Micromachines

Guardando la Terra dall’alto ci si accorge di quanto l’intervento dell’uomo sia da un lato invasivo e dall’altro ad un livello di sviluppo inevitabilmente avanzato.

Il suolo sembra più tessellato come la texture di un tessuto che lasciato alla irrazionale coerenza degli effetti naturali degli agenti atmosferici e della terra. Lì dove l’uomo non arriva (solo perché non ha interesse a volerci arrivare) si riconosce il vero spirito della natura. È lì che riconosco la mia stessa essenza: guardando una montagna erosa dal vento e levigata dal ciclico gelarsi e sciogliersi dell’acqua.
Oppure in uno specchio d’acqua, che visto dall’alto sembra essere impossibile da toccare, impossibile da deturpare. Eppure, sappiamo fare anche quello. Siamo anche in grado di dare una fine a quello che dall’alto non si vede, i paesaggi sommersi. Siamo dei veri professionisti nell’arte della distruzione.

Ciò che mi conforta è il pensiero che per quanto tentiamo di distruggere, non raggiungeremo mai la fine della Natura prima di aver visto la nostra stessa fine. Eppure la distruzione, vista da una prospettiva teleologica e guardata dall’infinito, è accettabile; nonostante l’uomo si ostini a guardare con disprezzo ad un atto che fa parte dei moti possibili della sua anima.

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