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Strasburgo - Agosto 2007

Strasburgo – Agosto 2007

 

Il mondo fa schifo perché la gente non si abbraccia.

Se il mondo vi fa schifo, abbracciatevi di più.

Se vi fate schifo, abbracciate un albero.

Altrimenti andatevene affanculo.

Persóna

Continua a contare l’apparenza?

Breizh - 24.08.2013

Breizh – 24.08.2013

Mi chiedo se sia giusto porsi il problema: avere o essere?
Avere nel senso di apparire, portare una maschera, essere una persona.

Persona deriva probabilmente dall’etrusco e significa maschera teatrale. E pensare che utilizziamo questa parola molto spesso per identificare un individuo. Ma chi è un individuo, nella società attuale, se non una maschera? Ho provato spesso ad essere una cosa diversa. Ho provato ad indossare un altro costume, e la mia credibilità non è mai diminuita. E so anche il perché: credo di aver trovato individui che recepissero il mio “avere” più che il mio “essere”. È stato un esperimento che ho fatto diverse volte, interpretando appunto. Ma esperimento è perturbare un sistema per verificare come reagisce; esperire è recitare.

Perché gli individui sono sempre più persone e sempre meno individui?

È una domanda che mi sono posto parecchie volte e a cui si potrebbe rispondere seguendo diversi flussi logici.
La prima, più ovvia (almeno per me), risposta è nel vedere la persona (e quindi la maschera) come un’armatura, uno strumento di difesa. Con il progredire della tecnologia e con il suo infiltrarsi nei rapporti interpersonali, è aumentata l’alienazione e, con essa, l’egoismo e l’egocentrismo. Gli slogan odierni inneggiano alla sicurezza e alla vanità, portando l’etica su un piano personale e non più comune. Così ci vogliono come scatole vuote da riempire con la nostra vanità, e ci insegnano a proteggere l’accesso alla nostra scatola da agenti esterni che perturberebbero il nostro ego.  È nella persona che troviamo la difesa per proteggerci da questi attacchi. E allora ne vestiamo una, o più di una, per evitare di esporre la nostra faccia. Faccia è affine a facĕre, che significa fare e mi piace pensare che la faccia permetta di riconoscerci per come siamo fatti. E allora oscuriamo il nostro facĕre (che potrei voler leggere come essere), con il parēre (che è avere).

Questa risposta tuttavia non è esaustiva: a parte l’armatura costruita su misura sulla maschera della persona, che difende il diritto all’egoismo, c’è dell’altro.

Essere individui comporta un dinamismo che non molti (anzi pochissimi) sono in grado di sopportare. Non è più facile essere una persona come tante e lasciare che la propria umanità fluisca via con quella degli altri? Il fluire è quello della massa, liquida, non quello della comunità. È il fluire che cancella dalle nature umane il genuino spirito di condivisione ed erige il muro che separa l’io dal noi. Questo muro è comunque necessario e presente nell’individuo (che significa appunto indivisibile, perché appunto distinto da altri della stessa specie), che altrimenti potrebbe essere diviso e perdere le sue caratteristiche strutturali e funzionali. Ma non è proprio quello che succede nel processo uniformante della massa? Non è forse l’eterofobia a negare l’individuo?

E c’è ancora un aspetto da notare. Siamo sempre più persone, sempre meno individui perché il tecno-mondo ci vuole perfetti. Avevo già parlato di questo qui.
Per riprendere il discorso in questo contesto, la massa ci promette la perfezione. Prima ancora di promettercela, riscrive la nostra Costituzione a suon di slogan: “perfetto è bello!”. I valori sono quindi capovolti e tutto ciò che è perfetto viene visto come desiderabile. Ma non sono proprio le mutazioni, in alcuni casi, a generare lo spunto per il salto evolutivo? Non sono gli errori, sul piano psicologico, a determinare un avanzamento nello sviluppo del carattere e della personalità di un individuo?
Credo che questo possa spiegare in parte anche la crisi dei rapporti che si vive oggigiorno: si scansa l’imperfezione perché portatrice di dubbi e magari di delusioni e si preferisce stare sotto l’ala protettiva della mamma perfezione. Certo, è più comodo.

Ma quello che vogliamo davvero è gettarci in un fiume senza sapere dove finiremo, oppure nuotare, anche contro corrente, tenendo d’occhio quello che c’è intorno (e sott’acqua) e dirigendo i nostri sforzi verso ciò che per noi conta davvero (ammesso che per noi questo esista)?

西の風

Old Tingri - Tibet

Old Tingri – Tibet

amo, piangerò
la pioggia di sakura
odora di te

Vita elastica

Esiste un luogo dove tutti, prima o poi, ritorniamo.

Questo luogo lo chiamiamo casa. Alla nostra casa è legato, invisibile, un elastico che più ci allontaniamo, più esercita una forza in direzione opposta, per farci tornare indietro, verso casa. Sperimento questa sensazione ogni volta che mi accomiato da casa per un viaggio, anche di poche ore.

La nostra vita è elastica.

Ma nel mio caso, è differente. Ho imparato a moltiplicare gli elastici, tanto sono invisibili! E allora non ho un solo polo, nello spazio, ma vivo connesso a tanti poli, distanti tra loro. Ce n’è uno in Nuova Zelanda. Uno a Viterbo. Un altro a Torino. C’è un polo a Parigi, uno a Tarquinia. C’è un polo in ogni luogo che eleggo come mio attrattore. E la sua bellezza è nel fatto che, dopo esser diventato polo, continuerà ad attrarre sempre, me, e non perderà la sua forza. Il movimento, nello spazio e nel tempo, del mio corpo è garantito dal fatto che ognuno di questi poli mi attrae a sé con una diversa intensità.

È nella noia che risiede il potere della diseguaglianza; i miei poli hanno ognuno la sua forza, che gli assegnai inconsciamente. E la loro forza cambia nel tempo: fluttua. Se il mio subconscio assegnasse una identica intensità a tutti gli elastici, capiterebbe un assurdo psicologico: sarei costretto a rimanere fermo, lontano in misura diversa, da ogni polo. Ma fermo.

La speranza che questo non accada è legata stretta alla mia capacità di annoiarmi. Finché non sarò impossibilitato ad annoiarmi, avrò materia per riconoscermi nel flusso degli eventi. E conoscerò un pezzo in più di me stesso nel momento in cui, tra me e me, penserò: “che noia!”.

Peccato che ad un pezzo di me che “imparo”, si contrappone puntualmente un pezzo di me che perdo per sempre.

Perché i pomeriggi di maggio,
non torneranno più.

Satellite Party

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l'ami
così sarai uomo di fede:

Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore:
ma non ho creato dolore.

Il perdono? Non so cosa sia.
Di solito provo sulla mia pelle le cose, prima di parlarne con gli altri: non mi piace pensare che gli altri pensino che non so pensare.
E quindi il perdono, vi dico, non so cosa sia.
Esatto, non ho mai provato a perdonarmi. Non ho mai unto la mia pelle col perdono. Ho provato a mettermi di fronte a uno specchio, guardando dietro allo specchio, per vedere se ero nascosto al di là del muro che lo sosteneva. Eppure, sempre, ho trovato solo l’immagine di me stesso accavallata tra i pensieri e le epoche. Tanti me, uno sopra all’altro. Ognuno a fare l’amore con quello dell’epoca precedente, pensando di amarlo. Uno dopo l’altro, tutti confusi come satelliti attorno a un pianeta che non orbita attorno a niente.
Tutti hanno detto le due parole che tolgono lo spirito dalla morte ad ogni altro me. Tutti si sono sbagliati pensando di essere nel giusto (o pensando di essere nell’errore). Tutti fratelli di un errore di valutazione. Soltanto uno non s’è sbagliato, colui che ha deciso di essere l’equivoco stesso.
L’equivoco in un contesto di perdono.

I am a river

Hue - Vietnam

Hue – Vietnam

Se sei un buon essere umano si vede da quanto umido produci. Meglio: se sei un buon essere umano produci una proporzione di umido maggiore rispetto agli altri scarti di qualsiasi-altra-cosa. Insomma più scarti cose prodotte, artefatte, più tu sei quello artefatto.
Non ti piace come idea? Pensa alle percentuali. Se pensi alle percentuali dovresti arrivare a capire quanto sei sporco. Tutto quello che getti è indicatore di quanto sei sporco. Ma qualitativamente, la proporzione è inversa: più getti incarti belli, più ti imbruttisci.

Io sono un fiume. Prendo tutto quello che mi viene gettato addosso e lo miscelo per poi riproportelo quando meno te lo aspetti. Gira e rigira la tua immondizia. Cresce il livello, si abbassa la tua statura. Io rimango sempre lo stesso, anche se mi ingrosso.

Io non ho niente da dire. Io ho tutto da dirti.
Tu non hai niente da dirmi. Tu hai tutto da darmi.

Ma sceglilo bene quello che hai da darmi. Io sono un fiume. E te lo rendo quando non ne ho più bisogno.

Fiocco

Queenstown - New Zealand

Queenstown – New Zealand

Esistono cose che succedono perché sono conseguenza di altre cose che succedono.
Se accadono quelle cose che sono conseguenza di altre cose è perché magari le prime sono accadute a causa di altre cose ancora. Più sono fitti questi cicli di consequenzialità, più ci sembra di assistere a un miracolo (che la religione non sia stata costruita proprio così?)

Oggi i fiocchi sono enormi. Sono enormi e si appiccicano sulle macchine, sull’asfalto (lì dove non passano le auto). Loro, le quattro ruote, spesso più, a volte meno, vanno veloce. Loro, i fiocchi, scendono lentamente. Fiocchi e auto esistono come conseguenza di altre cose che esistono.

E se ripetessi questo procedimento ricorsivamente?
E se lo ripetessi in eterno?

Forse è proprio questo il senso della vita.