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Fumatori fuori le porte dell’ospedale

Lo stalker, ma quello vero, non si preoccupa del momento siderurgico estremo. Piuttosto lascia la volpe a casa sul balcone.

Un edificio privo di balconi, alto 25 piani e senza finestre. Unico balcone e finestra: le mie.

Cerco il fulgore del mio ardore sulla montagna, avendo spostato il carico verso il flauto traverso. Quasi scrivo meglio ora che sono adulto, piuttosto che quando ero adolescente. Niente, niente, niente ha potuto il mio ossesso.

È brutto forte lo stesso, non trovi?

Correndo sui fumi

And you and I we once,
Looked great,
And you and I we sounded fine,
And you had high notes,
But also high kerbs,
I gave one stairs,
But I now take shorter steps

 

 

Strasburgo - Agosto 2007

Strasburgo – Agosto 2007

 

Il mondo fa schifo perché la gente non si abbraccia.

Se il mondo vi fa schifo, abbracciatevi di più.

Se vi fate schifo, abbracciate un albero.

Altrimenti andatevene affanculo.

Il nome scritto nell’acqua

Separando la razionalità dalla passione del possesso, scopro mondi che vivono sospesi su leggi fisiche scritte con inchiostri invisibili. Bilico ricorrente o enorme, ma rara, instabilità? Litania, adesso! Sostengono quelle leggi fisiche delle altre leggi sconosciute ed incomprensibili all’uomo. Mostrano pericolosamente un aspetto imperscrutabile e faticoso per la mente finita; tale è l’individuo e non divisibile (appunto). Toccano le stesse stringhe che percuoto su una qualsiasi chitarra.

Raramente esiste rumore senz’aria.

 

La fede nella tecnologia

Debolezza umana ed incompletezza: spingere gli umani a costruirsi delle maschere e a diventare persone.

Finalmente la maschera è stata tagliata su misura per loro, per noi, anche per me. E adesso possiamo andare a camminare in mezzo alla folla; anche io posso finalmente essere social. Posso essere come voi, e perdermi in voi. Ho imparato a rendere la mia maschera più opaca possibile e adesso non restano che poche aree ancora trasparenti, ma imparerò ad opacizzare anche quelle. La mia maschera però cambia, e le aree di trasparenza evolvono e si spostano, lasciando visibili spazi spirituali sempre differenti. La mia maschera, così come le vostre, è la religione. Perché religione è figlia di religare che significa «legare». Il legame al quale ci si riferisce è quello relativo al valore vincolante degli obblighi e dei divieti (sacrali e non). La religione fa sparire dagli individui, i propri volti e li aiuta, proteggendoli con una patina forte, inequivocabile, (per alcuni) irraggiungibile, inconfutabile: la fede. La fede religiosa è inattaccabile, indistruttibile, sia che si tratti di fede religiosa teologica, sia che si tratti di fede religiosa laica.

Lhasa - Tibet - 02.08.2009

Lhasa – Tibet – 02.08.2009

Trascurando per un attimo la religione teologica, cosa, nel ventunesimo secolo, sta minando il suo monopolio delle anime?

L’occidentale ha scelto una fede asettica e priva di miti: la tecnologia.

La tecnologia è molto più comoda della religione, per dirne una, cristiana. Non c’è il bisogno teleologico della concezione filosofica cristiana, basta l’immediatezza e l’onnipotenza che il nostro “scorrere un dito contro un freddo pezzo di vetro” genera in noi permettendoci di vedere a distanza di kilometri, anni luce addirittura e di avere tutti i nostri affetti su una mano. A che serve a questo punto pregare un Dio per essere salvati, quando in realtà ormai Dio ce l’abbiamo tra le nostre mani? Il buon cristiano, per unirsi al proprio Dio, si reca a messa, congiunge le mani e si rivolge a Lui per esporre la propria anima al Suo giudizio e per chiederGli la salvezza e la via. Il buon cristiano riempie l’incertezza del futuro e soprattutto la paura, con Dio.

5000m plateau - Tibet - 02.08.2009

5000m plateau – Tibet – 02.08.2009

Ma come l’homo technologicus si rapporta e si confronta col futuro e con l’incertezza che, da esso, si dirama?

Nel ventunesimo secolo Dio deve essere a portata di mano.
Ogni promessa che l’occidentale fa a Dio deve essere dimenticabile nell’arco di 24 ore. Ogni azione che il suo Dio vede, deve essere dimenticata entro 24 ore. Dio deve salvare adesso, non quando sarò morto. Dio deve essere piacere immediato e fruibile, non privazione del piacere. Dio deve rendermi onnipotente, se mi ama veramente, e non lasciarmi a un gradino sotto di Lui.

Per questo motivo, nel 2016, non posso permettermi di scegliere un Dio di questo tipo, che mi promette la salvezza quando io, ormai, non sarò più in vita, oppure un Dio che si ricorderà di qualunque mia azione per sempre (anche se mi permetterà di rimediare a quelle azioni che considera sbagliate, ma non troppo).

Il mondo è tutto ciò che accade.
È vero da quando esiste lo spazio ed il tempo. Ma è la percezione dello spazio e del tempo che ne modifica il significato. E questo periodo storico è quello in cui sono cambiati i mezzi per valorizzare la propria vita, rispetto a quelli classici legati alla religione. Ora abbiamo la possibilità di espandere la nostra vita a dismisura; dunque, a cosa ci serve Dio?

Che questo Dio sia quello cristiano o musulmano, o che sia il Dio tecnologico, è comunque qualcosa che abbiamo creato e generato noi stessi per avere gli strumenti atti a contrastare le nostre paure che ci vengono dall’ignoto, dallo sconosciuto, dall’irrazionale e da ciò che in generale non è prevedibile.

Perché invece di costruirci questi strumenti, utili sicuramente per il nostro svago e divertimento, non riconosciamo il volto di questa paura e, finalmente, la affrontiamo?

A Japan diary – Day 16

29.08.15 – Tōkyō, Aomori, Sapporo

L’unica differenza tra un capriccio e
una passione eterna è che il capriccio dura un po’
più a lungo.
Oscar Wilde

Sono il detergente della mia anima.
Esco di notte per pulirmi dalla mia stessa inutile morale.

Tōkyō – Japan – August 29, 2015

Tōkyō – Japan – August 29, 2015

Scendo in una stazione e mi suddivido in territori spiacevoli, mi sciolgo in lande inutilmente popolate.
Sono ad Aomori.

Aomori – Japan – August 29, 2015

Aomori – Japan – August 29, 2015

Ho viaggiato per ore. Ho rincorso il giorno mentre la notte tentava di tenermi aggrappata a lei.
Sono salito sui treni sbagliati. Ho perso le coincidenze per cambiare i biglietti.
Niente in confronto alle dimensioni che si celano al di là del mio colore.

Aomori – Japan – August 29, 2015

Aomori – Japan – August 29, 2015

Sono salito sul treno sbagliato, quello che m’ha portato nel posto giusto.
Sono salito sul treno o sono sceso?
Sarei voluto scendere in quel tunnel in mezzo all’oceano.
Io dimoro lì sotto. Sono i miei antenati che mi ci hanno seppellito.
Mi hanno seppellito nel Seikan Tunnel a circa 26km di distanza dalla costa, quando il tunnel raggiunge la massima profondità.
Sopra, il mare.

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Alla fine ha vinto lei, la notte.
Quella dannata spia!, in cielo si nascondeva, dietro al sole, e le ha svelato il mio nascondiglio.
Non ha neanche il pudore di nascondersi, anzi si mostra a me.
Mi illumina.

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Capisco di non essere l’unico che vuole vivere per sempre.
Ci sono storie murate vive dentro le pareti di torri cosparse di finestre, condizionatori.
Ci sono case sorrette da colonne di cemento.

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Le case sono lasciate vuote dalle persone ingorde.
Sono ingorde di ジンギスカン, il piatto a base di montone che si mangiano qui al nord.
Lo chiamano Jingisukan, che vorrebbe essere Gengis Khan traslitterato in giapponese. Questo piatto sembra essere stato ispirato dalla carne preferita dai guerrieri mongoli e dai loro elmetti che adesso, nelle Izakaya giapponesi hanno la funzione di padella per cucinarci sopra il montone.
Ma i giapponesi sembrano aver dimenticato l’origine del mito e prendono con disinvoltura questi brandelli di carne, li piazzano su questa griglia bollente.
E poi mangiano.

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Le case restano vuote, mentre i giapponesi mangiano.

A Japan diary – Day 15

28.08.15 – Nikko, Tōkyō

Le persone gravi, malinconiche,
diventano più leggere e di tanto in tanto affiorano
alla loro superficie,
proprio attraverso ciò che rende gli altri pesanti:
attraverso l’odio e l’amore.
Friedrich Nietzsche

Chissà cosa mangiano per colazione i giapponesi. Chissà cos’è per loro la colazione.
Decido di rispondere a questa domanda a Nikko, dopo aver passato una notte in un ostello a conduzione familiare, un posto accogliente.
La giornata è ancora piovosa e umida, ma l’umore non è stato intaccato dalle condizioni atmosferiche. Basta attaccarsi a un pensiero per trascinare tutto il corpo verso una sensazione superiore di felicità e di tranquillità. Il pensiero che trascina tutto in uno stato di beatitudine è contenuto in una parola: Hokkaido. L’indomani infatti all’alba e da Tōkyō, partirò per il nord, dove il contenuto d’esperienza che mi accingerò a provare sulla mia pelle sarà nuovo ed inaspettato.
Ma ora sono qui e devo bere un the ed assaggiare un dolce fatto con farina di riso e ripieno di fagioli azuki prima di iniziare la giornata.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Le mie braccia sono come autostrade. Portano oggetti dinamici pensanti da una parte all’altra del globo e invadono terreni sconosciuti o spesso non familiari per fornire conoscenza e sedare curiosità. Così le mie braccia assecondano il movimento delle gambe sotto gli alberi talmente umidi da sembrare fradici. Sotto alcuni di essi hanno costruito dei templi che vengono assaltati quotidianamente da masse di turisti e meno frequentemente da esseri umani.
Una ragazza in kimono cattura la mia attenzione proprio quando sono sul punto di perdermi in qualche sorta di pensiero che mi sta per portare lontano da questo luogo. Ha un viso delicato, addolcito dalla presenza di un branco di marmocchi che con le orecchie segue le parole e con gli occhi cerca di esperire i contenuti della materia plasmata dall’uomo.
Hanno delle facce interessate e sono così attenti da farmi pensare che non ho mai visto nessun adulto così concentrato e così seriamente focalizzato su qualcosa; di nuovo voglio imparare una lezione da loro e li tratto come meritano, cioè cerco di osservarli in silenzio cercando di celare il mio desiderio di essere lì in mezzo a quel gruppetto.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Lascio per un attimo quell’angolo di spensieratezza per guardare cos’ha da offrire la natura intorno al tempio. Mentre mi aggiro in silenzio, calpestando il sottobosco, il paesaggio mi offre una visione comune a quella dei miei ricordi. I boschi sui monti Cimini, con la loro propensione alla riflessione. I boschi che terrorizzavano il mio andirivieni da Roma durante le sere d’inverno. I boschi che erano tali soltanto perché sapevi che erano lì e non perché li vedessi, con tutta quella nebbia intorno. I boschi dei monti Cimini sono casa mia anche se li ho vissuti più di passaggio che per le passeggiate che avrei dovuto fare in mezzo ai loro alberi.
Per sentirmi a casa in questo angolo di Giappone così remoto devo però focalizzare la mia vista su un piccolo lembo di terra, altrimenti rischierei di compromettere il ricordo e, soprattutto, la sensazione che ne consegue.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Gli alberi intorno infatti non hanno nulla a che vedere con quelli della Faggeta. Non c’è tutta quella umidità sui monti Cimini e, anche se il Lago di Vico è così vicino, l’aria non è così satura d’acqua.
Lo sguardo, e poi l’obiettivo, cade su un angolo recintato a terra, dove c’è un palo piantato e, in prossimità del terreno, un cuore di pietra. E risulta incredibile come il noto detto sia quanto di più falso io possa affermare relativamente all’immagine di quel cuore di pietra, appoggiato al suolo. Il cuore prende vita. Si arrampica su quel pezzo di legno fino ad arrivare a circa 3 metri da terra. Si allarga e si restringe: inizia a pulsare. Pulsa e sembra vivo, non è mai stato di pietra. Si lascia cadere giù. Mentre cade sembra lasciare a mezz’aria delle lacrime. Anzi sono proprio delle lacrime, ma non mi è dato capire se sono di felicità o disperazione.
Nel momento esatto in cui cade, si frammenta. Quello che sembrava vivo e pulsante, diventa ancora più vivo e reale. I frammenti sono centinaia di cuori; ma la materia di cui sono fatti è più morbida rispetto all’originale. Sono tanti piccoli cuori di legno con simboli, lettere, frasi.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Non mi resta che lasciare la mia vecchia pelle qui, vicino a quella moltitudine di felicità disperate; il ricordo e l’immagine faranno il loro dovere con la mia memoria. Sono curioso di vedere quando tutto questo tornerà nella mia mente e in quel momento non mi domanderò il perché.
Sono accadimento prima ancora di essere materia.
Lo sguardo curioso di un gruppo di bimbi è lì che mi ricorda esattamente questo: sei un accadimento, un’azione e non esisti che per questo.
Altra intuizione che devo assorbire come mia; sguardi che scompaiono come tali e diventano memoria. Il mondo è tutto ciò che accade scriveva Wittgenstein. La filosofia finisce esattamente lì dove comincia il Tractatus logico-philosophicus.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Cos’è una porta?
Porta contiene in sé l’atto di “portare”. Una porta è qualcosa che conduce da un luogo ad un altro, o, metaforicamente, da uno stato ad un altro.
A Nikko ce ne sono molte di porte, di portoni, di accessi. Uno in particolare mi colpisce. In cima ad un ammasso di gradini di pietra c’è un portone che conduce lo sguardo ad uno stato tutt’altro che aspettato. L’accesso, di evidente fattura umana, sembrerebbe presagire la presenza di un’opera umana al di là della soglia, eppure ciò che si intravede è opera della sola natura, uomo escluso.
Mi trovo di fronte all’ingresso umano di un luogo non umano.
Non esito, quindi entro e mi lascio portare da uno stato di incoscienza ad un altro, passando per il nulla della razionalità umana.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

In questo mio peregrinare, incontro diverse figure che si aggirano per i boschi così come me. Alcune sono sagome di esseri umani, altre invece sono fantasmi generati dai miei ricordi. Vedo alcune immagini che non esistono. Le creo miscelando la memoria di luoghi remoti alla realtà che ho di fronte.
Arrivo fino al punto di non esistere più in una realtà che esiste e che urla a gran voce il suo desiderio di tracciare una linea netta con il non-essere. Lo fa talmente bene che riesce a confondermi e adesso vedo qualcosa e ogni cosa, nascosta o evidente, in mezzo agli alberi.
C’è un grande frastuono nel silenzio di questi boschi.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Un torii mi inganna.
Si tratta di opera dell’uomo oppure è nato dalla terra?
In entrambi i casi appartiene alla terra adesso; i muschi che lo ricoprono affermano la supremazia della natura. Una natura che non vuole affermare la propria forza ed il proprio carattere attraverso i mezzi che l’uomo utilizza per sottometterla. La Natura, esistendo, avanza pretese sul mondo; pretese che sono nate prima ancora che nascessero le leggi della fisica. E l’uomo, per quanto getti cemento sul terreno e per quanto elevi i suoi palazzi (e scavi una fossa alla sua anima tanto profonda quanto l’altezza dei suoi grattacieli), è comunque parte di essa. Ma io lo capisco l’uomo: se lui affermasse di essere esso stesso Natura, dovrebbe anche rispettarla, così come farebbe con se stesso (anche se non sempre è così). Invece tracciando una bella linea di confine ecco che separa l’io dal non-io.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Ecco che scolpisce nella roccia la legge che da ora in avanti avrà gioia di seguire, la giustificazione suprema per il suo atteggiamento arrogante e di supremazia sull’ambiente, cioè su se stesso.
Trovo quella stessa legge scolpita ai piedi di una falesia umida e cosparsa di vegetazione. Sono delle divinità buddhiste che dimorano sotto a una sorta di caverna, fiancheggiate da due pilastri che concludono l’architettura del tempio. Eppure si tratta “solo” di due alberi.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Moltiplico le mie percezioni per mille.
Mi lascio ingannare dai sensi.
Ritraggo il principio della clonazione e fotografo l’essenza del peccato originale.
Lo spazio che percorro è vanificato dalla presenza di queste statue; potrei percorrere kilometri, costeggiando queste figure, rimanendo fermo nello stesso punto.
Ma ciò accade solo perché i dettagli si sciolgono nei colori dei miei ricordi.
Alla fine della sequenza non c’è più alcun bosco.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Alla fine della sequenza di immagini c’è un fotogramma che mi consola.
Finalmente qualcuno sta rendendo grazie al mito. Delle mani capaci, morbide, delicate, attente, sagge danno forma alla vera storia dell’uomo. La storia del mondo, scritta con tratti decisi e dotati di una capacità di sintesi inequivocabile.
Chiedo al demiurgo del mio futuro se posso ritrarre la sua opera senza far rumore. Ciò che ne consegue è una danza di luci e ombre che tradotta in termini comprensibili da occhi umani rappresenta un dipinto. Colui che ha parlato di miti, e colui che ha scritto dell’architettura delle necropoli etrusche, mio padre, ha il diritto di ricevere da me questo libro di Storia.

Nikko – Japan – August 28, 2015

Nikko – Japan – August 28, 2015

Povera è l’estate.
Non ci sono fioriture. Le fioriture sono già state rubate dalla primavera. Non ci sono cadute, quelle se l’è prese l’autunno. E poi a dare l’ultimo colpo di grazia all’estate arriva l’inverno, congelando qualsiasi suo movimento o tentativo di mettersi in luce come unica stagione dell’anno.
È povera l’estate perché non capisce che spesso non c’è bisogno di calore per dimostrare l’amore. Anzi forse è sempre vero il contrario. A che serve abbracciare per poi tradire? Meglio preservare, essere costanti. Elargire a piccole, intense, dosi la propria passione mantenendola però sempre viva. È povera l’estate?

Tōkyō – Japan – August 28, 2015

Tōkyō – Japan – August 28, 2015

Ci sono delle figure che non meritano di essere pensate. Devono essere solo guardate senza troppo attenzione. Non possiamo pretendere di essere sempre attenti e di essere attivamente coinvolti dal mondo esterno. Si rischia di essere gettati sull’asfalto per essere calpestati da tutti al centro di Shibuya.
È qui che mi trovo ora.
Non ho bisogno di presentazioni con questo luogo. Lui è qui a prescindere dal fatto che ci sia io. È strano, ma è così. Entrambi potremmo vivere senza sapere nulla l’uno dell’altro, ma la mia presenza, per la sua esistenza, è esattamente necessaria come la sua.

Tōkyō – Japan – August 28, 2015

Tōkyō – Japan – August 28, 2015

Nella metro che mi porta verso il Capsule Hotel vicino alla fermata Kanda trovo una bimba. Il suo sguardo sembra suggerire il fatto che stia studiando il mondo. In realtà lei sa già tutto, ma forse ha iniziato proprio il processo inverso ossia quello di dimenticarlo. I bambini non imparano. I bambini dimenticano.
E quando hanno dimenticato tutto, diventano adulti.

Tōkyō – Japan – August 28, 2015

Tōkyō – Japan – August 28, 2015