Posts Tagged ‘Japan’

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Monte Rosa

Ho toccato il cielo. Poi sono andato più su.
Le nuvole erano tutto. Ma perché le guardavo dall’alto. Così è stato, mentre il vento alzava palline di ghiaccio sotto al Monte Rosa e te le scagliava addosso senza pietà. Perché tu lassù non dovevi esserci. Quello non era luogo che ti appartenesse. E la montagna te lo palesa. Te lo dice. Anzi, te lo urla.
Lo fa con gli unici modi che conosce​: prima ti addolcisce l’esistenza con il canto morbido e nostalgico di alcuni uccelli di alta quota. Oppure lo fa mostrandoti l’arroganza degli stambecchi. Poi però più vai in alto, più ti avvicini alla cima e più ti scaraventa addosso elementi che amplificano la percezione e soprattutto che svelano le tue paure e che dopo averle scoperte, le attaccano.
Il vento è uno degli elementi che utilizza la montagna per metterti alla prova. Il vento, quello gelido, che corre sopra la tua coscienza e che la leviga, la mette a dura prova e la riduce a un infinitesimo. Il vento che trasporta granelli di ghiaccio e che rende te un granello e ti porta dove vuole lui.
In montagna si sta così: al limite dell’inesistenza. Sembra che sia proprio questo il modo per cogliere l’essenza delle cose, portarsi in uno stato in cui non si è in grado di toccare, di guardare, di sentire, ma al limite del non-toccare, non-guardare, non-sentire. Sì, perché tutte queste azioni scalfiscono l’essenza delle cose che dovrebbe essere preservata dall’osservazione. Qualunque nostra azione disturba l’esperienza, e la rende immediatamente “nostra”, puramente soggettiva.
In questo l’alta montagna è il posto migliore dove poter esperire il limite dell’esistenza. Perché è solo muovendosi sul limite, sulla cresta, che si può toccare senza toccare. Osservare senza osservare.
L’unico modo di sentire che ho conosciuto è essere dentro, lì dove le cose non fluiscono per colpa del tempo, ma si muovono perché prima di quello stato hanno avuto altri infiniti, infinitesimi, stati precedenti.
Ecco cos’è il vento, ecco cos’è il ghiaccio, ecco cos’è tutto.
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Tempo.

VCT (106)

Foglia di loto

 

Il tempo non è.

Il mondo è tutto ciò che accade (grazie Witty) e per capirlo bisogna tornare ad essere minuscoli, inesistenti, e soprattutto ignoranti. Da lì si può riprendere a costruire un mondo più reale, meno soggettivo per poi capire che si fallirà comunque perché noi stessi siamo mondo. Come possiamo descrivere oggettivamente qualcosa di cui facciamo parte? E soprattutto come facciamo a descriverlo oggettivamente se nelle osservazioni che facciamo siamo noi stessi ad influenzare le “rilevazioni”?

E quindi il tempo non è che l’evidenza di una nostra carenza nel capire il mondo. Il tempo, come lo intendiamo noi, è il nostro modo di sopperire all’ignoranza e all’incompletezza della nostra percezione. Se fossimo in grado di conoscere completamente ed integralmente le relazioni che esistono tra tutte le cose, il concetto stesso di tempo perderebbe di significato. Il tempo è lo strumento che ci siamo creati per sopperire alla nostra miopia (o ‘sfocatura’ come direbbero Boltzmann o Rovelli). Il tempo è la lente della realtà.

Bertrand Russell lo aveva capito perfettamente e me l’aveva comunicato in una frase da cui, prima, ero affascinato e riuscivo a cogliere solo misticamente il senso, ma di cui ora ho più consapevolezza: “to realise the unimportance of time is the gate of wisdom“.

TMK: Figlia della conoscenza, oscuri movimenti

Attirare come un pianeta parvenze di felicità.

Attirare verso di sé infiniti livelli di tristezza.

L’esatto opposto di quello che ci viene insegnato nelle lezioni di fisica.

DD

L’esplosione è adesso.
Sono pronto: partiamo! Momenti che ripercorro con la mia inadeguatezza si confondono con il rosso della mia incoscienza. Sono senza una dignità, come tutti voi, perché vivo in costante disaccordo con me stesso e mi nego. Gomorra o Sodoma? A dire il vero entrambe.
Benedico il momento in cui ho deciso di essere il perfetto contrario di quello che ho deciso di essere.

Resto convinto che non lo leggerai mai, DD, o meglio che lo farai ma non come lo leggo io mentre lo scrivo col pensiero. Rovistando dentro ho trovato una prima verità alla quale mi appiglio mentre cado senza velocità contro il nulla. La cosa peggiore è cadere senza mai schiantarsi, non schiantarsi. Similmente la cosa peggiore e perdersi senza mai lasciarsi, non lasciarsi.

Sì. Adesso capisco quella storia dell’oblio. Io adesso lo capisco e la smetto di aprire miliardi di finestre solo per poi richiuderle tutte, una alla volta solo per avere la certezza che chiudere è costruire. Re del mio silenzio, lo capisco adesso, DD. Dì, perché ci hai messo tanto a farmi parlare? E adesso capisco anche questo: ci ho messo tanto perché ero convinto di essermi lasciato, e invece ho realizzato di aver perso.

So che non è un appiglio quello che dovrei cercare per arrestare la caduta nel vuoto senza pavimento. Mento a me stesso se decido di non ammettere che invece sono fermo, immobile, e cerco di sembrare in movimento senza tregua.

Allora: mi decido o no ad ammettere che è aria quella che respiro, così come quella che respiri tu?
E’ cibo quello che mangio, come quello che mangi tu. Sono colori quelli che vedo, così come li vedi tu. È tristezza quella che provo, così come la provi tu.

L’esplosione è adesso.

A Japan diary – Day 21

03.09.15 – Kamifurano

Anything you want it can be done
How did you go bad?
Did you go bad?
Did you go bad?
Some things will never wash away
Did you go bad?
Did you go bad?
Radiohead

Negli occhi di Tanaka-san si leggono tante cose diverse.
Io ci ho letto una simpatia viscerale e una saggezza profonda. Ci siamo scambiati poche parole in inglese. Tutte le altre conversazioni sono state intermediate dai miei compagni che parlano in giapponese o da un linguaggio non verbale fatto di gesti, sguardi, posture.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Ironia della sorte questa mattina io e Mitch ci troviamo di fronte ad una classe di studenti di un istituto di qualche città dell’Hokkaido. Sono venuti per apprendere l’arte del selezionare le patate. Devo dire che in 5 giorni ho imparato abbastanza bene cosa significhi raccogliere, dividere e selezionare patate; il dettaglio non trascurabile è che non saprei come fare per trasmettere questa mia conoscenza al gruppo di giovani che attendono, impazienti, di sapere, conoscere.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Per fortuna che il mio amico australiano (per la miseria se parla!) ha tutti i mezzi per poter comunicare con i ragazzi giappi.
Non è molto fluente nel parlare in giapponese, ma è spigliato e parecchio loquace, il che lo pone rapidamente al centro dell’attenzione e lo aiuta a rendersi comprensibile anche con l’ausilio di uno spiccato senso dell’umorismo e di una gestualità da manuale.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Bastano poche decine di minuti per entrare in sintonia con il gruppo di studenti.
Ad aggiungere empatia, a breve, arriva il cibo che gli studenti (anzi le studentesse) iniziano a preparare e poi dividere anche con noi dopo aver scattato qualche immancabile foto di rito attorno a dei tavoli di legno bassi pieni di cibo.
Ci scambiamo degli sguardi curiosi, tra tutti. I più timidi lasciano da parte lo sguardo e lo nascondono dietro a un sorriso condiviso insieme a qualche compagno. Altri invece si fanno coraggiosi e si avvicinano, facendo qualche domanda o chiedendo una foto insieme a noi.

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Kamifurano – Japan – September 3, 2015

Il tempo passerà in fretta. La mattina vola via e, mentre il sole si appresta a raggiungere il punto più alto nel cielo, si porta dietro questa dozzina di studenti che insieme al maestro lasciano il cortile della Chinita Farm a favore della strada bianca che immette sulla piccola strada asfaltata in fondo verso Kamifurano.
Li accompagniamo con Mitch. Li salutiamo quando, uno per uno, salgono sul bus e lasciano i nostri sguardi, carichi di più domande che risposte.

Questa è la prima partenza dell’Hokkaido. La seconda sarà tra poco: la mia.
Alle 17 in punto Tanaka-san è pronto con la sua auto a portarmi alla stazione di Kamifurano (ci vorranno 15 minuti).
Saluto i ragazzi. Ci risentiremo, perché ho i loro contatti. L’indomani partiranno tutti tranne Mitch che rimarrà da solo per qualche settimana alle prese con le ultime patate rimaste da selezionare (non lo invidio troppo, a dire il vero!).

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Il treno si ferma ad Asahikawa. Da lì prenderò il diretto per Sapporo e, infine arriverò ad Otaru. Mi accoglierà un buio cosparso di un’aria fresca di una estate che sembrerebbe pronta a volgere al termine. In realtà, in Hokkaido, fa decisamente più freddo rispetto al Kantō e questa atmosfera più fresca è in linea con le temperature della stagione.
Zaini in spalla, mi avvicino all’ostello. Lascio le scarpe all’ingresso e poi apro la porta che, col suo movimento, fa suonare dei campanelli attirando l’attenzione di qualcuno all’interno. Mi si para un ambiente pulito, ordinato e pieno di cose: libri, manga, lampade (tutte accese). L’ostello è gestito da un uomo grassoccio, simpatico e che parla un buon inglese. L’ostello è in stile giapponese, molto piacevole ed accogliente.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Mi posiziono nella camerata da 6 letti e, affamato, vado a chiedere all’uomo dell’ostello informazioni su dove andare a mangiare. Vorrei provare del sushi. Dicono che ad Otaru si mangia il miglior sushi dell’Hokkaido e, forse, di tutto il Giappone. L’uomo mi consiglia un posto non molto lontano, un locale piccolo, con 6 posti (non sedie, ma in piedi davanti al bancone). L’uomo dell’ostello mi dà il nome del ristorante scritto in kanji.
Esco e mi porto sulla stradina principale che poi dà su una galleria pedonale dove, lateralmente, sono disposti negozi e boutique, ora chiusi. Poco più avanti sulla sinistra c’è una stradina da cui vengono dei rumori, tutto illuminata. Mi immetto e passo dopo passo scopro un micro mondo di ristorantini ed izakaya tradizionali popolati da gente del luogo. Ovviamente sono l’unico occidentale e tutte le scritte sono in kanji, hiragana o katakana. Non riesco a capire nemmeno che tipi di cibi o bevande vendano. Ma andando avanti e indietro un paio di volte, mi trovo di fronte all’ideogramma che l’uomo dell’ostello mi aveva mostrato.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Sono io, di fronte al bancone e di fronte al “sushiaro”. Al mio fianco una ragazza e, di lato, due ragazzi che parlano tra di loro.
Il giapponese è una lingua che, all’ascolto, è molto dolce, se parlata da una ragazza. Quando invece la senti parlare da un ragazzo prende un aspetto più virile. La cosa, al pensarci, mi suscita un certo sgomento; il francese che sulla bocca di una donna è una lingua che trovo estremamente sensuale e femminile, dolce, sulla bocca di un uomo lo rende (a mio parere) molto meno “uomo”. Capisco che è un commento tre volte polarizzato (uno perché sono Fabrizio, due perché sono un uomo e tre perché sono italiano). Ho sentito ragazze italiane sostenere che il francese è una lingua sensuale e virile anche sulla bocca di un uomo (e non mi viene da dubitarne).
Anche il ragazzo pelato che prepara i sushi parla giapponese ed è un tipo che tiene banco alla grande, un comico più che uno chef.
Mi ha preparato il sushi più buono che abbia mai potuto mangiare.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Mentre mangio sushi, gli sguardi dei commensali sono diretti verso smartphone oppure al cuoco che, mentre condisce sushi e discorsi con grasse e sonore risate, prepara un pezzo singolo di sushi e lo distribuisce, uno alla volta, a chi gli si para davanti al bancone.
Ad un tratto un ragazzo alto, sopraggiunto da poco nel locale, mi si rivolge ed inizia a parlare in inglese: “ti piace questo sushi?”. Gli rispondo che in assoluto è il più buono che abbia mai mangiato. Iniziamo a chiacchierare e, vicino a lui, si uniscono alla conversazione due ragazzi, uno dal viso estremamente simpatico. Non parlano una parola di inglese; iniziamo a parlare a suon di anime e manga. Gli mostro alcune foto di Daitarn III, Vultus V, Enomoto e altri simpatici personaggi del panorama fumettistico e fantastico giapponese. Inizia un dialogo a quattro che ha del surreale, fatto di versi (i loro sembrano usciti da un vecchio film di samurai), di sguardi e di commenti in giapponese che risultano comprensibili soltanto perché associati ad un contesto ben limitato e da una serie di gesti che mi aiutano a tradurre le parole a me sconosciute.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

Colui che mi sta parlando da un’ora (sono al 10° pezzo di sushi e alla seconda o terza birra Sapporo) è uno psichiatra di un ospedale di Otaru che, con un tono reverenziale, mi dice che sta andando a casa e che è stato un vero piacere per lui aver parlato con me. Lo ringrazio, gli stringo la mano dicendogli che è stato piacevole anche per me aver potuto conversare con lui e che lascerò anche io il locale, magari possiamo fare due passi, dato che prima di andare a dormire, ho voglia di scoprire qualcosa in più di Otaru.
Dopo aver salutato il ragazzone psichiatra, proseguo sulla strada, lasciandomi guidare più dall’istinto che dall’orientamento. Passo vicino a degli oggetti compatti e divertenti. La luce dei lampioni, sulla strada è affascinante. Il vento è leggero, ma è il vento che viene dall’oceano e, più in là, dalla Russia.

Passeggio, solitario, nel nord del Giappone.

Otaru – Japan – September 3, 2015

Otaru – Japan – September 3, 2015

A Japan diary – Day 20 (bonus track)

02.09.15 – Kamifurano

Succede anche questo in Hokkaido.

A Japan diary – Day 18

31.08.15 – Kamifurano

La nave, la nave, la nave va nel mare
Porta con sé le delusioni che non riusciamo a dimenticare
Maledetta nave
Maledetto mare
Bugo

Oggi mi trovo a pensare a come gli uomini distruggono una lingua.
Gli italiani sono i migliori per prendere una lingua e per tagliuzzarla, farla sanguinare.
“Impianto selfizzato”. Mi ricordo di questa scritta, fuori da una stazione di carburante. Impianto selfizzato… questa è una coltellata dritta al petto dell’italiano (della lingua); non lo dico con tono reazionario, conservatore, la lingua cresce, si evolve, altrimenti saremmo ancora qui a parlare a versi, come gli animali.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Certo che impianto selfizzato fa proprio male.
Ci sto pensando mentre colgo le patate sul campo di Tanaka-san. Sono insieme alla famiglia, una famiglia allargata, bella. C’è Tanaka, sua moglie, il figlio insieme a sua moglie e una ragazza che viene ad aiutarli. E poi ci sono i wwoofer. C’è Leroy, il sudafricano, poi Lucille, la francese, An Sso, la coreana. Poi ci sono io. C’è il silenzio e la fatica su quel campo.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Io mi sento come il TP53 della lingua italiana. E sento il bisogno di riprodurmi anche per epurare la lingua da tutto questo bisogno di superficialità.
Impianto selfizzato…
Mi sembro Moretti nel suo capolavoro “Palombella Rossa”. Il mio atto terroristico sarà quello di strappare la parola “selfizzato” da quel cartello prima o poi.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

La giornata si alterna tra momenti di fatica, di divertimento. Il tutto scandito dalle pause tè.
Tanaka-san ci fa fermare e alle 10.30 in punto ci invita a radunarci verso il bordo del campo. Spegne il motore del trattore, scende e ci raggiunge. Con il suo “tea time”, il tempo si ferma e con lui anche tutto il resto della famiglia.
Sento che mi mancherà quel momento. Sento che mi mancherà il sentir parlare giapponese, tutti attorno a me (compresi i miei compagni wwoofer). Tutti tranne me. E nonostante non capisca una parola di quello che dicono, non mi sento affatto escluso né lontano da casa. Anzi, in un certo senso mi sento parte di questa famiglia e non sento alcun peso.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Mi piacerebbe conoscere la lingua. Mi piacerebbe essere in grado di parlarle tutte le lingue. Chissà cosa succederebbe ai miei neuroni, alle loro connessioni. Sarei in grado di capire meglio il mondo se sapessi parlare tutte le lingue; ma cosa ne sarebbe della mia curiosità? Più che essere in grado di parlare una lingua, vorrei essere in grado di ragionare in una lingua. Quello è il momento in cui si può dire di aver raggiunto un nuovo grado di apertura. Saper solo parlare non serve a nulla. Bisogna saper sentire cosa ha da dirci una lingua, anche se questo sì che è difficile.

Ho finito di lavorare per oggi e dedico il mio tempo per passeggiare nei dintorni della Chinita Farm con la mia macchina cattura-immagini.
Sotto il sole che sta per tramontare, incontro tre ragazzi. Una coppia è vestita come se dovesse sposarsi, lì, in mezzo alla campagna. L’altra persona è una ragazza con una fotocamera che li riprende mentre si atteggiano da promessa di matrimonio.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Parlandoci mi sembra che siano cinesi. Pare che siano lì in un piccolo alberghetto (di fatto una stanza), proprio di fronte alla casa dei wwoofer.
La ragazza mi invita al loro barbecue per la sera. Valuto la proposta, ma poi non andrò: ho voglia di restare a parlare con i miei nuovi amici.
Leroy è molto sulle sue. Parla poco, lentamente. Anche Lucille è sulle sue e gira per la casa, disinvolta, come se vivesse lì dentro da anni. An Sso mi incuriosisce: ha un viso dolce e una buona pronuncia inglese.

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

A dire la verità pensavo che saremmo stati accolti nella casa insieme a Tanaka-san e famiglia, nella casetta in legno circondata da alberi e campi.
Mi trovo a scrivere sul diario, mentre sono seduto sul divano della dimora dei wwoofer. Avevo bisogno di lavorare questa terra. Perché decidere di lavorare in vacanza? Raccogliere le patate è un lavoro duro e poco gratificante. Un lavoro che avrei potuto fare ovunque al mondo e invece ho deciso di venire a farlo in questo angolo di mondo diametralmente opposto all’Italia. Ma perché? Potrei girare la domanda: perché non avrei dovuto decidere di farlo?

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

Kamifurano – Japan – August 31, 2015

A volte penso sia giusto prendere delle decisioni con gli occhi bendati. O più che con gli occhi bendati, con gli occhi coperti dalle mani in modo tale da lasciare qualche piccola fessura per intravedere cosa c’è di là. In questo modo mi trovo a decidere alcune volte. In questo modo trovo dei modi interessanti ed alternativi di vivere.
Ci provo spesso a decidere senza vedere e i risultati sono sempre qualcosa di sublime.