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Acheropita

Acheropita

Acheropita

Acheropita è appena entrata a casa. Acheropita da oggi ascolterà la musica che ascolterò. E sentirà gli odori della roba che cucinerò.
Thoreau ci insegna bene il perché sia giusto andare nei boschi, ed è per questo che forse gli umani tentano di portarsi i boschi dentro casa.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici. H.D. Thoreau

Il nome scritto nell’acqua

Separando la razionalità dalla passione del possesso, scopro mondi che vivono sospesi su leggi fisiche scritte con inchiostri invisibili. Bilico ricorrente o enorme, ma rara, instabilità? Litania, adesso! Sostengono quelle leggi fisiche delle altre leggi sconosciute ed incomprensibili all’uomo. Mostrano pericolosamente un aspetto imperscrutabile e faticoso per la mente finita; tale è l’individuo e non divisibile (appunto). Toccano le stesse stringhe che percuoto su una qualsiasi chitarra.

Raramente esiste rumore senz’aria.

 

はい. Hai. Ahi!

La coscienza? Ma la coscienza non serve, caro signore! La coscienza, come guida, non può bastare. Basterebbe forse, ma se essa fosse castello e non piazza, per così dire; se noi cioè potessimo riuscire a concepirci isolatamente, ed essa non fosse per sua natura aperta agli altri. Nella coscienza, secondo me, insomma, esiste una relazione essenziale… sicuro, essenziale, tra me che penso e gli altri esseri che io penso. E dunque non è un assoluto che basti a se stesso, mi spiego? Quando i sentimenti, le inclinazioni, i gusti di questi altri che io penso o che lei pensa non si riflettono in me o in lei, noi non possiamo essere né paghi, né tranquilli, né lieti; tanto vero che tutti lottiamo perché i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre inclinazioni, i nostri gusti si riflettano nella coscienza degli altri. E se questo non avviene, perché… diciamo così, l’aria del momento non si presta a trasportare e a far fiorire, caro signore, i germi… i germi della sua idea nella mente altrui, lei non può dire che la sua coscienza le basta. A che le basta? Le basta per viver solo? per isterilire nell’ombra? Eh via! Eh via! Senta; io odio la retorica, vecchia bugiarda fanfarona, civetta con gli occhiali. La retorica, sicuro, ha foggiato questa bella frase con tanto di petto in fuori: «Ho la mia coscienza e mi basta». Già! Cicerone prima aveva detto: Mea mihi conscientia pluris est quam hominum sermo. Cicerone però, diciamo la verità, eloquenza, eloquenza, ma… Dio ne scampi e liberi, caro signore! Nojoso più d’un principiante di violino!

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

A Japan diary – Day 21

03.09.15 – Kamifurano

Anything you want it can be done
How did you go bad?
Did you go bad?
Did you go bad?
Some things will never wash away
Did you go bad?
Did you go bad?
Radiohead

Negli occhi di Tanaka-san si leggono tante cose diverse.
Io ci ho letto una simpatia viscerale e una saggezza profonda. Ci siamo scambiati poche parole in inglese. Tutte le altre conversazioni sono state intermediate dai miei compagni che parlano in giapponese o da un linguaggio non verbale fatto di gesti, sguardi, posture.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Ironia della sorte questa mattina io e Mitch ci troviamo di fronte ad una classe di studenti di un istituto di qualche città dell’Hokkaido. Sono venuti per apprendere l’arte del selezionare le patate. Devo dire che in 5 giorni ho imparato abbastanza bene cosa significhi raccogliere, dividere e selezionare patate; il dettaglio non trascurabile è che non saprei come fare per trasmettere questa mia conoscenza al gruppo di giovani che attendono, impazienti, di sapere, conoscere.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Per fortuna che il mio amico australiano (per la miseria se parla!) ha tutti i mezzi per poter comunicare con i ragazzi giappi.
Non è molto fluente nel parlare in giapponese, ma è spigliato e parecchio loquace, il che lo pone rapidamente al centro dell’attenzione e lo aiuta a rendersi comprensibile anche con l’ausilio di uno spiccato senso dell’umorismo e di una gestualità da manuale.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Bastano poche decine di minuti per entrare in sintonia con il gruppo di studenti.
Ad aggiungere empatia, a breve, arriva il cibo che gli studenti (anzi le studentesse) iniziano a preparare e poi dividere anche con noi dopo aver scattato qualche immancabile foto di rito attorno a dei tavoli di legno bassi pieni di cibo.
Ci scambiamo degli sguardi curiosi, tra tutti. I più timidi lasciano da parte lo sguardo e lo nascondono dietro a un sorriso condiviso insieme a qualche compagno. Altri invece si fanno coraggiosi e si avvicinano, facendo qualche domanda o chiedendo una foto insieme a noi.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Il tempo passerà in fretta. La mattina vola via e, mentre il sole si appresta a raggiungere il punto più alto nel cielo, si porta dietro questa dozzina di studenti che insieme al maestro lasciano il cortile della Chinita Farm a favore della strada bianca che immette sulla piccola strada asfaltata in fondo verso Kamifurano.
Li accompagniamo con Mitch. Li salutiamo quando, uno per uno, salgono sul bus e lasciano i nostri sguardi, carichi di più domande che risposte.

Questa è la prima partenza dell’Hokkaido. La seconda sarà tra poco: la mia.
Alle 17 in punto Tanaka-san è pronto con la sua auto a portarmi alla stazione di Kamifurano (ci vorranno 15 minuti).
Saluto i ragazzi. Ci risentiremo, perché ho i loro contatti. L’indomani partiranno tutti tranne Mitch che rimarrà da solo per qualche settimana alle prese con le ultime patate rimaste da selezionare (non lo invidio troppo, a dire il vero!).

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Il treno si ferma ad Asahikawa. Da lì prenderò il diretto per Sapporo e, infine arriverò ad Otaru. Mi accoglierà un buio cosparso di un’aria fresca di una estate che sembrerebbe pronta a volgere al termine. In realtà, in Hokkaido, fa decisamente più freddo rispetto al Kantō e questa atmosfera più fresca è in linea con le temperature della stagione.
Zaini in spalla, mi avvicino all’ostello. Lascio le scarpe all’ingresso e poi apro la porta che, col suo movimento, fa suonare dei campanelli attirando l’attenzione di qualcuno all’interno. Mi si para un ambiente pulito, ordinato e pieno di cose: libri, manga, lampade (tutte accese). L’ostello è gestito da un uomo grassoccio, simpatico e che parla un buon inglese. L’ostello è in stile giapponese, molto piacevole ed accogliente.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Mi posiziono nella camerata da 6 letti e, affamato, vado a chiedere all’uomo dell’ostello informazioni su dove andare a mangiare. Vorrei provare del sushi. Dicono che ad Otaru si mangia il miglior sushi dell’Hokkaido e, forse, di tutto il Giappone. L’uomo mi consiglia un posto non molto lontano, un locale piccolo, con 6 posti (non sedie, ma in piedi davanti al bancone). L’uomo dell’ostello mi dà il nome del ristorante scritto in kanji.
Esco e mi porto sulla stradina principale che poi dà su una galleria pedonale dove, lateralmente, sono disposti negozi e boutique, ora chiusi. Poco più avanti sulla sinistra c’è una stradina da cui vengono dei rumori, tutto illuminata. Mi immetto e passo dopo passo scopro un micro mondo di ristorantini ed izakaya tradizionali popolati da gente del luogo. Ovviamente sono l’unico occidentale e tutte le scritte sono in kanji, hiragana o katakana. Non riesco a capire nemmeno che tipi di cibi o bevande vendano. Ma andando avanti e indietro un paio di volte, mi trovo di fronte all’ideogramma che l’uomo dell’ostello mi aveva mostrato.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Sono io, di fronte al bancone e di fronte al “sushiaro”. Al mio fianco una ragazza e, di lato, due ragazzi che parlano tra di loro.
Il giapponese è una lingua che, all’ascolto, è molto dolce, se parlata da una ragazza. Quando invece la senti parlare da un ragazzo prende un aspetto più virile. La cosa, al pensarci, mi suscita un certo sgomento; il francese che sulla bocca di una donna è una lingua che trovo estremamente sensuale e femminile, dolce, sulla bocca di un uomo lo rende (a mio parere) molto meno “uomo”. Capisco che è un commento tre volte polarizzato (uno perché sono Fabrizio, due perché sono un uomo e tre perché sono italiano). Ho sentito ragazze italiane sostenere che il francese è una lingua sensuale e virile anche sulla bocca di un uomo (e non mi viene da dubitarne).
Anche il ragazzo pelato che prepara i sushi parla giapponese ed è un tipo che tiene banco alla grande, un comico più che uno chef.
Mi ha preparato il sushi più buono che abbia mai potuto mangiare.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Mentre mangio sushi, gli sguardi dei commensali sono diretti verso smartphone oppure al cuoco che, mentre condisce sushi e discorsi con grasse e sonore risate, prepara un pezzo singolo di sushi e lo distribuisce, uno alla volta, a chi gli si para davanti al bancone.
Ad un tratto un ragazzo alto, sopraggiunto da poco nel locale, mi si rivolge ed inizia a parlare in inglese: “ti piace questo sushi?”. Gli rispondo che in assoluto è il più buono che abbia mai mangiato. Iniziamo a chiacchierare e, vicino a lui, si uniscono alla conversazione due ragazzi, uno dal viso estremamente simpatico. Non parlano una parola di inglese; iniziamo a parlare a suon di anime e manga. Gli mostro alcune foto di Daitarn III, Vultus V, Enomoto e altri simpatici personaggi del panorama fumettistico e fantastico giapponese. Inizia un dialogo a quattro che ha del surreale, fatto di versi (i loro sembrano usciti da un vecchio film di samurai), di sguardi e di commenti in giapponese che risultano comprensibili soltanto perché associati ad un contesto ben limitato e da una serie di gesti che mi aiutano a tradurre le parole a me sconosciute.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Colui che mi sta parlando da un’ora (sono al 10° pezzo di sushi e alla seconda o terza birra Sapporo) è uno psichiatra di un ospedale di Otaru che, con un tono reverenziale, mi dice che sta andando a casa e che è stato un vero piacere per lui aver parlato con me. Lo ringrazio, gli stringo la mano dicendogli che è stato piacevole anche per me aver potuto conversare con lui e che lascerò anche io il locale, magari possiamo fare due passi, dato che prima di andare a dormire, ho voglia di scoprire qualcosa in più di Otaru.
Dopo aver salutato il ragazzone psichiatra, proseguo sulla strada, lasciandomi guidare più dall’istinto che dall’orientamento. Passo vicino a degli oggetti compatti e divertenti. La luce dei lampioni, sulla strada è affascinante. Il vento è leggero, ma è il vento che viene dall’oceano e, più in là, dalla Russia.

Passeggio, solitario, nel nord del Giappone.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

A Japan diary – Day 20 (bonus track)

02.09.15 – Kamifurano

Succede anche questo in Hokkaido.

A Japan diary – Day 20

02.09.15 – Kamifurano

To realise the unimportance of time is the gate of wisdom.
Bertrand Russell

Non demordere, il tempo non sta passando. L’illusione di camminare, mentre si sta saltellando, tra un istante e l’altro. Forse è per questo motivo che la maggior parte delle rane è di color verde. Rana in giapponese si dice カエル (kaeru). Me l’ha ripetuto almeno 100 volte Ansso, la ragazza coreana che tiene in mano la rana qui sotto.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Che allegria che ho, dopo tanta fatica con la schiena a pezzi per la raccolta delle patate, nel vedere il sorriso di Ansso che mi guarda tutta soddisfatta mentre accompagna a mano tutte quelle ranocchiette fuori dai campi dove Tanaka-san passerà con il trattore.

Il suo viso è sublime; mette una pace e tranquillità che difficilmente ho riscontrato in altre persone. Il tutto è accompagnato da una voce dolce. Sembrerebbe una ragazza piuttosto fragile a giudicare da questi aspetti, e invece è tutt’altro che fragile; sotto il suo aspetto così sornione si cela una ragazza forte ed estremamente decisa.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Oggi si lavora soltanto fino alle 15. Dopo aver passato la mattinata sui campi infatti Tanaka-san ci informa che la giornata lavorativa da wwoofer può considerarsi conclusa. Stasera infatti passeremo la serata con lui e con tutta la famiglia.
Subito dopo aver preparato il pranzo allora mi siedo sul divano, come solitamente ho fatto gli scorsi 4 giorni. Mentre cerco di osservare come cambierà la mia vita di lì a qualche giorno, mi sento osservato. Alzo lo sguardo. C’è Ansso che mi guarda, con un taccuino in mano e una matita nell’altra. Mi osserva. Alza lo sguardo, poi lo abbassa e fa partire qualche tratto sul foglio bianco. Ciò che resta dopo questo esercizio di alza lo sguardo/abbassa lo sguardo/disegna è un mio ritratto naturale ed eccezionale.
Non mi è mai capitato di essere ritratto e mi accorgo che il risultato del lavoro di Ansso è qualcosa di speciale e che difficilmente può essere migliorato per quanto riguarda la capacità di cogliere la mia essenza. Rimango sconvolto dal me stesso rappresentato, quando lo osservo.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

La giornata scorre serenamente ed iniziano i preparativi. Tanaka-san ci ha invitato a cena, ma insieme ad Ansso abbiamo deciso di preparare io gli spaghetti al pomodoro, lei un piatto coreano.

La famiglia ci invita ad entrare. Dobbiamo portare un pentolone di pasta e un’altra padella piena di cibo dentro casa Tanaka, fuori piove, e dobbiamo attraversare il cortile sotto la pioggia che ha iniziato a cadere incessantemente. Ci armiamo di buona pazienza e, evitando a saltelli le pozzanghere, ci portiamo all’ingresso della casa in attesa che ci venga aperta la porta.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Quello che ci si para davanti è uno spettacolo bello, unico. Finalmente mi trovo dentro una casa di contadini giapponesi. Non riesco a terminare il pensiero dentro la mia mente che già mi trovo circondato dalla nipote di Tanaka-san, un paio di gatti e una tavola bassa che poggia su un tatami spazioso.

Il livello di gioia è alle stelle. Non vedo l’ora di potermi sedere e assaporare ogni gusto (o quasi) presente su quella tavola.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Iniziamo con un いただきます (itadakimasu, ricevo umilmente), dopo esserci seduti.
Sul tavolo ci sono tante portate, un piatto gigante di riso fa la sua comparsa a distanza di pochi minuti. C’è della birra e viene versata continuamente e reciprocamente.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Tanaka-san ci spiega come fare gli involtini. Si utilizza l’alga nori (海苔) con la quale si avvolge il riso, preso con un cucchiaio da portata dopo averlo riempito con delle verdure o del pesce crudo. L’operazione viene effettuata con le mani, ponendo particolare attenzione a tutti i passaggi e dettagli nella preparazione.

La nipotina di Tanaka-san sembra interessata alla nostra presenza, ma non così tanto come potrebbe essere.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

In effetti noi siamo tutti di passaggio, ma, qui, di persone da tanti posti diversi se ne sono viste tante. Il wwoof è un modo intelligente ed interessante di viaggiare, di fare esperienza e di toccare con mano altre culture. Perché è nella fatica che ci si trova; è il sudore ed il dolore che permettono di stringersi in un abbraccio (culturale); e succede quando ci si solleva dal sentimento oppressivo, quando si trova la libertà (per esempio quella di un pasto). È proprio in quel momento che ci si sente umani e uniti.

La pasta. Ne ho preparata almeno un chilo, senza pensare però che la famiglia Tanaka aveva preparato una quantità sproporzionata di cibo. Ecco. Vedere il signor Tanaka che mangia gli spaghetti con le bacchette è un’esperienza che qualsiasi italiano dovrebbe sperimentare.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

日本は猫の王国です。Il Giappone è il regno dei gatti.

Sì, è esattamente così. Sembra che questi animali siano nati qui ed in nessun’altro posto al mondo. Sarà che il loro carattere pacifico e sornione ricorda molto quello di questo popolo, ma a tutti gli effetti la simbiosi che c’è tra un gatto ed un giapponese è spettacolare. Così la piccola nipote di Tanaka-san si coccola il suo 猫ちゃん (neko-chan, gattino).

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Le coccole per l’altro gatto non mancano ad arrivare. E così, passando di mano straniera in mano straniera, tutti possono accarezzare il gatto mezzo bianco e mezzo nero che finirà, come sembra essere consuetudine in famiglia, tra le braccia di Tanaka-san.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Mentre Tanaka-san accarezza il gatto, tenendolo in braccio come uno di famiglia, mi passano davanti mille pensieri e almeno diecimila sfumature di ognuno di essi. C’è di tutto.
Ci sono altri gatti. C’è roba della mia infanzia. Ci sono stagioni passate guardando gli anime in TV quando ero piccolo. Ci sono stagioni passate a giocare ai videogame. C’è il karate e le lotte per conquistare il primo posto al kumite. Ci sono storie che devono essere raccontate tramite l’esperienza che mi porto addosso e ci sono altre storie che invece hanno fatto il loro corso e non devono essere raccontate affatto.

La mia permanenza qui nella famiglia Tanaka sta per giungere al termine. Domani è l’ultimo giorno e, il pomeriggio, partirò per Otaru. Il tempo si ferma e resto a guardare cosa succede ai miei ricordi quando sono lì, immobili, un attimo prima di essere resi immortali da fatto stesso di viverli.

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

Kamifurano – Japan – September 2, 2015

A Japan diary – Day 16

29.08.15 – Tōkyō, Aomori, Sapporo

L’unica differenza tra un capriccio e
una passione eterna è che il capriccio dura un po’
più a lungo.
Oscar Wilde

Sono il detergente della mia anima.
Esco di notte per pulirmi dalla mia stessa inutile morale.

Tōkyō – Japan – August 29, 2015

Tōkyō – Japan – August 29, 2015

Scendo in una stazione e mi suddivido in territori spiacevoli, mi sciolgo in lande inutilmente popolate.
Sono ad Aomori.

Aomori – Japan – August 29, 2015

Aomori – Japan – August 29, 2015

Ho viaggiato per ore. Ho rincorso il giorno mentre la notte tentava di tenermi aggrappata a lei.
Sono salito sui treni sbagliati. Ho perso le coincidenze per cambiare i biglietti.
Niente in confronto alle dimensioni che si celano al di là del mio colore.

Aomori – Japan – August 29, 2015

Aomori – Japan – August 29, 2015

Sono salito sul treno sbagliato, quello che m’ha portato nel posto giusto.
Sono salito sul treno o sono sceso?
Sarei voluto scendere in quel tunnel in mezzo all’oceano.
Io dimoro lì sotto. Sono i miei antenati che mi ci hanno seppellito.
Mi hanno seppellito nel Seikan Tunnel a circa 26km di distanza dalla costa, quando il tunnel raggiunge la massima profondità.
Sopra, il mare.

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Alla fine ha vinto lei, la notte.
Quella dannata spia!, in cielo si nascondeva, dietro al sole, e le ha svelato il mio nascondiglio.
Non ha neanche il pudore di nascondersi, anzi si mostra a me.
Mi illumina.

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Capisco di non essere l’unico che vuole vivere per sempre.
Ci sono storie murate vive dentro le pareti di torri cosparse di finestre, condizionatori.
Ci sono case sorrette da colonne di cemento.

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Le case sono lasciate vuote dalle persone ingorde.
Sono ingorde di ジンギスカン, il piatto a base di montone che si mangiano qui al nord.
Lo chiamano Jingisukan, che vorrebbe essere Gengis Khan traslitterato in giapponese. Questo piatto sembra essere stato ispirato dalla carne preferita dai guerrieri mongoli e dai loro elmetti che adesso, nelle Izakaya giapponesi hanno la funzione di padella per cucinarci sopra il montone.
Ma i giapponesi sembrano aver dimenticato l’origine del mito e prendono con disinvoltura questi brandelli di carne, li piazzano su questa griglia bollente.
E poi mangiano.

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Sapporo – Japan – August 29, 2015

Le case restano vuote, mentre i giapponesi mangiano.