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Tempo.

VCT (106)

Foglia di loto

 

Il tempo non è.

Il mondo è tutto ciò che accade (grazie Witty) e per capirlo bisogna tornare ad essere minuscoli, inesistenti, e soprattutto ignoranti. Da lì si può riprendere a costruire un mondo più reale, meno soggettivo per poi capire che si fallirà comunque perché noi stessi siamo mondo. Come possiamo descrivere oggettivamente qualcosa di cui facciamo parte? E soprattutto come facciamo a descriverlo oggettivamente se nelle osservazioni che facciamo siamo noi stessi ad influenzare le “rilevazioni”?

E quindi il tempo non è che l’evidenza di una nostra carenza nel capire il mondo. Il tempo, come lo intendiamo noi, è il nostro modo di sopperire all’ignoranza e all’incompletezza della nostra percezione. Se fossimo in grado di conoscere completamente ed integralmente le relazioni che esistono tra tutte le cose, il concetto stesso di tempo perderebbe di significato. Il tempo è lo strumento che ci siamo creati per sopperire alla nostra miopia (o ‘sfocatura’ come direbbero Boltzmann o Rovelli). Il tempo è la lente della realtà.

Bertrand Russell lo aveva capito perfettamente e me l’aveva comunicato in una frase da cui, prima, ero affascinato e riuscivo a cogliere solo misticamente il senso, ma di cui ora ho più consapevolezza: “to realise the unimportance of time is the gate of wisdom“.

Fumatori fuori le porte dell’ospedale

Lo stalker, ma quello vero, non si preoccupa del momento siderurgico estremo. Piuttosto lascia la volpe a casa sul balcone.

Un edificio privo di balconi, alto 25 piani e senza finestre. Unico balcone e finestra: le mie.

Cerco il fulgore del mio ardore sulla montagna, avendo spostato il carico verso il flauto traverso. Quasi scrivo meglio ora che sono adulto, piuttosto che quando ero adolescente. Niente, niente, niente ha potuto il mio ossesso.

È brutto forte lo stesso, non trovi?

No existe nada más lindo que verte bailar!

E quelle tonnellate di cose lì. Hai ragione, ma ti sei dimenticato di tutte le altre! Tutte quelle dentro a quel contenitore privo di senso che rende il contenuto tutto colorato anche se tu, al massimo, distingui il bianco dal nero.

Le illusioni… quelle che muovono gli animi come precise e concrete leggi fisiche!

L’amore, che muove! Sia lodato l’amore che delude, che distrugge e quello che crea una musica talmente dolce per la propria bambina.

Sempre sia lodata qualunque forma d’amore! (Dannazione!)

Blu

new-zealand-1821

New Zealand

    Predicavo per le strade senza accorgermi che le persone mi passavano intorno, mi sfioravano, guardavano senza necessità di essere ricambiate. Era un qualsiasi giorno di un mese freddo, era quando l’inverno lasciava spazio alla primavera. Ed io predicavo proprio contro quel volgere dall’immobile al dinamico; me ne stavo sempre in quell’angolo del parco. Arrivavo con la mia sedia, mi coprivo il collo quando tirava il vento e poi ci salivo sopra, iniziando a dispensare pensieri. C’era chi passava davanti senza capire: non c’era un cappello dove mettere denari, non c’era una scatola dove lasciare qualche moneta. C’era un vecchio ed una voce. C’era la sedia, sotto al vecchio. Chissà quanti avranno pensato che fossi matto, prima ancora di capire quello che stavo dicendo. Prima ancora di udire ciò che avevo da dire. Io predicatore subissato dai pregiudizi. Ma c’era qualcuno che si fermava, di rado: chi ad ascoltare la mia voce tremula, chi a tentare di rapire un mio sguardo nascosto tra le rughe sperando di capire qualcosa di me o per attestare la verità nelle mie parole. Ancor meno erano quelli che si fermavano per leggere nel mio discorso affinità che facevano loro comodo. Ma c’era qualcuno che invece si fermava per sentire il mio vivere attraverso le mie frasi; qualcuno che, come me, aveva voglia di sentirsi parte del mondo. Discretamente.

Tenendo lo sguardo fisso di fronte a me, lasciavo scorrere le persone sotto i miei piedi, mentre parlavo di storie multicolori, ed osservavo con cupidigia il loro guscio. Nascosti sotto un doppio petto, pantaloni appena stirati e privi d’imperfezione se non quelle dovute alle pieghe che facevano per adattarsi al corpo, nascosti sotto bombette e cilindri c’erano le coscienze di persone “importanti”. Bastava guardarle da fuori per inquadrarli nella loro classe sociale. Passavano donne con sguardi persi tra i pensieri. «Anche oggi farò tardi. Devo correre a casa a preparare la cena, badare a mio figlio, sono da sola». «Non ne posso più di questa vita: correre, correre, sempre correre. Mai una mano amica ad aiutarmi». «Non sopporto di dover sempre rendere conto a mio padre di quello che faccio. Continuerò a dirgli bugie se lui continuerà a pretendere che io dipenda da lui». «Domani devo sostenere l’esame, poi finalmente potrò rilassarmi per un paio di settimane. Festeggiare. Ecco… voglio festeggiare».

Non c’era incrocio di sguardi che sfuggiva al mio setaccio, mentre predicavo.

    Associavo ad ogni volto un pensiero e ad ogni pensiero una storia, che poi sviluppavo e riproponevo al mio pubblico ogni volta che mi ergevo sopra di loro. Chissà cos’avranno pensato di quella figura che si stagliava di fronte alla solita quercia vicino al cimetiere du Père-Lachaise. Riproponevo i miei pensieri nati da racconti ed aneddoti che leggevo sulle giacche, sui cappelli, sulle scarpe, i volti, gli occhi di chi era passato davanti a me giorni prima, o anche settimane, mesi. Il mio predicare era un elargire le storie della gente, della stessa gente che mi passava davanti. Impiegavo il mio tempo a costruire trame, ad inventare sopra l’inventato. Magari a volte qualche intreccio era reale, o realistico. Magari talvolta l’intreccio corrispondeva con la realtà della stessa persona da cui avevo tratto l’ispirazione. Magari corrispondeva con la realtà di qualcun altro, che forse poteva stare a guardare e ad ascoltare me, proprio in quell’istante. Ciò che importava per me però era la logica nell’invenzione. Amavo creare aneddoti logicamente accettabili, talmente coerenti, pieni di particolari e al tempo stesso semplici, che sembravano veri anche a me stesso. E’ così che costruivo i miei legami con le persone. E’ così che stringevo loro la mano e conoscevo a fondo le loro vite. E’ così che ci diventavo amico. Più amico con loro che con questi tre sconosciuti che mi stanno ascoltando ora.

Fu lì che feci amicizia con lo sguardo di una donna. Una ragazza, per meglio dire. Avrà avuto al massimo 24 anni ed io ne avevo almeno cinquanta più di lei. C’era qualcosa nel suo star ferma ad ascoltare che non riuscii a comprendere la prima volta che la vidi. Infatti, a differenza degli altri che si fermavano ad ascoltare, lei era assente. Mi domandai il perché di quella sua assenza. Se aveva deciso di fermarsi a guardare, ad ascoltare, a riflettere davanti a quel vecchio, perché mostrava un distacco così forte dalla realtà? Ero lì davanti a lei, davanti a chi voleva distrarsi con le mie frasi, e loro davanti a me, lei davanti a me. Perché sedersi su quella panchina e guardare nel vuoto? Perché essere scenografia e non attrice insieme a me in quell’atto?

    Fin dal primo istante in cui la vidi, fui rapito dalla sua assenza. Avrei voluto ideare una storia di color blu partendo dalla sua sciarpa. Ad ogni vicenda che componevo nella mia testa davo un colore predominante. Era così che poi riuscivo a distinguerle. Ed il suo colore doveva essere il blu. Intenso come il cielo senza nuvole quando il sole è calato da almeno un’ora e profondo come l’acqua del mare che solcavo in barca al largo della costa Azzurra. Era la prima volta che associavo quel colore alla vita di qualcuno. E forse fu uno sbaglio perché sentivo di aver toccato sbadatamente le membra di qualcosa di impenetrabile. E non fui capace di pensare a nulla. Però parlavo di pensieri rosa e poi verde brillante, e poi nero focato. La mia inadeguatezza riusciva a nascondersi sotto al tremolio delle mie parole di anziano.

Terminai il mio sermone, scesi dalla sedia, la chiusi e me ne andai.

    Avevo un appuntamento con i miei amici una volta alla settimana, ma non avevo un giorno preciso per ritrovarmi con loro nei pressi del Père-Lachaise. Passarono giorni prima che rividi quella fanciulla. Era un giovedì pomeriggio nuvoloso; prima che il sole si nascondesse tra le nubi e tramontasse mi fermai sotto la quercia, in mezzo ad un pavimento di ghiande strappate dai rami e foglie cadute a caso sul sentiero. Dietro di me, oltre la quercia, c’era una ringhiera in ferro battuto, alta almeno due metri e mezzo che separava il parco da una piccola via residenziale, poco frequentata. Mentre mi stavo issando sopra la sedia, i miei occhi finirono proprio dietro a quella staccionata, incontrando l’incedere della fanciulla Blu. Non mi vide, o almeno credo che andò così, ed io proseguii con i miei lenti movimenti per sollevarmi di fronte al mio pubblico. Iniziai a parlare, col mio naturale sguardo nascosto tra le rughe e a narrare, predicare le mie invenzioni. Chissà se quel mio racconto arancione avrà colpito qualcuno? Davo per “colpito” chiunque si fermasse per poco più di un minuto di fronte a me. Non cercavo consolazione nella gente, e non cercavo approvazione né nel mio gesto di pubblicare verbalmente le mie storie, né nel farle piacere a qualcuno. Amavo avidamente l’idea di far sentire agli altri il moto dei miei pensieri, e a chi era più bravo di fargli sentire il moto dei miei istinti che creava le mie nuove realtà colorate. Mi bastava poco per sentirmi amico di qualcuno. Chi avesse provato a comprendermi, magari anche senza riuscire a farlo, avrebbe avuto la mia amicizia, sincera, senza nulla in cambio, ma soprattutto senza aver mai saputo nulla della mia amicizia.

Il sole si spense dietro ai palazzi ottocenteschi, lasciando ancora più spazio alle nuvole ora grigie e cariche di pioggia; il timido sole lasciò cadere a terra le mie ultime parole che si confusero con la pioggia che iniziava a cadere. Non era rimasto più nessuno ad ascoltarmi e non avevo più visto neanche la fanciulla Blu.

Lasciai il sentiero dopo aver ripreso la mia sedia, abbandonando alle mie spalle niente più che un posto vuoto e ormai completamente bagnato dalla pioggia. Io, mi sentivo come quel pavimento: vuoto e fradicio. Pensai che a differenza di quell’immobile pezzo di terra potevo sorridere, e proseguendo verso l’uscita del parco iniziai a ridere senza fermarmi, con lo sguardo acceso e fissando dritto a terra. Un passo dopo l’altro verso il cancello verde ramato. Avrei voluto fare un passo ancora, ma fui costretto a fermarmi vicino all’ultima panchina prima dell’uscita. Sempre con lo sguardo verso il basso mi sedetti.

    La pioggia copriva i rumori della strada. I rumori della strada coprivano il mio respiro che si fece più lieve e sempre meno comprensibile a qualsiasi orecchio. Mi volsi verso il lato vuoto della panchina, accorgendomi di non essere solo. La fanciulla Blu sedeva accanto a me, sguardo dritto perso nel nulla. Nessuna espressione sul suo volto, gocce che le pendevano dai lati più acuti del viso, attendevano pochi secondi e poi cadevano per lasciare spazio ad altre gocce, desiderose di sposare per indefiniti istanti quel viso etereo. Posai la mia testa sulla sua spalla sinistra e rimasi ad ascoltare il rumore della pioggia.

Si prese gioco del vuoto di fronte a lei, chiudendo gli occhi. Aprì leggermente le labbra come per sfiorare con un bacio l’aria sopra al mio orecchio e mi sussurrò parole al momento incomprensibili. Erano frasi a me conosciute, da sempre. Conosciute e mai comprese.

Chiusi gli occhi insieme a lei e quando capii il significato di quelle parole non sentii più la necessità di riaprirli.

Liberazione

Oggi ho liberato una pianta.

Stava stretta nel suo vaso.
Stava stretta in poca terra.
Non bastava il calore, la protezione dal vento. Non le bastava l’acqua, costretta in poco più di un bicchiere.

Chissà se avrà capito.
Chissà se sarà in grado di capire che non mi volevo liberare di lei, ma che volevo liberarla.
Chissà se capirà.

E allora l’ho piantata lì sul sentiero che quotidianamente percorro. Perché sono egoista. Perché desidero vederla ancora, lì nella sua natura. Mai più protetta dalle mie mani. Non più protetta dal mondo.

Ma a che serve proteggere? Proteggere serve a sottrarre una vita all’esperienza del tempo. Senza protezione si vive.
Sono tuo padre. Ed era venuto il momento di concederti il beneficio di venire al mondo.
Mica ti chiedo di resistere.
Mica ti chiedo di farlo per me.
Fallo perché tu possa tornare rossa, cambiando colore. Rinasci. Anzi, nasci.

Come potevo pensare di aiutarti tenendoti a più di 10 metri dalla tua terra? Come posso pensare di aiutarmi, tenendomi a più di 10 metri da terra?

Gli edifici sono assassini.
Le città più si elevano in altezza, più ci chiedono di abbandonare l’esperienza della vita. Dovremmo imporci contro questo omicidio societario di massa. Ma la massa… è in grado di capirlo? O aspira più al cielo?

Per aspera ad astra, urla la massa.
Per aspera ad terram, dico io.
Demiurgo di me stesso, voglio vivere l’esperienza della realtà.

“Piano terra”, ci sarà un motivo, più di un motivo per cui si chiama così!
E tu, pianta, ti sei guadagnata il piano terra. Il migliore che potevo darti io, che ti ho costretto all’altezza. Dammi un segno, ogni volta che ti passerò accanto, un segno che ho scelto il destino meno avverso, per te.

Io, a scegliere il destino di una pianta: una delle migliori ingiustizie a cui abbia partecipato.

Al di là del borgo

Tōno - Japan -  September 10, 2015

Tōno – Japan – September 10, 2015

Chissà cosa guardano i gatti fuori dalle finestre.
Chissà cosa pensano i gatti mentre guardano fuori dalle finestre.

Pillola Verde

Nonna+Nonno

Nonna+Nonno

Stava in piedi accanto al tavolo: tutte le sue rughe erano come occhi che mi puntavano facendo continui tentativi di sondare il mio animo attraverso i pensieri.

Io ero seduto vicino e lasciavo correre il mio sguardo lungo il tavolo, fermo tutto tranne le sue mani.

Era alle prese con la selezione del pesce che aveva acquistato qualche ora prima al mercato. Fissava un’alice alla volta e ne formava tre mucchietti organizzati a seconda delle dimensioni dei pesci. C’era un odore forte di mare: quel colore argento schietto non faceva pensare che avessero avuto voglia di morire.

Chissà cosa nascondevano le sue mani, in grado di tenere con fermezza una pentola bollente senza nemmeno un sussulto. Silenziose, mentre si accanivano sul pesce, raccontavano sofferenze e gioie.
Le bastava poco per capirmi, le bastava ancora meno per capire.
Le sue difficoltà erano ormai l’assenza di difficoltà nella vita quotidiana.
Quieta, aveva finito la selezione delle alici e si era voltata per prendere una padella capiente; piuttosto minuta, aveva bisogno di una sedia per prenderla lì in alto nell’armadio. Poi scendeva dalla sedia, con movimenti naturali ma un po’ arrugginiti, e riempiva d’olio la padella, già sul gas.

Questa è una storia che non esiste. Non è mai esistito questo discorso.
Non è mai esistito eppure ora c’è.

La sua voce era piccola, ma decisa e priva di tentennamenti. Era il tempo della seconda guerra mondiale e suo marito era partito, come tanti, per il fronte. Lì per la prima volta le mani le aveva utilizzate per proteggere il mondo esterno dalle sue lacrime. Le dita asciugavano simboli che, se messi correttamente in ordine, portavano alla luce una frase comprensibile: “lo rivedrò mai più?”.

L’ispirazione dei miei pensieri, mentre osservavo quella scena che non esisteva, proveniva da una ricordo che non avevo mai avuto. Il ricordo era reale, l’illuminazione pure, quindi anche tutto ciò che ne conseguiva non c’era.

Nel frattempo dalla finestra filtrava una luce opacizzata dal riverbero della luce del sole al di sotto delle nuvole, tipico di quando i raggi filtrano dall’alto e rimangono ingabbiati a rimbalzare perennemente tra terra e cielo. Avrei giurato che il colore di quella luce fosse stato arancione, ma per me era del tutto neutro poiché ormai permeava il nostro ambiente.

Antonio Fontanesi, Aprile, 1873

Antonio Fontanesi, Aprile, 1873

 

Ero intento ad analizzare i miei silenzi, come mi capitò quando mi trovavo davanti all’Aprile di Antonio Fontanesi, dove il movimento dei miei occhi era stato rapito da una nuvola leggermente decentrata sulla tela. Ma a parte il senso di irrequietezza e movimento (impossibile) che mi metteva il disquilibrio della composizione, ciò che trafiggeva a morte la mia tranquillità era la luce che balzava fuori da quella nuvola. Luce priva di colore e calore, esattamente come la luce di quando mi trovavo accanto a mia nonna.

Suo marito, mio nonno, era partito di nuovo, stavolta sotto la luce che filtrava dalla finestra, nella cucina. Per fortuna ora conosco che faccia aveva quando, solo, usciva di casa, per non tornare prima di un tempo indefinito.

È stato catturato di nuovo, in Albania, e adesso quel tempo che sembrava lasciare spazio alla speranza nella sua indecisione, ha smesso (maledetto lui!) di oscillare e sembra deciso a porre il momento del ritorno a casa lontano, a suo piacere.

E la donna dalle mani piccole e forti cosa avrà sentito quando arrivava quella notizia? Lo sapeva che le sue mani sarebbero diventate più dure? Avrebbero chiesto alle prime rughe di fare la loro comparsa, in quel momento. Era necessario per evitare che l’acqua che le scendeva dagli occhi venisse dispersa a terra, grazie a quei solchi sulla pelle; sentiva che non era giusto tenere a bada il dolore, e il suo corpo aveva reagito di conseguenza. Nemmeno una lacrima cadeva dal viso di mia nonna mentre leggeva della prigionia del suo compagno. Diverse volte mi sono domandato come fosse possibile essere tanto resistenti alle avversità.

Ma questa storia, non esiste.

Dunque le domande restano appese come quadri addosso a un immenso muro bianco.
Mi giro e mi guardo attorno, mi accorgo di essere davanti a quel muro, e per fortuna non sono solo, c’è un uomo accanto a me, colui che quella donnina ha stretto tante volte.
Con le sue manine forti.