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Monte Rosa

Ho toccato il cielo. Poi sono andato più su.
Le nuvole erano tutto. Ma perché le guardavo dall’alto. Così è stato, mentre il vento alzava palline di ghiaccio sotto al Monte Rosa e te le scagliava addosso senza pietà. Perché tu lassù non dovevi esserci. Quello non era luogo che ti appartenesse. E la montagna te lo palesa. Te lo dice. Anzi, te lo urla.
Lo fa con gli unici modi che conosce​: prima ti addolcisce l’esistenza con il canto morbido e nostalgico di alcuni uccelli di alta quota. Oppure lo fa mostrandoti l’arroganza degli stambecchi. Poi però più vai in alto, più ti avvicini alla cima e più ti scaraventa addosso elementi che amplificano la percezione e soprattutto che svelano le tue paure e che dopo averle scoperte, le attaccano.
Il vento è uno degli elementi che utilizza la montagna per metterti alla prova. Il vento, quello gelido, che corre sopra la tua coscienza e che la leviga, la mette a dura prova e la riduce a un infinitesimo. Il vento che trasporta granelli di ghiaccio e che rende te un granello e ti porta dove vuole lui.
In montagna si sta così: al limite dell’inesistenza. Sembra che sia proprio questo il modo per cogliere l’essenza delle cose, portarsi in uno stato in cui non si è in grado di toccare, di guardare, di sentire, ma al limite del non-toccare, non-guardare, non-sentire. Sì, perché tutte queste azioni scalfiscono l’essenza delle cose che dovrebbe essere preservata dall’osservazione. Qualunque nostra azione disturba l’esperienza, e la rende immediatamente “nostra”, puramente soggettiva.
In questo l’alta montagna è il posto migliore dove poter esperire il limite dell’esistenza. Perché è solo muovendosi sul limite, sulla cresta, che si può toccare senza toccare. Osservare senza osservare.
L’unico modo di sentire che ho conosciuto è essere dentro, lì dove le cose non fluiscono per colpa del tempo, ma si muovono perché prima di quello stato hanno avuto altri infiniti, infinitesimi, stati precedenti.
Ecco cos’è il vento, ecco cos’è il ghiaccio, ecco cos’è tutto.

Le mie mani sono pianeti

Tibet – China – July 31, 2009

Tibet – China – July 31, 2009

Ho catturato l’attenzione coi miei errori. Commetto errori perché è così che intendo la vita; che significato avrebbe altrimenti? Se non commettessi errori significherebbe che sarei già cosciente di tutto, avrei già conosciuto tutto. Avrei già tutto dentro di me. Ma io mi sento vuoto. Io sono ancora da riempire. Dove non erro, sono morto. Non vedo altro modo di muovermi nel tempo se non quello di trovare altri mondi dove sbagliare.
E anche in questo caso sono fortunato. Mi accorgo che errare, tale e quale nel latino, è sinonimo di andar vagando senza sapere dove, quasi brancolando nelle tenebre (è un caso la similitudine con il termine greco eremnòs, cioè oscuro?). Ecco, ma io sono un errante allora! E come tale vago senza sapere dove, perché il mio stato incosciente si ciba di inganni, di deviazioni dal vero. Il mio stato incosciente si ciba dell’essenza dell’esistenza.
Se un piccolo di uomo non commettesse errori, non sarebbe mai in grado di camminare, di parlare. Solo sperimentando la via dello sconosciuto è in grado di riempire la vita di significati, di relazioni.
La mia vita è un costante tendere all’imperfezione. Perché più conosco e più rischio di dimenticare. Perché più conosco e più ho campi e materie dove poter confondere i concetti. Vivo nella ricerca dell’apertura; nell’apertura ho spazio per muovere le mie critiche, i miei passi falsi, la mia idiosincrasia per la società. Se mi considerassi parte, sarei confinato in uno spazio limitato (seppure infinito) ma che mi porterebbe a tendere alla conclusione di me stesso, alla perfezione.

Le mie mani sono pianeti: ruotano attorno al mio corpo, il loro sole. Sfiorano catene di meteoriti, e a volte si feriscono.
Il mio corpo è celeste: gli abitanti di Tralfamadore alzano lo sguardo, e lo vedono fermo. Eppur si muove, erra nel vuoto, incontra altre stelle e con i suoi pianeti (le mani, le mie), tenta di sfiorarle.

Ma basta errare poco per essere attratti.
E basta errare poco per essere respinti.