La fede nella tecnologia

Debolezza umana ed incompletezza: spingere gli umani a costruirsi delle maschere e a diventare persone.

Finalmente la maschera è stata tagliata su misura per loro, per noi, anche per me. E adesso possiamo andare a camminare in mezzo alla folla; anche io posso finalmente essere social. Posso essere come voi, e perdermi in voi. Ho imparato a rendere la mia maschera più opaca possibile e adesso non restano che poche aree ancora trasparenti, ma imparerò ad opacizzare anche quelle. La mia maschera però cambia, e le aree di trasparenza evolvono e si spostano, lasciando visibili spazi spirituali sempre differenti. La mia maschera, così come le vostre, è la religione. Perché religione è figlia di religare che significa «legare». Il legame al quale ci si riferisce è quello relativo al valore vincolante degli obblighi e dei divieti (sacrali e non). La religione fa sparire dagli individui, i propri volti e li aiuta, proteggendoli con una patina forte, inequivocabile, (per alcuni) irraggiungibile, inconfutabile: la fede. La fede religiosa è inattaccabile, indistruttibile, sia che si tratti di fede religiosa teologica, sia che si tratti di fede religiosa laica.

Lhasa - Tibet - 02.08.2009

Lhasa – Tibet – 02.08.2009

Trascurando per un attimo la religione teologica, cosa, nel ventunesimo secolo, sta minando il suo monopolio delle anime?

L’occidentale ha scelto una fede asettica e priva di miti: la tecnologia.

La tecnologia è molto più comoda della religione, per dirne una, cristiana. Non c’è il bisogno teleologico della concezione filosofica cristiana, basta l’immediatezza e l’onnipotenza che il nostro “scorrere un dito contro un freddo pezzo di vetro” genera in noi permettendoci di vedere a distanza di kilometri, anni luce addirittura e di avere tutti i nostri affetti su una mano. A che serve a questo punto pregare un Dio per essere salvati, quando in realtà ormai Dio ce l’abbiamo tra le nostre mani? Il buon cristiano, per unirsi al proprio Dio, si reca a messa, congiunge le mani e si rivolge a Lui per esporre la propria anima al Suo giudizio e per chiederGli la salvezza e la via. Il buon cristiano riempie l’incertezza del futuro e soprattutto la paura, con Dio.

5000m plateau - Tibet - 02.08.2009

5000m plateau – Tibet – 02.08.2009

Ma come l’homo technologicus si rapporta e si confronta col futuro e con l’incertezza che, da esso, si dirama?

Nel ventunesimo secolo Dio deve essere a portata di mano.
Ogni promessa che l’occidentale fa a Dio deve essere dimenticabile nell’arco di 24 ore. Ogni azione che il suo Dio vede, deve essere dimenticata entro 24 ore. Dio deve salvare adesso, non quando sarò morto. Dio deve essere piacere immediato e fruibile, non privazione del piacere. Dio deve rendermi onnipotente, se mi ama veramente, e non lasciarmi a un gradino sotto di Lui.

Per questo motivo, nel 2016, non posso permettermi di scegliere un Dio di questo tipo, che mi promette la salvezza quando io, ormai, non sarò più in vita, oppure un Dio che si ricorderà di qualunque mia azione per sempre (anche se mi permetterà di rimediare a quelle azioni che considera sbagliate, ma non troppo).

Il mondo è tutto ciò che accade.
È vero da quando esiste lo spazio ed il tempo. Ma è la percezione dello spazio e del tempo che ne modifica il significato. E questo periodo storico è quello in cui sono cambiati i mezzi per valorizzare la propria vita, rispetto a quelli classici legati alla religione. Ora abbiamo la possibilità di espandere la nostra vita a dismisura; dunque, a cosa ci serve Dio?

Che questo Dio sia quello cristiano o musulmano, o che sia il Dio tecnologico, è comunque qualcosa che abbiamo creato e generato noi stessi per avere gli strumenti atti a contrastare le nostre paure che ci vengono dall’ignoto, dallo sconosciuto, dall’irrazionale e da ciò che in generale non è prevedibile.

Perché invece di costruirci questi strumenti, utili sicuramente per il nostro svago e divertimento, non riconosciamo il volto di questa paura e, finalmente, la affrontiamo?

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