Archive for the ‘Club Torino’ Category

Blu

new-zealand-1821

New Zealand

    Predicavo per le strade senza accorgermi che le persone mi passavano intorno, mi sfioravano, guardavano senza necessità di essere ricambiate. Era un qualsiasi giorno di un mese freddo, era quando l’inverno lasciava spazio alla primavera. Ed io predicavo proprio contro quel volgere dall’immobile al dinamico; me ne stavo sempre in quell’angolo del parco. Arrivavo con la mia sedia, mi coprivo il collo quando tirava il vento e poi ci salivo sopra, iniziando a dispensare pensieri. C’era chi passava davanti senza capire: non c’era un cappello dove mettere denari, non c’era una scatola dove lasciare qualche moneta. C’era un vecchio ed una voce. C’era la sedia, sotto al vecchio. Chissà quanti avranno pensato che fossi matto, prima ancora di capire quello che stavo dicendo. Prima ancora di udire ciò che avevo da dire. Io predicatore subissato dai pregiudizi. Ma c’era qualcuno che si fermava, di rado: chi ad ascoltare la mia voce tremula, chi a tentare di rapire un mio sguardo nascosto tra le rughe sperando di capire qualcosa di me o per attestare la verità nelle mie parole. Ancor meno erano quelli che si fermavano per leggere nel mio discorso affinità che facevano loro comodo. Ma c’era qualcuno che invece si fermava per sentire il mio vivere attraverso le mie frasi; qualcuno che, come me, aveva voglia di sentirsi parte del mondo. Discretamente.

Tenendo lo sguardo fisso di fronte a me, lasciavo scorrere le persone sotto i miei piedi, mentre parlavo di storie multicolori, ed osservavo con cupidigia il loro guscio. Nascosti sotto un doppio petto, pantaloni appena stirati e privi d’imperfezione se non quelle dovute alle pieghe che facevano per adattarsi al corpo, nascosti sotto bombette e cilindri c’erano le coscienze di persone “importanti”. Bastava guardarle da fuori per inquadrarli nella loro classe sociale. Passavano donne con sguardi persi tra i pensieri. «Anche oggi farò tardi. Devo correre a casa a preparare la cena, badare a mio figlio, sono da sola». «Non ne posso più di questa vita: correre, correre, sempre correre. Mai una mano amica ad aiutarmi». «Non sopporto di dover sempre rendere conto a mio padre di quello che faccio. Continuerò a dirgli bugie se lui continuerà a pretendere che io dipenda da lui». «Domani devo sostenere l’esame, poi finalmente potrò rilassarmi per un paio di settimane. Festeggiare. Ecco… voglio festeggiare».

Non c’era incrocio di sguardi che sfuggiva al mio setaccio, mentre predicavo.

    Associavo ad ogni volto un pensiero e ad ogni pensiero una storia, che poi sviluppavo e riproponevo al mio pubblico ogni volta che mi ergevo sopra di loro. Chissà cos’avranno pensato di quella figura che si stagliava di fronte alla solita quercia vicino al cimetiere du Père-Lachaise. Riproponevo i miei pensieri nati da racconti ed aneddoti che leggevo sulle giacche, sui cappelli, sulle scarpe, i volti, gli occhi di chi era passato davanti a me giorni prima, o anche settimane, mesi. Il mio predicare era un elargire le storie della gente, della stessa gente che mi passava davanti. Impiegavo il mio tempo a costruire trame, ad inventare sopra l’inventato. Magari a volte qualche intreccio era reale, o realistico. Magari talvolta l’intreccio corrispondeva con la realtà della stessa persona da cui avevo tratto l’ispirazione. Magari corrispondeva con la realtà di qualcun altro, che forse poteva stare a guardare e ad ascoltare me, proprio in quell’istante. Ciò che importava per me però era la logica nell’invenzione. Amavo creare aneddoti logicamente accettabili, talmente coerenti, pieni di particolari e al tempo stesso semplici, che sembravano veri anche a me stesso. E’ così che costruivo i miei legami con le persone. E’ così che stringevo loro la mano e conoscevo a fondo le loro vite. E’ così che ci diventavo amico. Più amico con loro che con questi tre sconosciuti che mi stanno ascoltando ora.

Fu lì che feci amicizia con lo sguardo di una donna. Una ragazza, per meglio dire. Avrà avuto al massimo 24 anni ed io ne avevo almeno cinquanta più di lei. C’era qualcosa nel suo star ferma ad ascoltare che non riuscii a comprendere la prima volta che la vidi. Infatti, a differenza degli altri che si fermavano ad ascoltare, lei era assente. Mi domandai il perché di quella sua assenza. Se aveva deciso di fermarsi a guardare, ad ascoltare, a riflettere davanti a quel vecchio, perché mostrava un distacco così forte dalla realtà? Ero lì davanti a lei, davanti a chi voleva distrarsi con le mie frasi, e loro davanti a me, lei davanti a me. Perché sedersi su quella panchina e guardare nel vuoto? Perché essere scenografia e non attrice insieme a me in quell’atto?

    Fin dal primo istante in cui la vidi, fui rapito dalla sua assenza. Avrei voluto ideare una storia di color blu partendo dalla sua sciarpa. Ad ogni vicenda che componevo nella mia testa davo un colore predominante. Era così che poi riuscivo a distinguerle. Ed il suo colore doveva essere il blu. Intenso come il cielo senza nuvole quando il sole è calato da almeno un’ora e profondo come l’acqua del mare che solcavo in barca al largo della costa Azzurra. Era la prima volta che associavo quel colore alla vita di qualcuno. E forse fu uno sbaglio perché sentivo di aver toccato sbadatamente le membra di qualcosa di impenetrabile. E non fui capace di pensare a nulla. Però parlavo di pensieri rosa e poi verde brillante, e poi nero focato. La mia inadeguatezza riusciva a nascondersi sotto al tremolio delle mie parole di anziano.

Terminai il mio sermone, scesi dalla sedia, la chiusi e me ne andai.

    Avevo un appuntamento con i miei amici una volta alla settimana, ma non avevo un giorno preciso per ritrovarmi con loro nei pressi del Père-Lachaise. Passarono giorni prima che rividi quella fanciulla. Era un giovedì pomeriggio nuvoloso; prima che il sole si nascondesse tra le nubi e tramontasse mi fermai sotto la quercia, in mezzo ad un pavimento di ghiande strappate dai rami e foglie cadute a caso sul sentiero. Dietro di me, oltre la quercia, c’era una ringhiera in ferro battuto, alta almeno due metri e mezzo che separava il parco da una piccola via residenziale, poco frequentata. Mentre mi stavo issando sopra la sedia, i miei occhi finirono proprio dietro a quella staccionata, incontrando l’incedere della fanciulla Blu. Non mi vide, o almeno credo che andò così, ed io proseguii con i miei lenti movimenti per sollevarmi di fronte al mio pubblico. Iniziai a parlare, col mio naturale sguardo nascosto tra le rughe e a narrare, predicare le mie invenzioni. Chissà se quel mio racconto arancione avrà colpito qualcuno? Davo per “colpito” chiunque si fermasse per poco più di un minuto di fronte a me. Non cercavo consolazione nella gente, e non cercavo approvazione né nel mio gesto di pubblicare verbalmente le mie storie, né nel farle piacere a qualcuno. Amavo avidamente l’idea di far sentire agli altri il moto dei miei pensieri, e a chi era più bravo di fargli sentire il moto dei miei istinti che creava le mie nuove realtà colorate. Mi bastava poco per sentirmi amico di qualcuno. Chi avesse provato a comprendermi, magari anche senza riuscire a farlo, avrebbe avuto la mia amicizia, sincera, senza nulla in cambio, ma soprattutto senza aver mai saputo nulla della mia amicizia.

Il sole si spense dietro ai palazzi ottocenteschi, lasciando ancora più spazio alle nuvole ora grigie e cariche di pioggia; il timido sole lasciò cadere a terra le mie ultime parole che si confusero con la pioggia che iniziava a cadere. Non era rimasto più nessuno ad ascoltarmi e non avevo più visto neanche la fanciulla Blu.

Lasciai il sentiero dopo aver ripreso la mia sedia, abbandonando alle mie spalle niente più che un posto vuoto e ormai completamente bagnato dalla pioggia. Io, mi sentivo come quel pavimento: vuoto e fradicio. Pensai che a differenza di quell’immobile pezzo di terra potevo sorridere, e proseguendo verso l’uscita del parco iniziai a ridere senza fermarmi, con lo sguardo acceso e fissando dritto a terra. Un passo dopo l’altro verso il cancello verde ramato. Avrei voluto fare un passo ancora, ma fui costretto a fermarmi vicino all’ultima panchina prima dell’uscita. Sempre con lo sguardo verso il basso mi sedetti.

    La pioggia copriva i rumori della strada. I rumori della strada coprivano il mio respiro che si fece più lieve e sempre meno comprensibile a qualsiasi orecchio. Mi volsi verso il lato vuoto della panchina, accorgendomi di non essere solo. La fanciulla Blu sedeva accanto a me, sguardo dritto perso nel nulla. Nessuna espressione sul suo volto, gocce che le pendevano dai lati più acuti del viso, attendevano pochi secondi e poi cadevano per lasciare spazio ad altre gocce, desiderose di sposare per indefiniti istanti quel viso etereo. Posai la mia testa sulla sua spalla sinistra e rimasi ad ascoltare il rumore della pioggia.

Si prese gioco del vuoto di fronte a lei, chiudendo gli occhi. Aprì leggermente le labbra come per sfiorare con un bacio l’aria sopra al mio orecchio e mi sussurrò parole al momento incomprensibili. Erano frasi a me conosciute, da sempre. Conosciute e mai comprese.

Chiusi gli occhi insieme a lei e quando capii il significato di quelle parole non sentii più la necessità di riaprirli.

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Pillola rossa [Club Torino]

Era notte.
Ilta, senza guardarmi mi apostrofò: “Ehi pirla.”
“Pirla che ti passa.”, risposi.
“Sono cento anni. Long time. No call.”
“Il tempo, lunghissimo. Quanto amore che ci avevamo.”
Ilta prese a giocherellare; le mani con qualche oggetto che non riuscivo ad identificare: “Amore? Suvvia. Comunque sei un pirla. Perché non mi parli mai. Non mi parli più.”
“Cavolo, quanto ci siamo sfiorati, toccati…”, commentai.
“Ma dove?”
L’avevo sentito da qualche parte, così le risposi: “In un’altra vita, quando eravamo entrambi gatti.”
“Roba tranquilla…”, disse lei.
“Tranquilla sì. Ma che eccitamento.”
“Tranquilla, a parte… l’averlo fatto davanti a quel nostro amico per due volte.”
“Ehm sì… abbiamo bloccato la crescita a un uomo.”, aggiunsi.
“Ma poi… cosa abbiamo fatto di hard core?”
Volevo rendere l’atmosfera più tiepida: “Niente di hard. Hard core non si comanda…”
“Stupido.”, mi disse. Poi aggiunse: “Credo che tu mi abbia sbattuta forte su una scala.”
“Abbiamo solo fatto all’amore scopandoci… e comunque sì, su una scala, come una principessa. Bei templi.”, dissi io.
Così Ilta, il suo giocherellare si trasformò in un movimento in assenza di movimento: “La memoria mi sorprende. Racconta cosa ti ricordo.”
“Il ricordo più vivido di te è che eri estremamente sensuale. Donna. Particolarmente femminile, e con un sapore buonissimo. Il sapore dei tuoi baci, ‘ste robe qui…”, le commentai.
Non sembrava credere alle mie parole: “Bah…”, disse.
“Il sapore in generale. Ma quello più intimo soprattutto.”, proseguii.
Così Ilta, con una domanda piuttosto retorica mi chiese: “Davvero? Sono buona?”
“Tanto… Odore della pelle, morbida e soffice.”, le risposi sinceramente.
“Cosa si dice in queste occasioni? Grazie?”
“E di cosa?”
“La cosa mi incuriosisce molto… e… Adesso mi vanterò!”
“Devi farlo!”
Gli istanti passavano. Non sentivo più il calore delle mani. Era la prima volta che mi trovavo a contatto con una realtà così priva di colore. L’eccesso di eccitazione aveva provocato l’effetto di togliere il colore alle cose, intorno, e così, anche il calore.
Ilta proseguì a rendere la tinta sempre più assente dal nostro discorso.
“Sono struccata ed in pigiama pronta.”
Come un bambino che vede per la prima volta un trenino, le dissi: “Mammamia, non me lo dire una seconda volta!”
“No make up…”
“No make up, sì party”
“Dimmi, hai voglia? Hai voglia di me?”
“Eh, vorrei… vorrei tanto poterti fare cose.”
“Cosa vorresti?”
Non aspettavo altro. Così le risposi: “Vorrei aprire gentilmente le tue gambe. Piano, con delicatezza. Respirare profondamente il tuo odore.”
“Vorrei lasciartelo fare.”
Restavano soltanto parole, a mezz’aria.
“E avvicinarmi, sfiorando il mio naso con la pelle del tuo interno coscia. E respirare ancora più a fondo la tua pelle. Diciamo in modo sinestetico. Scambierei l’odore soave per una carezza. E poi la carezza la trasformerei in tatto vero e proprio, supportato dalla mia lingua.”
E dopo un istante di silenzio dissi: “Sapore.”

Rimasi in silenzio ancora per qualche istante.

“Interessante”, disse Ilta.
“Sapore che sentirei solo abbracciando l’umore della tua pelle”, proseguii io.
“E a seguire?”
“Sarebbe un antipasto sublime, gusto che ruberebbe alla vista il primato del senso più eccitabile. Le mani ti sfiorerebbero, a un tempo, l’altro interno coscia, dandoti una sensazione mista, sbilanciata. Toglierti l’equilibrio mi servirebbe per darti movimento, per iniziare a farti descrivere un desiderio. E mentre tutto ciò avviene sotto la tua carne… Farei combaciare le mie labbra con le tue. Prima in un solo, deciso, poggiare la bocca sulla tua vagina. Poi in un lento e diretto aprire il tuo sesso con la lingua, dall’alto verso il basso e viceversa, inesorabilmente.”
E lasciai il respiro strozzato nella gola mentre osservavo, impaziente, Ilta. Poi continuai.
“E senza, da principio, esagerare. Ma non appena il tuo sapore si trasfonderà nella mia mente, sarà impossibile fermare la decisione con la quale spingerò la mia lingua, a fondo, dentro la tua carne.”
La mia amante stava tremando.
Gli occhi, chiusi, lasciavano intendere che lo sguardo era dritto e penetrante dentro i miei organi.
“Farei una scorpacciata sublime di ciò che nascondi nella tua carne, intima perché la tieni soltanto per te. La lingua, la mia lingua, la muoverei con la stessa veemenza di un uomo, la testa immersa nell’acqua, che fa di tutto per salvarsi dall’asfissia.”, proseguii. “Prosciugherei, insomma, ciò che tieni così nascosto. Prezioso, vorrei dire, ma è piuttosto inafferrabile. Perché sento che più mi nutro della tua essenza, più la tua essenza mi sfugge. Ti stringerei le mani, che, arroganti, cercherebbero i miei capelli. Li cercherebbero se non le fermassi prima… e utilizzerei la forza con la quale le muovi, per penetrarti ancora più a fondo.”
Ilta era in un momento di difficoltà. Avrebbe voluto toccarmi, lo sentivo da come gonfiava il petto in maniera aritmica. Sentivo che qualcosa, nella sua intimità, stava cambiando.
Non avevo pietà e continuai: “Vorrei estrarre la tua linfa vitale a forza dei colpi della mia lingua, a forza di succhiare il tuo succo. Non ti lascerei muovere né dimenarti. Ti prenderei le mani, mettendotele dietro la schiena e sul tuo sedere, e poi spingerei ancora più forte la tua fica contro il mio viso.”
Finalmente il suo carattere venne fuori.
“Non dureresti cinque secondi… Saprei divincolarmi. Ti soffocherai con il mio sesso.”
Non aspettavo altro che iniziare a lottare.
“La mangerei, la userei con la bocca, la leccherei sfiorandola. Mi lascerei soffocare, ma non morirei fino a quando non ho avuto tutta te stessa. Al momento in cui la tua resistenza è massima, lascerei la presa e, con una mano, mi stringerei forte il pene e lo farei gonfiare di sangue fino a farlo esplodere.”
Non mi accorsi che era proprio ciò che stavo facendo in quel momento.
Con quel rigonfiamento, proseguii: “E non userei alcuna delicatezza nei tuoi confronti, mentre accompagno il mio sesso dentro la tua bocca. Forte e giù in gola, sin dal primo momento che tocca le tue labbra.”
Stavo letteralmente scoppiando.
Impercettibile, dalla sua bocca uscì un sospiro che somigliava a “Sono estasiata”, ma non riesco a ricordare se l’avesse detto veramente.
Quindi tornai per un attimo a terra: “La scrittura è solo la brutta copia di quello che ti farei.”
Ilta commentò così le mie parole: “Non ho la delicatezza, ma ti prego fatti una sega.”
Dovevo risponderle qualcosa come: “Che cosa ti cambierebbe?” oppure “Godresti a sapere che vengo mentre penso a come possederti?”
Ma scelsi di rimanere in silenzio.
Silenzio che durò molti istanti, tanto da amplificarne il rumore.
“Galvanizzante”, ruppe il silenzio così Ilta.
Mi accorsi che mi stavo toccando. E lei mi guardò con un tono interrogativo.
“Il tuo orgasmo sarebbe mio”, disse. “Il movimento delle mani…”, aggiunse.
E poi, quasi facendo esplodere l’aria: “Vorrei vederti”, mi disse.
“È buio. È tutto buio.”, risposi.
“Puoi fare meglio di così”, mi apostrofò Ilta. “Voglio vederti nudo, adesso!”
L’aria era diventata pesante, insostenibile. Ilta stava avendo la meglio: “Voglio vedere ora, più duro!”
Le uniche parole che utilizzai per difendermi furono queste: “Bacialo allora.”
E lei mi distrusse con poche sillabe: “Non voglio che tu venga.”
“Cosa vuoi allora?”, chiesi.
“Voglio vederti esplodere”, mi rispose Ilta.
Ci stava riuscendo.
Senza permettermi di parlare disse: “Vieniti addosso.”
Stavo impazzendo, la implorai: “Promettimi che berrai tutto!”
E, con una tranquillità tutta notturna, mi diede un consiglio: “Ora sei da solo, dovrai farlo tu stesso. Potrei starti nuda addosso sul ventre bagnato.”
Mi aveva graziato, proprio quando stavo per rinascere. “Lo vorrei”, dissi.
Stavo per venire.
“Vienimi addosso”, mi concesse finalmente Ilta.

Davanti a me non c’era nessuno. Non c’ero nemmeno io.
Stringiamoci. Adesso!

Pillola Nera [Club Torino]

Dove se ne vanno le ricciute donzelle
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo sì leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
il sole che va in alto, le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua via ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.

                              Sarcofaghi – Eugenio Montale

    Sono vivo!

Sono stato dannato a vagare in eterno tra gli umani per descrivere le loro facce quando provano qualche emozione ma la mia vita viaggia in parallelo con la loro. Non ho idea né da dove vengo né perché sono stato mandato tra questi esseri senza poter interagire con loro. Scrivo parole sul mio diario e annoto tutti i loro comportamenti ma non posso dare loro consigli. Non posso parlarci. A volte è un bene. Avrei solo da mandarli al diavolo. Altre volte invece ho come la sensazione che la cosa giusta da fare (ma non so cosa significhi “giusto”) è aiutarli.

Parlano spesso di sesso e si emozionano per piccole cose. Quelli più chiusi in loro stessi lo fanno molto più degli altri. Invece c’è qualcuno che non si emoziona più per niente e fa le cose ripetitivamente e senza pensarci troppo. Io sono più vicino a nessuno di questi due tipi di uomini. Io sono il pensiero. E appartengo solo a me stesso.

    Sento tutto ciò che pensano e vivo tutto ciò che vivono. Mi basta soltanto avvicinarmi visivamente ad un uomo, una donna, un bambino o un anziano per sentire i loro pensieri prima ancora della loro voce. Non dormo mai ché non ne ce n’è bisogno. Essi seguono i ritmi della Terra o impazzirebbero. Io ho come l’impressione che impazzirei se seguissi quei ritmi. Mi muovo tra le genti come se fossi uno di loro, ma non capisco affatto se essi mi vedono oppure no. Non me lo sono mai domandato. Chi mi dice che non mi sentano ma facciano finta che io non ci sia? È triste e lo ammetto perché ora so cosa significa la tristezza. Io guardo, sento, osservo, ascolto; sono fatto di materia pensante. Sono qui perché devo riportare le emozioni. Mi sposto tra matrimoni e funerali, tra feste universitarie, momenti di disperazione casalinghi, vittorie sportive, successi e insuccessi. Mi muovo tra le paure dei bambini, dei ragazzi e degli uomini. Lo faccio senza interesse. Lo faccio perché sono qui per questo. Qui a Praga.

    Non sono mai solo. Ho sempre una voce con me. Anche di notte sento sillabe e vocali della città che sogna. Gli uomini chiamano “lingua”, “dialetto” e “accento” tutto ciò che ha a che fare con la loro voce. Io non comprendo questi limiti perché comprendo tutto. Ho memoria di quello che succede intorno a me quando quello che succede ha senso di far parte di me. Altrimenti è come se non ci fosse mai stato e così la dimensione del mio pensiero rimane la stessa. Non ricordo cose simili a cose che fanno parte di me. E così quando ho visto un bimbo piangere perché gli era stato sottratto un gioco (strani questi umani che urlano e fanno cadere lacrime per motivi così stupidi) per la prima volta mi sono sentito più grande. E tutte le altre volte ho proseguito oltre disinteressato, vedendo bimbi piangere per lo stesso motivo.

Ho osservato persone che nel vedere bambini piangere corrugavano la fronte e recitavano loro parole di conforto mentre pensavano a tutt’altro. E tutte le volte che le stesse persone vedevano piangere i loro bambini, facevano un’espressione simile (che ho poi scoperto essere del tutto differente da quella che loro chiamano felicità): così ho imparato la compassione. Ma questa era la differenza tra me, essere pensante perfetto e loro, esseri così imperfetti; imperfetti perché avevano bisogno ogni volta di ripetere le stesse esperienze per ricordare le emozioni. A me bastava una volta per capire l’emozione e farla mia. L’imperfezione li portava a ripetere le stesse azioni; quasi non fossero a conoscenza del significato di felicità che ogni volta dovevano ridere, ridere e sorridere ancora. Futili umani smemorati!

Ma non tutti mostravano compassione. C’era qualcuno che mostrava un altro sentimento quando vedeva proprio figlio piangere; alcuni facevano la stessa espressione di quelle altre persone quando litigano.

All’inizio pensavo che sarebbe stato facile individuare tutti i sentimenti e le emozioni umane, e che avrei passato la mia esistenza senza accrescere il mio pensiero. E che poi sarei rimasto fermo in qualche luogo lontano dalla vita umana. Un luogo buio, nero. Tuttavia l’uomo era una continua scoperta e mi accorgevo che più passava il tempo, più crescevo e che questo processo apparentemente non aveva fine.

    Mi trovai su una collina ed era quel momento del giorno che gli umani chiamano pomeriggio. Volteggiai per i sentieri silenziosi attraverso alberi alti che chiedevano al cielo nero di essere risparmiati. Non percepii rumori per un lungo tratto di cammino e il mio pensiero si concentrò sulla vista. Posate a terra con cadenza regolare c’erano delle pietre grandi che perforavano il terreno; regolarmente distanziate tra di loro ma tutte diverse. Ognuna era scolpita e riportava due date e un nome (alcune ne avevano anche più d’uno). E poi c’erano dei simboli ricorrenti su ogni pietra. I nomi sembravano appartenere agli stessi umani che abitavano la città, ma qualcosa mancava alla mia esperienza per comprendere il senso delle pietre.

Udii un vociferare cadenzato mentre osservavo le pietre che scivolavano dalla mia vista. Provai un discreto interesse nell’ascoltare quelle voci e quei pensieri. Li sentii sempre più forti al mio avvicinarmi a quella massa di gente in vestiti neri. Tutti vestiti uguali, mi sembrarono un gruppetto di corvi di quelli che si appollaiano sopra i tetti e che si gracchiano contro. Quelli però emisero dei gemiti più delicati dei corvi, in particolar modo uno, vestito di nero, con un solo lembo di tessuto bianco sotto al collo. Egli stette tutto il tempo in piedi guardando verso il vuoto con rassegnazione mentre leggeva da un libricino parole ripetitive e di cui, al momento, non compresi il senso. Ma chi stava attorno a lui sembrò comprenderle ed emise pensieri lenti, dilatati e pieni di passato. “Era”, “è stato”, “fu”, neanche un accenno al presente e meno che mai al futuro (se non utilizzandolo in prima persona in domande simili a “come farò senza?”). Questa emozione di cui mi stavo per nutrire sentii che era qualcosa di estremamente diverso dalle altre. Così mi avvicinai ancora di più a quella congregazione di anime spente e rimasi a sentire. Ci fu un momento di silenzio in cui le uniche voci furono quelle dei pensieri della gente, che erano sparsi e poco frequenti. Poi scesero le lacrime. Nessuno aprì bocca e i pensieri quasi si spensero nelle menti di quegli individui. Fu come se di quei frutti dell’intelletto quelle persone avessero fatto un succo, filtrandolo diverse volte e rendendolo incolore per poi riversarlo fuori dagli occhi. Non mi diedi alcuna spiegazione in quel momento. Somigliava al pianto dei bambini ma era più sommesso; perché quei piccoli di uomo mentre piangevano continuavano a pensare (pensieri semplici, a dir la verità), mentre in quel luogo scuro ma pacifico i pensieri si annichilivano.

    Così in quel luogo conobbi prima la tristezza dovuta alla mancanza, poi la disperazione e ancora la malinconia e infine la rassegnazione. Nemmeno di fronte a ciò che gli umani chiamavano “felicità” fui in grado di imparare così tanto come in quel pomeriggio di fronte a quel simposio di emozioni e sentimenti. Ma me ne era rimasto ancora qualcuno per accrescere la mia conoscenza e per sentire di conoscere quell’essere che stavo studiando da tempo.

    Mi trovavo sul Čechův most e seguivo i pensieri di una donna. Sospesi entrambi sopra al Vltava. Ormai avevo capito che non potevo essere visto dagli umani ma con quella donna feci finta di essere umano anch’io. Così mi nascondevo ad ogni angolo per non farmi vedere e la spiavo cercando di ascoltare soltanto i movimenti delle sue labbra senza sbirciare tra i suoi pensieri. A dir la verità non potevo scegliere di non sentire perché a differenza degli umani io sentivo tutto e non erano propriamente delle orecchie quelle che avrei dovuto tappare per non ascoltare i pensieri che si muovevano nella testa della gente.

Si fermò un istante in mezzo al ponte e si mise a guardare lontano senza meta. Aveva un’espressione di soddisfazione e al tempo stesso ricordava la malinconia. Nel frattempo cominciò a piovere. Le gocce sposarono infinite volte l’acqua del Vltava. Esitai un istante perché ero tentato di guardare dentro la mente di quella donna ma rimasi comunque fermo davanti a lei senza invadere la sua intimità.
Non conoscevo l’età del tempo al quale gli umani erano così affezionati tanto da fissarlo ripetutamente su oggetti meccanici che portavano al polso o sugli edifici. Credo che ne passò molto, prima che la donna, che non indossava nulla che le ricordasse il tempo, si spostasse da quel ponte.
Poi riprese a camminare. Passo dopo passo sotto la pioggia, completamente bagnata. Ed io dietro di lei. Ci lasciammo entrambi alle spalle il fiume e, procedendo paralleli ad esso dall’altro lato della banchina, ci dirigemmo verso un caffè. La donna sospirò prima di aprire la porta.
Eravamo dentro. Iniziai ad ascoltare i pensieri di tutte le altre persone e capii gli odori di quel luogo (legno di pioppo, fumo di sigaro, fumo di sigaretta, caffè, alcool). Mi diressi dietro di lei al fianco di un uomo che stava seduto al bancone. Capii che dovevo evitare di ascoltare i pensieri anche di questa persona. Così iniziai a sentire le loro voci e i loro discorsi.

– Ti aspettavo, Jitka. -, disse l’uomo continuando a fissare lo scaffale pieno di liquori. Mi accorsi che stava dissimulando una felicità dirompente.
– Ráďa… -, rispose Jitka fissando lo stesso scaffale con uno strano sorriso.
– Ho aspettato troppo per dirtelo, pensavo che non ti avrei vista mai più. –
– Sei tu ad avermi abbandonato. Mi chiedo ancora perché io sia qui… –
– Pensi di aver capito perché me ne sono andato? Credi che non ti avrei voluta più vedere? Ho combattuto con la mia coscienza per anni… e ora sono qui –

Jitka si girò di scatto verso di lui.

– Radomír, non si abbandona chi si ama! –

Amare.
Stavo per tradire il mio giuramento. Stavo per ascoltare i loro pensieri. Mi trattenni quando Radomír, voltandosi verso Jitka, le prese la mano e disse:

– Ho perso l’interesse per me stesso. Ho perso l’interesse di capire. Ho smesso di comprendere. Ho perso ogni speranza nella conoscenza. Viaggiare e vivere non è più nulla. Se quella era la mia felicità, adesso è la mia croce. –
– E io dov’ero quando il tuo tempo passava? Dov’ero nascosta nella tua mente quando vivevi la tua vita senza di me? I momenti passati lontano da me, lontano dai tuoi pensieri, sono momenti che non valgono nulla, Radek. –

Radomír si voltò verso il barman, tenendole la mano, ma con meno forza stavolta. Poi abbassò lo sguardo e infine la testa. Qualche goccia di pioggia umana cadde nel suo caffè, proprio sotto i suoi occhi (ancora lacrime, pensai, questi umani!). E di nuovo, senza guardarla, aggiunse:

– Ti amo, Jit’a! –

Lei ritrasse lentamente la mano. Si passò l’altra tra i capelli, scoprendo il suo volto pieno di lentiggini e si asciugò il viso. Poi scese dallo sgabello e se ne andò.

Avevo assistito ad un evento unico. Avevo assorbito tante emozioni e sentimenti insieme: gioia, felicità, tristezza, paura, malinconia, passione… Credo di essermi sentito davvero pieno, tanto da non essere più in grado di sentire i pensieri della gente. Tanto da non essere nemmeno più capace di vederla, la gente. Vidi solo un tavolo bianco. E un muro bianco. E poi un altro. A rompere quest’armonia: una pillola. Nera.
La inghiottii e persi in un istante la memoria di tutte le emozioni.
Questa volta mi sentii dannato a doverle rivivere perché in ogni circostanza me ne sarei dimenticato. Questa volta mi sentii dannato a vivere una vita da umano.

    Sono vivo!

Pillola Gialla [Club Torino]

Nadie comprendía el perfume
de la oscura magnolia de tu vientre.
Nadie sabía que martirizabas
un colibrí de amor entre los dientes.

Mil caballitos persas se dormían
en la plaza con luna de tu frente,
mientras que yo enlazaba cuatro noches
tu cintura, enemiga de la nieve.

Entre yeso y jazmines, tu mirada
era un pálido ramo de simientes.
Yo busqué, para darte, por mi pecho
las letras de marfil que dicen siempre.

Siempre, siempre: jardín de mi agonía,
tu cuerpo fugitivo para siempre,
la sangre de tus venas en mi boca,
tu boca ya sin luz para mi muerte.

                                   Gacela del amor imprevisto – Federico García Lorca

    – Se fossi un colore potresti essere il giallo, Fabrizio. –

Così iniziò il discorso mentre si toglieva la giacca, lasciandola cadere priva di anima sul divano.

Era color beige il divano, ma il suo colore lo si poteva soltanto indovinare da quelle rare parti scoperte che sfuggivano all’abbraccio di un lenzuolo logoro color arancio spento. Ma ora sentivo la necessità di ragionare a odori. Ormai mi ritenevo abbastanza esperto nell’arte di associare colori a personalità e a rendere giustizia ai miei cambi di umore legati a come cambiavano i colori dello sfondo di ciò che guardavo. Perché guardare soltanto non mi bastava più. Avevo addestrato la mente a percepire cambiamenti di luci e ombre; ero particolarmente allenato in quest’arte e sentivo che era giunto il momento di intraprendere il viaggio attraverso un’altra sfera sensoriale.

– Il giallo sì… – ripeté senza neanche voltarsi verso di me per guardarmi.

Sembrava strano il suo atteggiamento in quel giorno in cui avevo deciso di dirle che l’avrei sposata. Ma perché non mi aveva mai parlato di quel colore? E se io non fossi stato d’accordo, cosa avrei dovuto dirle?

Non risposi nulla e mi sedetti a fianco della sua giacca, lanciando lo sguardo oltre la finestra, dietro al bianco della tenda. Immaginavo i tetti oltre quel sottile strato di tessuto. Immaginavo i piccioni sopra i tetti. Li immaginavo tutti raccolti insieme, vicini sotto la pioggia. Erano sì vicini ma formavano una specie di “V” quasi simmetrica rispetto al centro del tetto, se si escludevano gli altri che non prendevano parte alla figura geometrica. Ma non avevano freddo quegli uccelli? Mi alzai per andare a prendere un bicchiere, lo riempii d’acqua e mi accorsi che Laura se ne era andata in camera da letto. Sorseggiai un po’ di liquido trasparente e la raggiunsi nell’altra stanza.

Si era assopita appena, lasciando che la gravità prendesse il sopravvento su di lei. Avvicinandomi al letto la guardai con attenzione. Si era appena colorata i capelli. Non credo l’avesse fatto per pura vanità estetica, ma perché cambiava colore di capelli quando qualcosa di nuovo stava per accadere. Stavolta il colore era pieno e deciso. Non c’era neanche un’incertezza. Neanche una in ciascuna delle fibre dei suoi capelli. Così almeno pareva, guardandola alla luce del tardo pomeriggio d’inverno. Ebbi la voglia di accarezzarla, ma lo feci soltanto col pensiero ché sentivo crescere in me il desiderio di carezze più intime che non volevo svelarle in quel momento.
Aveva abbandonato il suo maglione in un angolo in fondo al letto insieme ai suoi jeans e restava con una maglietta con uno scollo largo quasi come le spalle che scendeva appena a coprirle il seno. Tra me e i suoi capezzoli c’era ancora lo strato del reggiseno ad opporsi. Così mi tolsi le scarpe senza far rumore e mi inginocchiai al suo fianco, sul tappeto, all’altezza dei suoi fianchi scoperti.
Chiusi gli occhi e respirai.
Introdussi nei miei polmoni un misto di profumo di sandalo, odore di sudore di piedi, profumo di vestiti puliti e lenzuola lavate, e ancora l’odore di Laura. Il suo odore era non un odore, non uno solo. Era piuttosto un complesso di odori. Un condominio in cui convivevano famiglie di odori e profumi. E come in un condominio non tutti andavano d’accordo tra di loro, ma dall’esterno l’odore complessivo era convincente e mi rapiva. I miei occhi continuarono a restare chiusi e a fiutare l’anima di Laura che giaceva inconsapevole della mia presenza così prossima al suo corpo.
Decisi di aprire la porta di quell’edificio per sbirciare in ogni singolo anfratto e per inebriarmi tanto dei profumi quanto degli odori disgustosi del suo corpo (ammesso che i miei sensi mi permettessero di cogliere aspetti disgustosi in quel corpo che amavo). Era di certo una viola il primo odore che mi accoglieva e coglieva all’ingresso del suo edificio. Era per tutti i corridoi, a partire dal portone d’ingresso (un odore di legno stagionato che non capivo da dove provenisse), fino ad arrivare alla soffitta. Nelle prime stanze riuscii a riconoscere un leggerissimo odore di sudore misto a quello di un deodorante al cetriolo e alla lavanda. Ero rimasto fermo e già in quel punto del palazzo avevo le narici piene di sensazioni discordanti. Mi sentivo sia un amico intimo ma al tempo stesso ospite sgradito di quel monumento agli odori di Laura. Non indietreggiai anzi, presi le scale per andare a visitare i piani più alti e i luoghi più nascosti della sua intimità, cosciente del fatto che avrei potuto sentire una sensazione di inadeguatezza in quel viaggio. Gli occhi continuavano a restare chiusi e Laura ancora ferma. Al primo piano c’era un odore acidulo misto a qualcosa che pareva un disinfettante (appena percettibile). E proseguendo odore di vaniglia e menta che lottavano con uno spettro, più che un odore, di cannella. Vedevo questi odori ma non avevo minimamente idea di dove poterli collocare sul corpo di Laura. Così approfondii la mia ricerca, espirando l’aria completamente fino a rimanere senza ossigeno e poi inspirando profondamente.
I miei polmoni furono di nuovo colti dai primi odori della mia stanza e poi da quelli più evidenti di colei che giaceva sul mio letto e più entrava aria, più correvo veloce tra corridoi e stanze di quel palazzo degli effluvi. Ero di nuovo al primo piano e mi accingevo a cogliere le fragranze della soffitta. Mi aspettavo odori umani. I miei polmoni erano stanchi di dover rincorrere l’essenza di Laura in mezzo a quelle di prodotti più o meno chimici. I polmoni urlavano giustizia e sfondarono la porta della soffitta con un calcio ben assestato all’altezza della serratura.

Mi si parò davanti un primo odore oggettivamente sgradevole ma che la mia soggettiva esperienza considerava gradevolissimo e dotato di una spiccata componente sessuale. Era rosmarino appassito, lasciato marcire tra petali di rose e c’era del peperoncino, ma quando è ancora verde. Riuscivo a sentire persino il sapore di quell’odore acre. Mi accorsi che aver forzato quella porta mi aveva anche portato ad una eccitazione che difficilmente avevo provato con la sola vista. Mi domandai se Laura mi avrebbe mai perdonato per quello che stavo facendo, per violare così forte la sua intimità. Continuai comunque ad andare avanti. Sotto all’odore della vaniglia e del cacao si nascondeva un appena percettibile sapore-odore di aglio. Un aglio però pestato forte con l’aggiunta di succo di limone ma meno acerbo per sedare il fattore che lo rendeva piccante. Inciampai a quel punto, cadendo sul terreno di quella recondita soffitta e scoprii che mi trovavo a contatto con l’odore ultimo, più nascosto di tutti gli altri. Era un sottile inconfondibile aroma, più che un odore. Inconfondibile da tutti gli altri perché acre, e perché dissimile da qualunque altro profumo od effluvio. Era spiccato come l’odore della carne di salmone, ma al tempo stesso morbido come quello della salvia e deciso come il profumo dei fiori di magnolia. Ma complessivamente era un odore acre e non particolarmente gradevole. Ma nella mia testa di uomo quell’odore produceva affanno nel mio respiro e più mi affannavo, più lo respiravo con forza.

Ormai avevo invaso quell’edificio e mi apprestavo a dichiararmi soddisfatto della mia esperienza ma la mia eccitazione, al buio di quella soffitta, mi aveva portato ad avvicinare le mani sui fianchi di Laura per sfilarle le mutande: era rimasta nuda dalla pancia in giù. Non riuscivo a capire se quell’azione fosse capitata prima di entrare nella soffitta oppure mentre o dopo. Ad ogni modo quell’ultimo odore si imponeva, forte, su tutti gli altri e aumentava in intensità. Le mie mani erano tornate più vicine al mio corpo ma ora c’era qualcos’altro che invadeva l’intimità di Laura. Adesso riuscivo ad avere una prospettiva più oggettiva dell’odore che si era preso gioco della mia eccitazione lasciandomi privo di difese e completamente proteso verso quel corpo assopito sul mio letto. L’odore parlava chiaramente una lingua a me comprensibile e mi implorava di far sussultare il corpo dal quale proveniva. Non fu un gesto volontario quello di accarezzare con le mie, le labbra della vagina di Laura. L’odore a quel punto si fece fortissimo e dentro all’edificio iniziò a tremare il pavimento. Solo in quella soffitta decisi di tirar fuori le mie armi e cominciai a difendermi facendo mio quell’odore acre. Ma più muovevo la mia lingua su quelle labbra, più affondavo la mia lingua nell’intimità di lei, più la fonte dell’odore si faceva più calda, tirando fuori più odore. Era ancora buio in soffitta e ormai cercavo di alzarmi in piedi per affrontare il crollo imminente di quell’edificio. Ma mi accorsi che c’era una finestra, prima coperta da un vecchio armadio, che si era palesata dopo quelle scosse di terremoto. E così mi avvicinai alla finestra. Mentre mi appropriavo del sapore di Laura, il mio respiro si fece più affannoso e coprì il suo di respiro che già aveva iniziato a farsi più forte. Affondare e poi dipingere arcobaleni con quell’unico pennello di carne umida. Papille gustative che si facevano narici e fragranza acre che si faceva imperatrice della mia eccitazione. Ma da suddito potevo ancora far valere le mie parole, forti e penetranti che facevo uscire dalla bocca con evoluzioni e traiettorie inaspettate. Umido su umido l’odore aveva invaso tutta la mia bocca, il mio palato. Capire dove finiva la mia saliva ed iniziava il liquido della sua vagina era impresa impossibile; e sentii di aver fatto vibrare qualche corda che aveva messo in moto un meccanismo non particolarmente propenso a fermarsi. Continuai a sottrarle il nettare, facendola sempre più mia e mi lanciai da quella finestra ormai esausto e privo di forze.

    Ero immerso in una luce gialla urlante e tutto tremava, anzi tremolava sotto quella luce, edificio compreso. Ma non era crollato anzi era ben saldo, incollato al suolo. La sentii venire più volte, le sue cosce strinsero così forte la mia testa che le orecchie mi andavano quasi a fuoco. Poi la presa diventò via via più leggera, i piedi da completamente distesi ripresero una posizione rilassata ed il suo respiro si fece regolare e leggero. Così mi distesi al suo fianco e la abbracciai sentendo in me il colore dell’odore di lei.

Pillola Blu [Club Torino]

    Predicavo per le strade senza accorgermi che le persone mi passavano intorno, mi sfioravano, guardavano senza necessità di essere ricambiate. Era un qualsiasi giorno di un mese freddo, era quando l’inverno lasciava spazio alla primavera. Ed io predicavo proprio contro quel volgere dall’immobile al dinamico; me ne stavo sempre in quell’angolo del parco. Arrivavo con la mia sedia, mi coprivo il collo quando tirava il vento e poi ci salivo sopra, iniziando a dispensare pensieri. C’era chi passava davanti senza capire: non c’era un cappello dove mettere denari, non c’era una scatola dove lasciare qualche moneta. C’era un vecchio ed una voce. C’era la sedia, sotto al vecchio. Chissà quanti avranno pensato che fossi matto, prima ancora di capire quello che stavo dicendo. Prima ancora di udire ciò che avevo da dire. Io predicatore subissato dai pregiudizi. Ma c’era qualcuno che si fermava, di rado: chi ad ascoltare la mia voce tremula, chi a tentare di rapire un mio sguardo nascosto tra le rughe sperando di capire qualcosa di me o per attestare la verità nelle mie parole. Ancor meno erano quelli che si fermavano per leggere nel mio discorso affinità che facevano loro comodo. Ma c’era qualcuno che invece si fermava per sentire il mio vivere attraverso le mie frasi; qualcuno che, come me, aveva voglia di sentirsi parte del mondo. Discretamente.

Tenendo lo sguardo fisso di fronte a me, lasciavo scorrere le persone sotto i miei piedi, mentre parlavo di storie multicolori, ed osservavo con cupidigia il loro guscio. Nascosti sotto un doppio petto, pantaloni appena stirati e privi d’imperfezione se non quelle dovute alle pieghe che facevano per adattarsi al corpo, nascosti sotto bombette e cilindri c’erano le coscienze di persone “importanti”. Bastava guardarle da fuori per inquadrarli nella loro classe sociale. Passavano donne con sguardi persi tra i pensieri. «Anche oggi farò tardi. Devo correre a casa a preparare la cena, badare a mio figlio, sono da sola». «Non ne posso più di questa vita: correre, correre, sempre correre. Mai una mano amica ad aiutarmi». «Non sopporto di dover sempre rendere conto a mio padre di quello che faccio. Continuerò a dirgli bugie se lui continuerà a pretendere che io dipenda da lui». «Domani devo sostenere l’esame, poi finalmente potrò rilassarmi per un paio di settimane. Festeggiare. Ecco… voglio festeggiare».

Non c’era incrocio di sguardi che sfuggiva al mio setaccio, mentre predicavo.

    Associavo ad ogni volto un pensiero e ad ogni pensiero una storia, che poi sviluppavo e riproponevo al mio pubblico ogni volta che mi ergevo sopra di loro. Chissà cos’avranno pensato di quella figura che si stagliava di fronte alla solita quercia vicino al cimetiere du Père-Lachaise. Riproponevo i miei pensieri nati da racconti ed aneddoti che leggevo sulle giacche, sui cappelli, sulle scarpe, i volti, gli occhi di chi era passato davanti a me giorni prima, o anche settimane, mesi. Il mio predicare era un elargire le storie della gente, della stessa gente che mi passava davanti. Impiegavo il mio tempo a costruire trame, ad inventare sopra l’inventato. Magari a volte qualche intreccio era reale, o realistico. Magari talvolta l’intreccio corrispondeva con la realtà della stessa persona da cui avevo tratto l’ispirazione. Magari corrispondeva con la realtà di qualcun altro, che forse poteva stare a guardare e ad ascoltare me, proprio in quell’istante. Ciò che importava per me però era la logica nell’invenzione. Amavo creare aneddoti logicamente accettabili, talmente coerenti, pieni di particolari e al tempo stesso semplici, che sembravano veri anche a me stesso. E’ così che costruivo i miei legami con le persone. E’ così che stringevo loro la mano e conoscevo a fondo le loro vite. E’ così che ci diventavo amico. Più amico con loro che con questi tre sconosciuti che mi stanno ascoltando ora.

Fu lì che feci amicizia con lo sguardo di una donna. Una ragazza, per meglio dire. Avrà avuto al massimo 24 anni ed io ne avevo almeno cinquanta più di lei. C’era qualcosa nel suo star ferma ad ascoltare che non riuscii a comprendere la prima volta che la vidi. Infatti, a differenza degli altri che si fermavano ad ascoltare, lei era assente. Mi domandai il perché di quella sua assenza. Se aveva deciso di fermarsi a guardare, ad ascoltare, a riflettere davanti a quel vecchio, perché mostrava un distacco così forte dalla realtà? Ero lì davanti a lei, davanti a chi voleva distrarsi con le mie frasi, e loro davanti a me, lei davanti a me. Perché sedersi su quella panchina e guardare nel vuoto? Perché essere scenografia e non attrice insieme a me in quell’atto?

    Fin dal primo istante in cui la vidi, fui rapito dalla sua assenza. Avrei voluto ideare una storia di color blu partendo dalla sua sciarpa. Ad ogni vicenda che componevo nella mia testa davo un colore predominante. Era così che poi riuscivo a distinguerle. Ed il suo colore doveva essere il blu. Intenso come il cielo senza nuvole quando il sole è calato da almeno un’ora e profondo come l’acqua del mare che solcavo in barca al largo della costa Azzurra. Era la prima volta che associavo quel colore alla vita di qualcuno. E forse fu uno sbaglio perché sentivo di aver toccato sbadatamente le membra di qualcosa di impenetrabile. E non fui capace di pensare a nulla. Però parlavo di pensieri rosa e poi verde brillante, e poi nero focato. La mia inadeguatezza riusciva a nascondersi sotto al tremolio delle mie parole di anziano.

Terminai il mio sermone, scesi dalla sedia, la chiusi e me ne andai.

    Avevo un appuntamento con i miei amici una volta alla settimana, ma non avevo un giorno preciso per ritrovarmi con loro nei pressi del Père-Lachaise. Passarono giorni prima che rividi quella fanciulla. Era un giovedì pomeriggio nuvoloso; prima che il sole si nascondesse tra le nubi e tramontasse mi fermai sotto la quercia, in mezzo ad un pavimento di ghiande strappate dai rami e foglie cadute a caso sul sentiero. Dietro di me, oltre la quercia, c’era una ringhiera in ferro battuto, alta almeno due metri e mezzo che separava il parco da una piccola via residenziale, poco frequentata. Mentre mi stavo issando sopra la sedia, i miei occhi finirono proprio dietro a quella staccionata, incontrando l’incedere della fanciulla Blu. Non mi vide, o almeno credo che andò così, ed io proseguii con i miei lenti movimenti per sollevarmi di fronte al mio pubblico. Iniziai a parlare, col mio naturale sguardo nascosto tra le rughe e a narrare, predicare le mie invenzioni. Chissà se quel mio racconto arancione avrà colpito qualcuno? Davo per “colpito” chiunque si fermasse per poco più di un minuto di fronte a me. Non cercavo consolazione nella gente, e non cercavo approvazione né nel mio gesto di pubblicare verbalmente le mie storie, né nel farle piacere a qualcuno. Amavo avidamente l’idea di far sentire agli altri il moto dei miei pensieri, e a chi era più bravo di fargli sentire il moto dei miei istinti che creava le mie nuove realtà colorate. Mi bastava poco per sentirmi amico di qualcuno. Chi avesse provato a comprendermi, magari anche senza riuscire a farlo, avrebbe avuto la mia amicizia, sincera, senza nulla in cambio, ma soprattutto senza aver mai saputo nulla della mia amicizia.

Il sole si spense dietro ai palazzi ottocenteschi, lasciando ancora più spazio alle nuvole ora grigie e cariche di pioggia; il timido sole lasciò cadere a terra le mie ultime parole che si confusero con la pioggia che iniziava a cadere. Non era rimasto più nessuno ad ascoltarmi e non avevo più visto neanche la fanciulla Blu.

Lasciai il sentiero dopo aver ripreso la mia sedia, abbandonando alle mie spalle niente più che un posto vuoto e ormai completamente bagnato dalla pioggia. Io, mi sentivo come quel pavimento: vuoto e fradicio. Pensai che a differenza di quell’immobile pezzo di terra potevo sorridere, e proseguendo verso l’uscita del parco iniziai a ridere senza fermarmi, con lo sguardo acceso e fissando dritto a terra. Un passo dopo l’altro verso il cancello verde ramato. Avrei voluto fare un passo ancora, ma fui costretto a fermarmi vicino all’ultima panchina prima dell’uscita. Sempre con lo sguardo verso il basso mi sedetti.

    La pioggia copriva i rumori della strada. I rumori della strada coprivano il mio respiro che si fece più lieve e sempre meno comprensibile a qualsiasi orecchio. Mi volsi verso il lato vuoto della panchina, accorgendomi di non essere solo. La fanciulla Blu sedeva accanto a me, sguardo dritto perso nel nulla. Nessuna espressione sul suo volto, gocce che le pendevano dai lati più acuti del viso, attendevano pochi secondi e poi cadevano per lasciare spazio ad altre gocce, desiderose di sposare per indefiniti istanti quel viso etereo. Posai la mia testa sulla sua spalla sinistra e rimasi ad ascoltare il rumore della pioggia.

Si prese gioco del vuoto di fronte a lei, chiudendo gli occhi. Aprì leggermente le labbra come per sfiorare con un bacio l’aria sopra al mio orecchio e mi sussurrò parole al momento incomprensibili. Erano frasi a me conosciute, da sempre. Conosciute e mai comprese.

Chiusi gli occhi insieme a lei e quando capii il significato di quelle parole non sentii più la necessità di riaprirli.