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Condivivere

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Cabo de Gata – Almería

 

I love to you is more unusual
than I love you,
but respects the two more:
I love to who you are,
to what you do,
without reducing you
to an object of my love.
Luce Irigaray

 

Ogni parola entra nella testa e diventa pensiero tra i pensieri.
Ieri, quando sono entrate tutte quelle parole, hanno accarezzato gli altri pensieri facendone una melodia, come un arpeggio dei Balmorhea. A tratti sento di aver perso, tra razionalità e sensibilità, l’aggancio. Io che sono stato prima di tutto empatia… o forse no? Nonostante io lo pensi, perché lo voglio, non è detto che lo sia.

Adeguo la mia attuale piattaforma emozionale a ciò che deve essere percepito e a ciò che deve e dovrà essere. Restando cosciente del tempo, mi proietto lì dove ho osato portarmi tempo fa dove lo spazio si fondeva in un unico abbraccio e dove il condividere diventava condivivere. Vere le mie supposizioni a riguardo dell’amore. More o lamponi? Poni questa domanda che è più giusta rispetto all’amore ché è solo il sapore o l’odore dell’amore quello che senti e non l’amore: quello lo sente soltanto chi muore col sorriso.

Risorge dalla luce con un tono meno brillante di prima, perché chi ama si consuma, perché chi ama è capace a vivere. Re del suo tempo e della Natura, ché la domanda alla quale sa già la risposta chi ama, è questa: “cos’è la vita?“.

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Monte Rosa

Ho toccato il cielo. Poi sono andato più su.
Le nuvole erano tutto. Ma perché le guardavo dall’alto. Così è stato, mentre il vento alzava palline di ghiaccio sotto al Monte Rosa e te le scagliava addosso senza pietà. Perché tu lassù non dovevi esserci. Quello non era luogo che ti appartenesse. E la montagna te lo palesa. Te lo dice. Anzi, te lo urla.
Lo fa con gli unici modi che conosce​: prima ti addolcisce l’esistenza con il canto morbido e nostalgico di alcuni uccelli di alta quota. Oppure lo fa mostrandoti l’arroganza degli stambecchi. Poi però più vai in alto, più ti avvicini alla cima e più ti scaraventa addosso elementi che amplificano la percezione e soprattutto che svelano le tue paure e che dopo averle scoperte, le attaccano.
Il vento è uno degli elementi che utilizza la montagna per metterti alla prova. Il vento, quello gelido, che corre sopra la tua coscienza e che la leviga, la mette a dura prova e la riduce a un infinitesimo. Il vento che trasporta granelli di ghiaccio e che rende te un granello e ti porta dove vuole lui.
In montagna si sta così: al limite dell’inesistenza. Sembra che sia proprio questo il modo per cogliere l’essenza delle cose, portarsi in uno stato in cui non si è in grado di toccare, di guardare, di sentire, ma al limite del non-toccare, non-guardare, non-sentire. Sì, perché tutte queste azioni scalfiscono l’essenza delle cose che dovrebbe essere preservata dall’osservazione. Qualunque nostra azione disturba l’esperienza, e la rende immediatamente “nostra”, puramente soggettiva.
In questo l’alta montagna è il posto migliore dove poter esperire il limite dell’esistenza. Perché è solo muovendosi sul limite, sulla cresta, che si può toccare senza toccare. Osservare senza osservare.
L’unico modo di sentire che ho conosciuto è essere dentro, lì dove le cose non fluiscono per colpa del tempo, ma si muovono perché prima di quello stato hanno avuto altri infiniti, infinitesimi, stati precedenti.
Ecco cos’è il vento, ecco cos’è il ghiaccio, ecco cos’è tutto.

Correndo sui fumi

And you and I we once,
Looked great,
And you and I we sounded fine,
And you had high notes,
But also high kerbs,
I gave one stairs,
But I now take shorter steps

 

 

Intermezzo musicato