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Monte Rosa

Ho toccato il cielo. Poi sono andato più su.
Le nuvole erano tutto. Ma perché le guardavo dall’alto. Così è stato, mentre il vento alzava palline di ghiaccio sotto al Monte Rosa e te le scagliava addosso senza pietà. Perché tu lassù non dovevi esserci. Quello non era luogo che ti appartenesse. E la montagna te lo palesa. Te lo dice. Anzi, te lo urla.
Lo fa con gli unici modi che conosce​: prima ti addolcisce l’esistenza con il canto morbido e nostalgico di alcuni uccelli di alta quota. Oppure lo fa mostrandoti l’arroganza degli stambecchi. Poi però più vai in alto, più ti avvicini alla cima e più ti scaraventa addosso elementi che amplificano la percezione e soprattutto che svelano le tue paure e che dopo averle scoperte, le attaccano.
Il vento è uno degli elementi che utilizza la montagna per metterti alla prova. Il vento, quello gelido, che corre sopra la tua coscienza e che la leviga, la mette a dura prova e la riduce a un infinitesimo. Il vento che trasporta granelli di ghiaccio e che rende te un granello e ti porta dove vuole lui.
In montagna si sta così: al limite dell’inesistenza. Sembra che sia proprio questo il modo per cogliere l’essenza delle cose, portarsi in uno stato in cui non si è in grado di toccare, di guardare, di sentire, ma al limite del non-toccare, non-guardare, non-sentire. Sì, perché tutte queste azioni scalfiscono l’essenza delle cose che dovrebbe essere preservata dall’osservazione. Qualunque nostra azione disturba l’esperienza, e la rende immediatamente “nostra”, puramente soggettiva.
In questo l’alta montagna è il posto migliore dove poter esperire il limite dell’esistenza. Perché è solo muovendosi sul limite, sulla cresta, che si può toccare senza toccare. Osservare senza osservare.
L’unico modo di sentire che ho conosciuto è essere dentro, lì dove le cose non fluiscono per colpa del tempo, ma si muovono perché prima di quello stato hanno avuto altri infiniti, infinitesimi, stati precedenti.
Ecco cos’è il vento, ecco cos’è il ghiaccio, ecco cos’è tutto.

Diario de Andalucía y Marruecos (4/4)

Ho capito dove vuoi arrivare.
Vuoi sbalzarmi via dalle tue forme sinuose, portarmi via dal tuo insieme di palazzi, fontane, giardini, muri ornati, archi arabi. Vuoi proprio vedermi stravolgere la mia vista, facendola mutare in qualcosa di più appetibile e divertente.
Vuoi vedermi soffrire?
Credo che il tuo intento in effetti sia quello di farmi uscir fuori la linfa vitale. Come dici? Il sangue! Vuoi tirarmi fuori l’essenza della vita… per farci cosa? Per ricoprirti del tuo colore? Ah già, è vero! Alhambra viene dall’arabo al-Ḥamrā che vuol dire “la Rossa”.
Adesso è tutto chiaro!
Te e la tua maledizione! Vuoi vedermi soffrire per farmi diventare del tuo stesso colore; e la cosa più imbarazzante da ammettere è che io, poi, mi lascerò trascinare via il sangue da te, perché possa essere alla tua altezza.
All’altezza di quelle colonne di marmo bianco di Almería.
All’altezza di quel capitello cubico ricoperto interamente di iscrizioni, intarsiato come se fosse stato estratto dalla pietra direttamente così. Scritto da Allah, nelle profondità dove la pressione è elevatissima.

Fontane con leoni. Milioni di significati possibili, ma uno soltanto quello vero: le tribù di Israele. E poi più vera ancora c’è la descrizione della fontana sulla fontana stessa:

A tal trasparente vascone, perla intarsiata,
per gli orli da perle decorati,
va tra le margherite l’argento,
fluido, anch’esso bianco e puro
tanto è duro com’è in apparenza fluente
che è difficile sapere quale di essi fluisca veramente

C’è qualcosa che mi tiene le gambe ferme al centro del Patio de los Leones. Credo che si tratti di quelle parole in arabo che sono recitate direttamente dalla pietra che le ha viste nascere. Si girano e rigirano convulsamente. Se restassero ferme magari sarebbero anche comprensibili a me che di arabo non so nulla (o meglio, qualcosa riesco a riconoscere, ma lungi dal comprendere). Ma la loro forza sta proprio nel contorcersi e nel far vedere a tutti quanti la forma che loro stesse preferiscono; in barba a chi ha voglia di capirle.
Chi parla arabo ha proprio quel qualcosa in più nel cervello; ha la capacità di stare al passo con le evoluzioni delle lettere. Va così veloce che, quelle che per noi europei sembrano meraviglie pittoriche arzigogolate, per loro hanno un significato linguistico ben specificato e definito.

Alhambra – Patio de los Leones

Proprio come noi osservando un muro dentro all’Alhambra, rimaniamo estasiati per la potenza espressiva, mi domando come potrebbe rimanerci un arabo, entrando in quella stanza, davanti a quel muro.
Non ne ho visto neanche uno. Di arabo intendo.
Ho osservato bene, ma non mi pare di averne visti. Che avessero paura di rimanere shockati da tutto quel vedere, godere e (beati loro) leggere e comprendere?
Mi piace pensare che fosse effettivamente questo il motivo per il quale non ne ho visto neanche uno.

Ma insomma, com’è possibile che i muri parlino?
E sono anche particolarmente prolissi! I loro rilievi sono come delle urla all’interno di una stanza. Onde sonore che rimbalzano da un lato all’altro della stanza e incontrando complesse forme geometriche si scindono in altre onde che si dipartono dagli spigoli delle iscrizioni e disegni generando così un vociferare che nulla ha da invidiare alle più esuberanti amiche intime che hanno da aggiornarsi su parecchie vicende accadute loro nel corso degli anni.

Alhambra

Il loro vociferare è tutto poetico. E’ colorato e brillante. E’ incomprensibile tuttavia.
Ma a un’attenta analisi acustica, dopo aver abituato l’orecchio a quel tipo di timbro di voce, a quel tono, si inizia a capire qualcosa. In effetti il linguaggio parlato è universale. Comprensibile anche dai più piccoli (se solo riescono a guardarlo con un’attenzione minima).

Mai visti tappeti fatti di pietra e appiccicati al muro. Finché uno non li tocca, non si rende neanche conto di come possano essere duri e ruvidi al tatto. Non ci si rende conto di questo perché tutto possono sembrare, ma di certo non di essere fatti di pietra.

La sensazione che si prova stando all’interno di una di quelle stanze è difficile da riportare con parole. Scorrere di acqua. Solido contro morbido. Comprensione di suoni e restituzione di melodie. Calma e movimento. Tolleranza e intolleranza (ai colori). Geometrie complesse contro forme semplici. Razionalità architettonica contro irrazionalità delle lavorazioni.

Mi sposto verso un altro piccolo luogo chiuso, che sembra un anfratto e mi fermo in silenzio. Le voci delle altre decine di visitatori non penetrano affatto la mia coscienza in questo momento, dato che è impegnata a farsi una doccia. Occhi aperti che guardano l’insieme. Poi come l’obiettivo di una macchina fotografica, metto a fuoco su un piccolo soggetto. Prima su un particolare, poi su una panoramica dell’insieme di tutti questi particolari. Mi accorgo che qualcosa mi sta colando addosso. Non capisco mica cosa possa essere… tutto concentrato come succo di pomodoro (se lo usi un po’ per preparare il sugo della pasta, c’è chi dice che viene più buono) guardo e osservo ma non mi accorgo che vengo investito da una melma profumata d’oro che assomiglia molto a miele.
Proviene dalle muqarnas, quelle decorazioni tipiche dell’architettura islamica che ricordano un favo stalattitico. E’ da lì che cola questo saporito e prelibato nettare.
Avvolge la mia anima e mi porta e trasporta verso un altro matrimonio con l’arte.

Alhambra

Innamorarsi all’interno dell’Alhambra è una costante.
Avrò perso la ragione più volte per poi ritrovarla attaccata ai soffitti, o sui gradini di una scalinata (quella nel Palacio de Carlos V).
Poi l’ho persa di nuovo, perché il cielo si è messo a pensare, a riflettere. Ma quel birichino ha messo in moto così tanto i suoi pensieri che si sono impressi contro i muri di quella scalinata, dipingendola con colori brillanti per lo più blu.

I marmi sono bianchi e le colonne del corrimano sembrano dei pezzi di domino messi uno di fronte all’altro come a scandire il tempo con un metronomo. Ma questi pezzi non cadranno l’uno sull’altro come piace ai bambini (e, lo ammetto, anche a me!) perché c’è quella striscia di marmo che li tiene incollati, saldi ad ogni gradino.

Scalinata del Palacio de Carlos V

Mi pare di sentire quasi una musica, mentre salgo sopra alla scalinata; sono i miei passi oppure è l’alternarsi di luci e ombre prodotte dal connubio tra cielo e colonnine?
La plastica è un prodotto poco nobile, ma mi va di prenderla in prestito per modellarci quei gradini che mi portano più in alto, facendomi apprezzare le simmetrie del palazzo di Carlos V.

Verrei volentieri con te, fatta di plastica, a girare attorno al palazzo, mano nella mano, mentre fai finta che il tempo non scorre. Vediamo che succede se a prenderti la mano sei tu e non sono io. Corri sulle scale, lasciati pervadere dalla luce e resta silenziosa quando senti che qualcuno ti chiama. Fai finta di niente e non lasciarti persuadere da quella voce che ti chiama: adesso ci sono io. E c’è la Spagna. Corri, continua a correre insieme a me attorno al palazzo. Ma no, aspetta ora siamo al piano superiore! E anche lì possiamo continuare a corre e a prenderci per mano. Non voglio lasciarla la tua mano, anche se non me la ricordo come è fatta. Ricordo il calore però. Il calore di quell’abbraccio. E con quell’esperienza posso inferire l’esperienza di una stretta di mano. Sempre la tua. E sempre nella mia. Your hands in mine. Più giriamo forte e più sembra di stare in una lanterna magica. Con i disegni che sembrano quelli di Tonight, tonight. Eppure è giorno e non mi capacito di questo cambio repentino di scena. Eppure la luce la vedo ed è giorno lo stesso. Eppure io sono solo. Ma c’è la tua mano stretta alla mia. E cosa significa?

Non serve tanto domandarsi il perché dei minuti di silenzio. Non serve neanche tanto brindare nei momenti buoni con l’assenzio. Preferisco il sapore buono della rabbia mattutina quando cerco di svegliarmi ed invece voglio stare attaccato a quel sogno maledetto che mi tiene legato al letto.

E’ per colpa di tutte quelle cose che ho visto, di cui ho intriso il cervello, che non posso fare senza di te, ricordo di calde emozioni dentro a palazzi dorati!

Giochi d’acqua nei giardini di Generalife

Meno male che condivisione è il contrario di unione; se uno leggesse “unione” su qualche giornale, a prima vista preferirebbe quel termine a “divisione”. E invece, pensa un po’ che vivo meglio nella divisione! Perché preferisco proprio vedere una cosa a metà per regalarne l’altra all’altro. Anche il complesso dell’Alhambra fa la stessa cosa: divide e non unisce. Spartisce le acque tra l’architettura della pietra e quella vegetale.
Vuole condividere lo stesso terreno e lo fa in maniera brillante, quando si trasforma nel giardino del sovrintendente. Mente chi pensa all’unione come a una cosa buona. Meglio dividere e regalare, le esperienze. Meglio dividere e privarsi per far mangiare la necessità di conoscenza di un altro. Meglio dividere insieme.

Generalife e Alhambra lo sanno.

Sono così differenti ma c’è qualcosa che li rende ancora simili. C’è qualcosa che condividono anche loro! Allora non sono così sciocchi, come spesso lo siamo noi umani… e pensare che proprio da noi umani vengono entrambi!
Non si fanno problemi a regalarsi vicendevolmente. Sono talmente intimi nella loro divisione insieme che si scambiano addirittura i propri fluidi vitali!
Quello che per l’Alhambra è una fonte di calma e rumore zen, per i giardini di Generalife è il prodotto di un’emozione continua e persistente.

Nell’aria zampilla quella linfa vitale che pretende e grida giustizia. E sia giustizia! Mi faccio io stesso portavoce del vostro verbo. Ci ho fatto kilometri per ascoltarvi, e adesso parlo. Mi metto su una scatola di frutta rigirata all’angolo di un parco e urlo. Che tanto non tutti sentono, ché non tutti hanno orecchie. Sì, appendono orecchini su prolungamenti di pelle senza nervi, ma non sentono proprio nulla, sono servi!

Riprendo coscienza e controvoglia riapro gli occhi.

Non c’è più l’Alhambra. Non c’è più Granada. Non c’è più la Spagna. E’ scomparsa l’Europa. Non c’è più nessun continente. E’ rimasta una biglia azzurra che ruota in maniera forsennata nello spazio buio. Eppure brilla anche se non c’è il sole!

Mi allontano ancora un po’ chiedendomi come faccio a respirare, e mentre penso alla risposta, guardo di nuovo quella sfera e la vedo immersa in un liquido senza colore. Mi volto e volo ancora più lontano! Temo di aver capito che succede… c’è un corpo!

Sei tu! Ti avevo perso qualche ricordo fa. Senza cancellarti dalla memoria! Però non ti ricordavo… mi lasci un po’ della tua ispirazione? Cosa? Devo soltanto respirare?

Poi scompare.

Diario de Andalucía y Marruecos (3/4)

Una nuvoletta di fumo denso (sarà fumo di sigaretta?) si stacca dalle labbra di un uomo, seduto sull’ingresso di una porta. E’ una porta qualsiasi, di un qualsiasi palazzo di Tangeri. Il bianco si attesta come colore ufficiale della città: è una lotta continua e serrata tra quel bianco che si azzuffa senza tregua con il blu, e con tutte le sue sfumature. A tratti pare che si sia stancato di lottare e allora lascia lo spazio agli altri, a tratti invece sembra invecchiato e decisamente stanco.

Stanco di quella lotta senza tregua, ed è lì che appare più grigio, meno acceso; invecchiato perché stufo di provare le adrenaliniche (si può dire?) emozioni di una sana scazzottata tra colori.

I segni della lotta si vedono anche sulle porte, molto spesso dipinte di colori accesi come rosso, rosso magenta e colori che una volta erano accesi: marrone chiaro, blu scuro.
Passeggiare per le vie del Marocco è come percorrere il sentiero che porta dalla società occidentale alla culla della civiltà umana. Si passa attraverso le emozioni della socialità diretta tipica dei popoli africani, fino ad arrivare al sapore genuino della terra.
Più a sud del Marocco, ad est, sulle coste dell’Oceano Indiano e nell’entroterra, quella terra vien voglia di mangiarla per sentire com’è, per sentire che sapore ha il nostro liquido amniotico e per inghiottirlo senza paura di strozzarsi.
Ma qualcosa mi porta indietro, mi tira via dal mio pellegrinaggio mentale e vengo scaraventato contro la penisola Iberica, dopo aver messo a dormire la mia anima in quella culla, in attesa di venire a riprenderla il più presto possibile…

Un uomo fuma sull’uscio di un portone – Marocco

Si parte, ci si muove e si va alla ricerca di Africa in terra Spagnola. Non c’è tempo per perdersi in inutili chiacchiere mentali. Però gli hobbit nel cervello continuano a fare un macello insopportabile. C’è chi urla che bisogna smetterla di urlare e chi si chiede perché le nuvole sono scomparse dalla volta celeste.
Qualcuno risponde brutalmente alle questioni aperte di altri hobbit; poi riprendono a bere boccali interi di idromele e si placano gli animi, per un attimo, il tempo di una sorsata. Sembrerebbero pochi istanti, ma a dire il vero sono talmente minuscoli che è difficile anche definirli pochi.
Però il loro continuo vociferare è anche un buon compagno di viaggio.
Oltre la calma della costa, rotta soltanto dal vento, carico di energia (quella buona che spaventa le petroliere) ecco che mi spalmo contro le stesse montagne che avevo attraversato qualche giorno prima. Stavolta però me le lascio alle spalle e mi dirigo verso il centro della penisola iberica.
Il paesaggio si fa sempre più brullo.
I piccoli abitanti del mio cervello sono venuti ad un alterco. Finalmente un po’ di movimento! E per la miseria, me ne stavo così tranquillo, sotto al sole cocente… vorrai mai addormentarti sulla strada?
Ci sono le curve.
Vedo senza paura che sono molto meno impegnative rispetto a quelle che ho attraversato sulla Sierra Nevada. Vada per la festa insieme ai nanetti! Ma… cosa succede? La strada finisce; il paesaggio muta silenziosamente e mi proietta addosso a una via che sembra la Tuscolana a Roma. Carreggiate ristrette. Lavori in corso. El puto trabajo! E nessuno che lavora.

Ciao Granada!

Cattedrale di Granada – Giochi di Luce 1

La Regina dell’Andalucía…

mi sporgo dal finestrino, per prendere aria. Sento odore di città. Non c’è più quel vento mediamente umido e salmastro che viene dal mare. C’è un grande silenzio di afa. Un silenzio che parla più della stazione di Milano centrale.
L’odore è quello di una ragazza di 28 anni.
Possiede quel fascino che inebria le narici (anche le più esigenti) e le riempie di un profumo giovane, anzi giovanile. C’è sobrietà, eleganza, limpidezza ma inizia a sentirsi anche tanta decisione in quel buon odore. E’ un odore semplice ma ancora carico di un potenziale ormonale persuasivo. E pensare che ancora non si è fatta vedere in volto questa meravigliosa creatura.
Penso fra me e me che se soltanto l’odore di questa città mi inebria e mi cattura senza farmi indugiare troppo sulle ferite aperte delle sue strade, cosa potrà mai succedermi nel momento in cui sarò faccia a faccia con le sue pareti nude e strette come due labbra pronte a scoccare un bacio?
E… Cosa dovrei aspettarmi entrando in una chiesa? Dovrei aspettarmi un colore particolare? O magari il solito odore fatto di aria viziata ed incenso? Penso che farei meglio ad entrare per capire, per scoprire.
Capire e scoprire vanno a braccetto mentre spalanco il portone della chiesa subito dietro la cattedrale di Granada.
Vengo trafitto da una freccia che porta con sé più sensi.
La cuspide è una sensazione di aria fresca che apre il mio cuore a tutti gli altri sensi pronti ad entrare. Sensi che attendono la loro vittima (la mia anima) come le iene aspettano con pazienza che il leone abbia finito di
mangiare, quando ormai è sazio. L’asta invece è portatrice di luce.

Cattedrale di Granada – Giochi di Luce 2

E’ la parte della freccia che fa più “male” all’anima. Se è vero che la punta lacera la carne, l’asta la penetra senza indugio, sicura di avere la strada spianata e di poter infierire sul corpo inerme di chi con la luce gioca troppo spesso.
So di non avere molte speranze e quindi mi lascio trafiggere da colori viola brillanti che quasi sembrano evocare spiriti alieni. E mentre rimango estaticamente sconvolto dallo scoccare di quella freccia (di cui non ho neanche sentito il rumore), nel mio lento accasciarmi al suolo, volto lo sguardo verso una vetrata piena zeppa di colori ed è una delle ultime cose di cui mi accorgo prima di perdere i sensi.
Ed ecco che sto per abbandonarmi a quella sensazione piacevole di dolore che mi incatena ancora di più, ancora più forte al desiderio di essere bersaglio di quel treno di emozioni.
Niente.
Temo che cadrò finalmente, adesso che arriva l’impennaggio a scovare le mie carni e ad aprire definitivamente ed irreversibilmente la ferita che adesso si è ricoperta completamente d’oro. Perché cadere qui dentro è prezioso.
Tanto ho fatto per restare con lo sguardo vigile e attento; tanto ho fatto per restare sveglio ed ecco che basta che la piuma della freccia tocchi con i suoi odori chiusi ed impenetrabili, impregnati di luce confusa e che bisbigliano senza tregua parole incomprensibili, ora mi sento svenire e cadere nell’oblio. Tutto ciò che vedo non c’è. Non c’è quello che sento. C’è un segnale diretto tra la natura sensoriale e la mia coscienza. Ma non passa per il cervello. Il canale ora è diretto.

Los perros de Albayzín

Mi risveglio.
Anzi mi accorgo di essere rinato. Una parte della mia esperienza è stata riscritta per contemplare un mondo a me finora sconosciuto.
Adesso mi sento in grado di capire qualcosa in più del mondo. Eppure sono sempre più convinto che tutto il tempo dell’universo non basti a farmi capire tutto quanto.
E a cosa servirebbe comunque capire tutto?
Questo appetito insaziabile che risiede nel non essere in grado di comprendere è quello che mi tiene in vita, e allora perché? Perché voler capire tutto?
Non voglio comprendere nulla più di ciò che posso comprendere.
Non mi interessa essere il primo della classe adesso. Non mi è mai interessato. Però sì mi interessa avere appetito: scardinare nuove esperienze e aprire le porte a suon di armoniche visioni e dinamiche figure che danzano come ballerini ubriachi sul ghiaccio (ma senza cadere).

Che ci faccio in mezzo a questi vicoli ripidi e sinuosi?

Due paia di orecchie penzolanti sembrano suggerirmi la via da seguire. Prima però altre due paia di occhi languidi mi chiedono una foto. Le due signore granadine mi suggeriscono con un dialetto privo di “s” e molto strascicato che ogni persona che passa rimane stregata da quei due sguardi carichi di simpatia.
Uno scatto che sarà stampato nella memoria di chissà quante fotocamere…
Ma davanti a quel blu non importa cadere nella trappola dell’ovvietà. Si prende la macchina, si pigia il tasto, si riguarda se l’espressione canina è soddisfacente e poi si prosegue, salendo verso l’alto.

Giochi di luce su una porta di Granada – Albayzín

Lo sguardo de los perros mi segue mentre mi inerpico sulla via per raggiungere uno dei mirador sparsi tra le vie del quartiere Albayzín. Ci sono manifesti contro il comune di Granada che urlano un futuro migliore per il quartiere. Strillano in faccia al sindaco attuale senza vergognarsi e le loro grida attirano le migliaia di turisti che affollano le vie della città in prossimità del fiume Darro (più un torrente che si atteggia a fiume).

Il bianco pungente delle case mi riempie gli occhi e mi attira sempre più in alto. Più si sale più le vie si fanno arzigogolate. La severità delle salite viene soppiantata dalla complessità dei vicoli e delle straducole. C’è qualcosa che mi punta dritto alla schiena.
E’ uno sguardo.
Non c’è nessuno però. Mi sento toccare sulla spalla. Faccio per voltarmi ed il mio labbro inferiore cade a terra, si perde sul pavimento sconnesso, in mezzo a qualche interstizio.
La mia coscienza mi suggerisce che non ha voglia di morire di nuovo, vittima di quelle frecce velenose che Granada continua a tirarle addosso. Le dico di stare tranquilla, perché stavolta non c’è nessuna freccia che potrà minare la sua salute.
Stavolta è un carro armato pesantissimo, fatto di impressioni, scaraventato a una velocità assurda contro la mia coscienza che vuole annientarla. Seguito da una schiera di Muse pronte a farla rinascere più bella di prima.
Questa volta però, di fronte ad una porta con un arco arabo ornato da porcellane blu, verdi e bianche, non è soltanto la mia coscienza a rimanere senza vita, ma anche tutta la mia persona, la mia esperienza, la mia testa. Tutto cade a terra e lì rimane, finché quella carovana di Muse non si avvicina al mio corpo privo di vita e mi sussurra all’orecchio: “Alhambra“.

Diario de Andalucía y Marruecos (2/4)

Ci si perde a Siviglia.
Si parte da un punto, il centro, e si oscilla vorticosamente tra folate di aria calda e palazzi decorati come fossero sergenti veterani degli anni del Vietnam. Alcune volte hanno anche la presunzione e l’arroganza di quella gente di guerra. Altre volte invece prendono in prestito l’eleganza dai giardini inglesi di Kew Gardens, ma poi la restituiscono quasi subito perché non sono affatto abituati a quel caldo torrido.
Le colline corrono sterminate perché vogliono raggiungere il prima possibile Siviglia. Non ci sono che alberi, olivi. La regione è tra le migliori al mondo per la produzione di olive e di conseguenza l’olio è formidabile. Al primo assaggio mi sono domandato il motivo per il quale un olio dovesse sapere di mandorla, poi mi sono abbandonato al suo gusto e lasciato trascinar via dal sapore lievemente piccante e leggero.
L’importante è che ci sia il Sole. E’ il vero dio dell’Andalucía. Non ci sono altre divinità come Lui laggiù. Tanti piccoli Dei, qualche Eroe (il Vento della Costa de la Luz è il più grande di tutti), ma lui rimane il Re incontrastato.
Ma gli esseri umani della Terra, si sa, hanno fama di voler sempre competere con gli Dei, e cosa decidono di fare? Decidono di nascondersi dal Re, costruendo architetture matematiche che li riparino. A prima vista potrebbe sembrar così, ma dopo un’attenta analisi pare che queste strutture più che riparare dal sole siano lì per omaggiarlo. Viste dal basso sembrano degli ombrelloni, un enorme gazebo. Ma visti dall’alto danno proprio l’idea di essere delle mani gigantesche, unite quasi ad aspettare che il sole vi si adagi sopra.

Siviglia vista sotto al Parasol, Plaza de la Encarnacion.

In marcia verso l’ipotesi di un fresco giardino dopo aver assaporato le guglie della cattedrale gotica più grande del mondo (ebbene sì, quando c’è da lodare Dio, non si bada a spese, ma qui non si parla più del dio Sole).
I Jardines Reales Alcázares non hanno problemi a farsi mostrare in tutta la loro bellezza.
Vogliamo fare un bagno nello stile islamico oppure andarci a rinfrescare il viso con un po’ di arte mudéjar? No, guarda, stavolta preferisco fare un tuffo in mezzo a quell’accozzaglia di gotico, rinascimentale e barocco che le truppe castigliane hanno intarsiato nei palazzi senza troppi complimenti.
Dopo l’assaggio di Almería, l’Alcázar lascia interdetti anche i più scettici. Sono quei posti in cui anche una persona sfortunata dotata di un senso in meno rispetto alla “normalità”, sarebbe in grado di apprezzare la potenza espressiva e l’impressione che lasciano quelle stanze arabeggianti, quello scorrere continuo d’acqua.
L’Acqua… a proposito di Dei e di elementi.
Nella mitologia Iberica l’Acqua è la sposa del Dio Sole. E’ proprio lei che si lascia toccare dalle sue mille mani calde, rimanendo inebriata dal suo tepore. Ma qui non è il Sole l’infedele tra gli Dei coniugi. E’ lei che la notte, quando il suo sposo celeste non può guardarla si mette a far l’amore con la Luna (un’eroina mistica e legata al culto del bere e del mangiare). E se dalla Luna si lascia soltanto accarezzare, la Dea Acqua non si fa scrupoli a farsi sciogliere le carni in abbracci furtivi di chi la stringe per rinfrescarsi. E non le importa se a stringerla è un essere umano, perché sa già che non resterà molto tra le sue mani.

Cisterna nei Jardines Reales Alcázares di Siviglia.

A volte poi, si ripara completamente dal Sole facendo finta di avere cose più importanti da fare. E così si mette sotto una sinfonia di archi e lì aspetta. Attende che qualcuno la guardi, in effetti le basta solo qualche sguardo per sentirsi bene. E’ più vanitosa che infedele, ma si vergogna degli occhi di suo marito, che sono quasi dappertutto, ed è per quello che rimane nascosta in quella cisterna a guardarsi, riflessa sulle volte e sugli archi.
Ma chi ci pensa a quello che potrebbe essere nascosto sotto terra, camuffato da piscina ed accarezzato dalle volte che sbirciano curiose dall’alto mentre il sole irrompe dalle fessure, penetrando la sua amata con veemenza e decisione?
E fuori il nostro Dio si rende bello e ci fa piovere addosso fotoni a tonnellate; palate di luce che bagnano le innumerevoli verdi mani di legni duri che, come satiri, sbeffeggiano chi passa, regalandogli un po’ di riposo dalla pioggia e strappandogli un sorriso con parole senza vento.
Tento di fuggire dal giardino, ma mi incastro sotto ad una magnolia gigantesca. Per un attimo penso di aver bevuto una tisana magica fatta di qualche infuso strano. Sarà stato quell’individuo che si celava nell’ombra ad avermelo regalato. Oppure mi ha infilato il beccuccio di quella fiala sotto la lingua rendendo il mio palato insensibile per qualche istante… sarà per quell’infuso che mi sento così piccolo!
Le magnolie le conosco. Fanno dei fiori bianchi, belli e profumati. Fiori d’aprile. Se venivo travolto dal loro odore quando ci vivevo a fianco nella mia vecchia casa, non oso immaginare cosa potesse significare essere in quel giardino a metà aprile.
Resto sconvolto da quell’idea. Perdo l’olfatto e mi ritrovo con gli altri sensi amplificati, ma sono mezzo stonato, mentre canticchio qualche canzone rendendomi conto che è sera, che Siviglia è stupenda e che adesso è venuto il momento di spostarsi verso la costa occidentale.

L’oceano.

Quello che si subodora da Jerez de la Frontera. Quello che si immagina in una sperduta città del Flamenco. Quello che fiorisce e poi appassisce, in ciclo immutabile e continuo. Quello che non è il mare. Compagno di un eroe epico, il Vento.

La duna sulla spiaggia di Bolonia, vicino a Tarifa.

Mi trovo sverso su una spiaggia. Ha il nome familiare ma la distanza tra i due nomi è kilometrica.
La spiaggia di Bolonia è impetuosa.
A primo acchito non riesco a capire se sono le masse d’aria che spostano la sabbia o se è la sabbia che, muovendosi in lenta caduta dall’alto, sposta l’ossigeno. Il rumore del mare non aiuta. L’unico suggerimento che mi dà è sinestetico e mi confonde.
Le onde si gettano contro la terra, dannata da tempo immemore. Esse calpestano senza pietà ogni millimetro di costa perché odiano la terra che non le vuole con lei come se fossero divinità dell’abisso. Ricordo a tal proposito un racconto di un tale, conosciuto in un porto al largo dei miei pensieri.
Mi disse che il Vento in realtà era un eroe della mitologia Andalusa: nato da una famiglia di pastori delle montagne della Sierra Nevada, aveva iniziato a dipingere paesaggi e volti di persone, diventando talmente bravo che le sue opere attirarono l’attenzione degli Dei che di fronte al Mediterraneo lo resero Eroe.
Fin dall’inizio era legato alla sua innamorata, Notte, e di lei divenne il fedele sposo. Notte era una Dea, molto amata dagli umani che le rendevano grazie e portavano continuamente doni al suo cospetto. Fu proprio questo che fece ingelosire la Terra; gli umani davano più attenzione a Notte che alla loro genitrice, prendendo inoltre in prestito materie prime da sacrificare alla loro Dea Notte che consideravano più bella ed affascinante. Passò poco tempo, che la Terra divenne gelosa, si infuriò e fu in quel momento che decise di rendere la Notte, non più bella ed affascinante, ma invisibile e buia; nera e costretta a dimorare per sempre all’esatto opposto di suo fratello Sole. La gelosia: rende penosi non soltanto gli umani ma anche le divinità.
Quando Vento si rese conto di aver perso per sempre la sua amata, impazzì e si scagliò contro la sua stessa natura di semi-dio. Cercò in tutti i modi di uccidersi quando capì che non c’era nulla da fare per ritrovare la sua morosa. E decise quindi di raggiungerla nel buio e nell’oblio per unirsi a lei per sempre in un unico e perenne abbraccio mortale.
Dall’alto di una rupe decise di togliersi la vita, lanciandosi tra le braccia dell’Oceano, cadendo a picco su una scogliera di rocce appuntite, grige e desiderose di eroico sangue. Ma mentre cadeva, precipitava verso il vuoto del suo destino, carico d’amore e con gli occhi pieni di lacrime, il Sole lo vide, e con le sue mani lo rese leggero, talmente leggero da poter fluttuare nel vuoto, perdendo la sua stessa materia e la sua carne e diventando della medesima sostanza della Notte.
L’avrebbe potuta riabbracciare per sempre se la Terra non si fosse di nuovo intromessa nel triste destino del giovane Eroe. Punì il suo corpo etereo, che aveva cercato la morte, a correre continuamente durante il giorno attorno alla Terra stessa: e lui come unica vendetta potè trovare il modo di istruire l’oceano a scagliarsi di continuo contro la Terra, e lo fece con l’aiuto delle Onde, divinità degli abissi.
La lotta cessò e Vento venne lasciato libero di fermarsi, ma soltanto con il buio, e di decidere autonomamente che cosa fare, come comportarsi. E fu la sola cosa che lo salvò dalla dannazione eterna, quella di potersi unire, nell’oscurità, alla sua immortale ed unica sposa, la Notte, riprendendo anche a dipingere, così come faceva da umano, ma stavolta non con pennellate, ma carezze, che portava con instancabile dolcezza sul volto della sua amata.

Arrivo in Marocco, centro di Tangeri.

Mentre ripenso a questa storia, mi rendo conto che un altro giorno è passato ed è il momento di toccare la nostra vera terra madre.
E’ il momento dell’Africa.
Visitai l’Africa due volte, la toccai, ed il mio amore per lei fu deciso. Le dissi che sarei tornato a farle visita. Più volte, per poi unirmi a lei dagli ultimi attimi della mia vita all’eternità.
Lasciare le coste calde dell’Europa permettendo al mio corpo di essere attraversato dall’immediata spontaneità della gente d’Africa.
Il cielo è blu, elettrico ed elettrizzante. Eclettico. Si lascia scrutare da qualche parabola sparsa su tetti di alcune case basse e riempie con decisione i vuoti lasciati dall’altezza degli edifici di Tangeri in Marocco.
Lo sguardo della gente mi trafigge.
Vengo immolato con tutta la mia occidentalità di fronte alla purezza nascosta (neanche troppo) negli occhi di persone che per vivere serve poco. Però qualcosa serve. Almeno per riempire la pancia, una volta al giorno. Forse anche meno. E allora gli occhi si trasformano in mani e le mani cominciano a far fiorire oggetti che si dimenano, oggetti che urlano, oggetti che vogliono essere una cosa sola con le mie di mani.

Il centro di Tangeri parla al mondo da una terrazza.

Ma le mie mani arretrano, a volte si avvicinano a qualcosa e prendono, e restituiscono. Oppure scambiano. Ma non c’è soltanto uno scambio di merci qui in Marocco. Appena lascio le vie principali per mettermi a respirare l’aria della vita marocchina, mi accorgo che c’è molto più che mercanzia. E non avevo dubbi a riguardo.
Ci sono rughe colme di storie, pettegolezzi, storie d’inganni, storie di persone, di avventure, ancora pettegolezzi, descrizioni di luoghi, di sapori di cibo, descrizioni di storie d’amore ben riuscite e di altre mai vissute.
Le rughe sono figlie di anni di accigliamenti, di lacrime, di sorrisi. Sono figlie di sbadigli e di espressioni di gioia, di tristezza, di perplessità; non perdono tempo a pensare a come sono finite lì su quel volto, perché il tempo lo assoggettano e lo portano con loro. Decise a far perdere la pazienza di chi guardandosi riflesso, si vede vittima di un’ingiustizia capitale, e dalla quale riesce vincitore solo quando si abitua all’idea di averle addosso; ché loro ci tengono a stare lì attaccate al suo volto, ormai lo amano proprio.
Io mi fermo per un istante.
Gli odori sono parte dell’Africa, non si può staccarli via dagli altri sensi. Significherebbe mutilare un continente. Non è quello che voglio fare adesso, per niente!
Adesso voglio fermarmi qui davanti ai ricordi di un vecchio, guardarlo avidamente ma con rispetto.
E voglio respirare l’aria buona della vita. Vera.