Man in the box

Corsica - Vicino al Monte Cinto

Corsica – Sentiero al Monte Cinto

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole […]
F. De André

Sentieri che si inerpicano tra le rocce e tra gli alberi. Sentieri che percorri una volta sola anche se li ripercorri; perché quando li calpesti nella direzione opposta, cambiano le prospettive. Cambia lo sguardo. Una pietra vista da un lato, è diversa da se stessa, vista da dietro. Eppure riconosci di esserci passato lo stesso. Il luogo ti sembra lo stesso, ma è diverso.

Capita di percorrere dei sentieri, belli, vivi, eterni. Capita di trasformare pochi mesi in un concentrato di frutta, ma di quella buona, succosa, con tanta polpa e con la buccia rovinata perché la buccia rovinata ti comunica che il frutto ha vissuto, senza artifici chimici. Lungo quel tratto di bosco abbiamo colto quei frutti insieme, uno dopo l’altro: more, lamponi, mirtilli, fragole, fragoline. Non è chiaro come fosse possibile, ma c’erano anche le arance. Due, che sono state spremute insieme dando vita al più bel succo mai preparato da mani umane.
Poi è venuto il momento di berlo, tutto d’un fiato (noi che possiamo farlo perché, al contrario del malato di cuore di De André, il cuore ci funziona bene): ogni goccia di quel succo è stata la più intensa goccia mai bevuta, la più buona perché reale. Non una idealizzazione, non un paesaggio virtuale, non un’emozione celata. Niente era più reale.

Lacerato. Il telo si è lacerato dopo aver finito il succo, dall’altro lato, il mondo. E buttarcisi dentro a capofitto. Le distanze spaziali si dilatano, si fanno angosce, si trasformano in distanze emozionali, e, repentinamente, in paure. Scambio la tristezza per malinconia. Vengo sbattuto via. Cado su una roccia. Mi fa male il petto, probabilmente ho sbattuto lì, fortissimo. Spero di perdere conoscenza, e di non svegliarmi più se non dopo aver dimenticato.
No. Resto perfettamente cosciente e, senza potermi muovere, sento che qualcosa inizia a scorrere dal mio corpo, sulla roccia viva. Sanguino forte. Esce il rosso della mia disperazione. Unico modo per fermare la ferita e smettere di sanguinare è buttarci sopra una garza spessa perché i ricordi rimangano lontani dagli occhi.

Ma per quanto tempo riuscirò a celarli?

Mesi di una bellezza incolmabile con qualsiasi altra bellezza. Ridefinizione del termine estetico di bellezza sentimentale. Mesi che hanno compresso in loro stessi passato e futuro, una spremuta di tempo, d’amore. Tempo prezioso che non torna più ma che nemmeno se ne andrà mai. Promesse sciolte, non mantenute, perse come lacrime nella pioggia.

Come Totor(r)o rimango a casa, solo. E quel succo mi aveva fatto venir voglia di un altro tipo di casa. Quella casa.
https://www.youtube.com/watch?v=xFWVFu2ASbE

Adesso sono solo 4 mura, o poco più.

Strasburgo - Agosto 2007

Strasburgo – Agosto 2007

 

Il mondo fa schifo perché la gente non si abbraccia.

Se il mondo vi fa schifo, abbracciatevi di più.

Se vi fate schifo, abbracciate un albero.

Altrimenti andatevene affanculo.

Acheropita

Acheropita

Acheropita

Acheropita è appena entrata a casa. Acheropita da oggi ascolterà la musica che ascolterò. E sentirà gli odori della roba che cucinerò.
Thoreau ci insegna bene il perché sia giusto andare nei boschi, ed è per questo che forse gli umani tentano di portarsi i boschi dentro casa.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici. H.D. Thoreau

Altocumulo lenticolare

Belle-Île-en-Mer - Breizh

Belle-Île-en-Mer – Breizh

Notizie fruite alla velocità di un colpo di dita. Tanto veloce, quel colpo, quanto calcificante. Temo che tutta questa velocità blocchi le meningi invece che renderle mobili. Libera enzimi che facilitano la disfunzione cerebrale. E quel colpo di dita, rende ancora più forte la convinzione che nell’affermato e nel conosciuto, risieda la sicurezza e la perfezione.

Nell’arrampicata, quando si affronta una parete, la sicurezza si ricerca nello sconosciuto. Torno adesso al momento in cui sei sul punto di cercare un appiglio con la mano, lì dove non riesci a vedere, lì dove risiede l’ignoto. Torno al momento in cui sembra che non ci sia speranza di salire, di superare quel pezzo di roccia. A volte, mentre sali, hai proprio bisogno di quel senso di casa, così come quando cerchi di superare certi ostacoli nella tua vita: talvolta ne hai bisogno, perché sei umano. Oppure riesci ad ammettere che è proprio nell’inquietudine dello sconosciuto che trovi la forza, la tua. Allora forse è lì che cade l’umanità 2.0. Robusta è la sensazione del trovarsi a contatto con altri che non sono altro che la proiezione di se stessi. Si vive facile in casa, dove tutti parlano la stessa lingua, la tua (anche se vivi da solo); ma cosa succede se ad un tratto ti trovi in mezzo ai veri altri, quelli che parlano una vita diversa?

Sai che c’entra questo con l’arrampicata? Quando non vedi oltre i tuoi occhi, devi fidarti di ciò che non vedi, devi sperimentare, devi avere un cuore che sente e che percepisce al di là dei sensi. Identica la sensazione di cercare un appiglio a quella di trovare forza ed energia nel diverso-da-sé. Ecco dove cade, anzi come cade l’umanità 2.0: cade nella velocità delle notizie fruite più come contenitori asettici che come contenuti. Timoroso, l’essere umano del XXI secolo scorre con un colpo di dita, non solo le notizie, ma anche le stesse relazioni sociali che lo rendono umano. Non è nient’altro che uno scorrere. Estasiato dalla novità, e annoiato a tempo record: ormai estasi e noia coincidono in un’unica soluzione.

Nell’arrampicata non hai paura di quello che affronterai senza ancora conoscerlo; hai il timore piuttosto di ciò che già conosci e di ciò che ti sei lasciato, scalando, alle spalle. È questo, forse, che rende l’arrampicata una seduta socio-psicologica più che uno sport.

Trasformare il mondo in cristallo.

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Traslasierra – Argentina 2017

Il poeta, secondo Emerson, è in grado di trasformare il mondo in cristallo; è colui che attinge dalla semplicità originaria, ed è in grado di suscitare autentica energia creativa.

In virtù della possibilità di attingere a questa semplicità originaria e della concezione secondo la quale un pensiero arriva a porre un’essenziale correlazione e conformità fra l’uomo come microcosmo insieme con l’universo come macrocosmo, vi è una similitudine con la visione platonica della realtà.

Emerson ama la Natura, in quanto equivalente sensibile dello spirito. La civiltà, invece è complicata e tortuosa, è decadenza e il tempo della città  è scandito da segnali dannosi, mentre in natura lo scorrere delle ore e del tempo ha ritmi più sereni, genuini, che segnano la crescita della gioia e si alimentano di essa.

Si tratta quindi di una Natura che non è più quella idilliaca, che trovavamo nell’Arcadia, ma, allo stesso tempo, mantiene ciò nonostante la sua solitaria ed incantata imponenza e una misteriosa quanto avvincente estraneità per l’uomo.

Dove si colloca la sofferenza inflitta coscientemente dall’uomo, all’interno della Natura?

(r)esistenza

Breizh - 2013

Breizh – 2013


Non v’è dubbio
nell’estasi dell’estate
che lieve muore,
tra nuvole che piovono
su nuvole.

E allora maionese!
Sui nostri peperoni urlanti,
sui nostri ortaggi
schiavi della terra.

Vergine giammai!

La paura non esiste.

Esiste l’esoscheletro dell’esistenza.

Sula Bassana

Sula Bassana

Sula Bassana

La prima volta che vidi una sula bassana, mi trovavo in Scozia.
In effetti forse è stata anche l’ultima volta che ne ho viste. A catturare la mia attenzione, la sua armonia nonostante la sua stazza. Mi trovavo nei pressi di un faro, il vento sferzante al nord di Skye.

Osservai le evoluzioni a 40 o 50 metri di altezza sopra il livello del mare. Le guardai estasiato.
L’uccello marino porta dentro di sé malinconia e consapevolezza e le miscela sapientemente per creare il suo canto. Così, ogni volta che ascolto le loro voci posso iniziare una lotta interiore ed uscirne felicemente sconfitto.

Ero troppo lontano per udire il suo canto e quindi mi concentrai sul suo modo di volare, e rimasi stupefatto, più che dalle sue evoluzioni, da come si lanciava in picchiata per pescare.
In un primo momento si fermò in aria, poi, con prontezza cambiò l’equilibrio che la teneva orizzontale rispetto al pelo dell’acqua, per lasciarsi attrarre dalla Terra in una evoluzione verticale e giù a capofitto verso il mare.

La prima volta che la vidi scagliarsi con così tanta energia ed eleganza al tempo stesso, non potei credere che stava accadendo. Per fortuna ne vidi altre che prima volavano, poi si fermavano e poi si gettavano in picchiata per procurarsi il cibo.
Ad ogni tuffo fui in grado di percepire sempre più dettagli e rimasi così a fissarle per lunghi minuti che mi fecero dimenticare completamente della mia presenza in un luogo affascinante perché distante dall’uomo.

Poi lessi che la sula è un uccello migratore e che forma coppie fisse che, spesso, durano tutta la vita.