a favore della strada bianca che immette sulla piccola strada asfaltata in fondo verso Kamifurano.
Li accompagniamo con Mitch. Li salutiamo quando, uno per uno, salgono sul bus e lasciano i nostri sguardi, carichi di più domande che risposte.

Questa è la prima partenza dell’Hokkaido. La seconda sarà tra poco: la mia.
Alle 17 in punto Tanaka-san è pronto con la sua auto a portarmi alla stazione di Kamifurano (ci vorranno 15 minuti).
Saluto i ragazzi. Ci risentiremo, perché ho i loro contatti. L’indomani partiranno tutti tranne Mitch che rimarrà da solo per qualche settimana alle prese con le ultime patate rimaste da selezionare (non lo invidio troppo, a dire il vero!).

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Il treno si ferma ad Asahikawa. Da lì prenderò il diretto per Sapporo e, infine arriverò ad Otaru. Mi accoglierà un buio cosparso di un’aria fresca di una estate che sembrerebbe pronta a volgere al termine. In realtà, in Hokkaido, fa decisamente più freddo rispetto al Kantō e questa atmosfera più fresca è in linea con le temperature della stagione.
Zaini in spalla, mi avvicino all’ostello. Lascio le scarpe all’ingresso e poi apro la porta che, col suo movimento, fa suonare dei campanelli attirando l’attenzione di qualcuno all’interno. Mi si para un ambiente pulito, ordinato e pieno di cose: libri, manga, lampade (tutte accese). L’ostello è gestito da un uomo grassoccio, simpatico e che parla un buon inglese. L’ostello è in stile giapponese, molto piacevole ed accogliente.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Mi posiziono nella camerata da 6 letti e, affamato, vado a chiedere all’uomo dell’ostello informazioni su dove andare a mangiare. Vorrei provare del sushi. Dicono che ad Otaru si mangia il miglior sushi dell’Hokkaido e, forse, di tutto il Giappone. L’uomo mi consiglia un posto non molto lontano, un locale piccolo, con 6 posti (non sedie, ma in piedi davanti al bancone). L’uomo dell’ostello mi dà il nome del ristorante scritto in kanji.
Esco e mi porto sulla stradina principale che poi dà su una galleria pedonale dove, lateralmente, sono disposti negozi e boutique, ora chiusi. Poco più avanti sulla sinistra c’è una stradina da cui vengono dei rumori, tutto illuminata. Mi immetto e passo dopo passo scopro un micro mondo di ristorantini ed izakaya tradizionali popolati da gente del luogo. Ovviamente sono l’unico occidentale e tutte le scritte sono in kanji, hiragana o katakana. Non riesco a capire nemmeno che tipi di cibi o bevande vendano. Ma andando avanti e indietro un paio di volte, mi trovo di fronte all’ideogramma che l’uomo dell’ostello mi aveva mostrato.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Sono io, di fronte al bancone e di fronte al “sushiaro”. Al mio fianco una ragazza e, di lato, due ragazzi che parlano tra di loro.
Il giapponese è una lingua che, all’ascolto, è molto dolce, se parlata da una ragazza. Quando invece la senti parlare da un ragazzo prende un aspetto più virile. La cosa, al pensarci, mi suscita un certo sgomento; il francese che sulla bocca di una donna è una lingua che trovo estremamente sensuale e femminile, dolce, sulla bocca di un uomo lo rende (a mio parere) molto meno “uomo”. Capisco che è un commento tre volte polarizzato (uno perché sono Fabrizio, due perché sono un uomo e tre perché sono italiano). Ho sentito ragazze italiane sostenere che il francese è una lingua sensuale e virile anche sulla bocca di un uomo (e non mi viene da dubitarne).
Anche il ragazzo pelato che prepara i sushi parla giapponese ed è un tipo che tiene banco alla grande, un comico più che uno chef.
Mi ha preparato il sushi più buono che abbia mai potuto mangiare.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Mentre mangio sushi, gli sguardi dei commensali sono diretti verso smartphone oppure al cuoco che, mentre condisce sushi e discorsi con grasse e sonore risate, prepara un pezzo singolo di sushi e lo distribuisce, uno alla volta, a chi gli si para davanti al bancone.
Ad un tratto un ragazzo alto, sopraggiunto da poco nel locale, mi si rivolge ed inizia a parlare in inglese: “ti piace questo sushi?”. Gli rispondo che in assoluto è il più buono che abbia mai mangiato. Iniziamo a chiacchierare e, vicino a lui, si uniscono alla conversazione due ragazzi, uno dal viso estremamente simpatico. Non parlano una parola di inglese; iniziamo a parlare a suon di anime e manga. Gli mostro alcune foto di Daitarn III, Vultus V, Enomoto e altri simpatici personaggi del panorama fumettistico e fantastico giapponese. Inizia un dialogo a quattro che ha del surreale, fatto di versi (i loro sembrano usciti da un vecchio film di samurai), di sguardi e di commenti in giapponese che risultano comprensibili soltanto perché associati ad un contesto ben limitato e da una serie di gesti che mi aiutano a tradurre le parole a me sconosciute.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Colui che mi sta parlando da un’ora (sono al 10° pezzo di sushi e alla seconda o terza birra Sapporo) è uno psichiatra di un ospedale di Otaru che, con un tono reverenziale, mi dice che sta andando a casa e che è stato un vero piacere per lui aver parlato con me. Lo ringrazio, gli stringo la mano dicendogli che è stato piacevole anche per me aver potuto conversare con lui e che lascerò anche io il locale, magari possiamo fare due passi, dato che prima di andare a dormire, ho voglia di scoprire qualcosa in più di Otaru.
Dopo aver salutato il ragazzone psichiatra, proseguo sulla strada, lasciandomi guidare più dall’istinto che dall’orientamento. Passo vicino a degli oggetti compatti e divertenti. La luce dei lampioni, sulla strada è affascinante. Il vento è leggero, ma è il vento che viene dall’oceano e, più in là, dalla Russia.

Passeggio, solitario, nel nord del Giappone.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

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