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Monte Rosa

Ho toccato il cielo. Poi sono andato più su.
Le nuvole erano tutto. Ma perché le guardavo dall’alto. Così è stato, mentre il vento alzava palline di ghiaccio sotto al Monte Rosa e te le scagliava addosso senza pietà. Perché tu lassù non dovevi esserci. Quello non era luogo che ti appartenesse. E la montagna te lo palesa. Te lo dice. Anzi, te lo urla.
Lo fa con gli unici modi che conosce​: prima ti addolcisce l’esistenza con il canto morbido e nostalgico di alcuni uccelli di alta quota. Oppure lo fa mostrandoti l’arroganza degli stambecchi. Poi però più vai in alto, più ti avvicini alla cima e più ti scaraventa addosso elementi che amplificano la percezione e soprattutto che svelano le tue paure e che dopo averle scoperte, le attaccano.
Il vento è uno degli elementi che utilizza la montagna per metterti alla prova. Il vento, quello gelido, che corre sopra la tua coscienza e che la leviga, la mette a dura prova e la riduce a un infinitesimo. Il vento che trasporta granelli di ghiaccio e che rende te un granello e ti porta dove vuole lui.
In montagna si sta così: al limite dell’inesistenza. Sembra che sia proprio questo il modo per cogliere l’essenza delle cose, portarsi in uno stato in cui non si è in grado di toccare, di guardare, di sentire, ma al limite del non-toccare, non-guardare, non-sentire. Sì, perché tutte queste azioni scalfiscono l’essenza delle cose che dovrebbe essere preservata dall’osservazione. Qualunque nostra azione disturba l’esperienza, e la rende immediatamente “nostra”, puramente soggettiva.
In questo l’alta montagna è il posto migliore dove poter esperire il limite dell’esistenza. Perché è solo muovendosi sul limite, sulla cresta, che si può toccare senza toccare. Osservare senza osservare.
L’unico modo di sentire che ho conosciuto è essere dentro, lì dove le cose non fluiscono per colpa del tempo, ma si muovono perché prima di quello stato hanno avuto altri infiniti, infinitesimi, stati precedenti.
Ecco cos’è il vento, ecco cos’è il ghiaccio, ecco cos’è tutto.

No existe nada más lindo que verte bailar!

E quelle tonnellate di cose lì. Hai ragione, ma ti sei dimenticato di tutte le altre! Tutte quelle dentro a quel contenitore privo di senso che rende il contenuto tutto colorato anche se tu, al massimo, distingui il bianco dal nero.

Le illusioni… quelle che muovono gli animi come precise e concrete leggi fisiche!

L’amore, che muove! Sia lodato l’amore che delude, che distrugge e quello che crea una musica talmente dolce per la propria bambina.

Sempre sia lodata qualunque forma d’amore! (Dannazione!)

Correndo sui fumi

And you and I we once,
Looked great,
And you and I we sounded fine,
And you had high notes,
But also high kerbs,
I gave one stairs,
But I now take shorter steps

 

 

Man in the box

Corsica - Vicino al Monte Cinto

Corsica – Sentiero al Monte Cinto

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole […]
F. De André

Sentieri che si inerpicano tra le rocce e tra gli alberi. Sentieri che percorri una volta sola anche se li ripercorri; perché quando li calpesti nella direzione opposta, cambiano le prospettive. Cambia lo sguardo. Una pietra vista da un lato, è diversa da se stessa, vista da dietro. Eppure riconosci di esserci passato lo stesso. Il luogo ti sembra lo stesso, ma è diverso.

Capita di percorrere dei sentieri, belli, vivi, eterni. Capita di trasformare pochi mesi in un concentrato di frutta, ma di quella buona, succosa, con tanta polpa e con la buccia rovinata perché la buccia rovinata ti comunica che il frutto ha vissuto, senza artifici chimici. Lungo quel tratto di bosco abbiamo colto quei frutti insieme, uno dopo l’altro: more, lamponi, mirtilli, fragole, fragoline. Non è chiaro come fosse possibile, ma c’erano anche le arance. Due, che sono state spremute insieme dando vita al più bel succo mai preparato da mani umane.
Poi è venuto il momento di berlo, tutto d’un fiato (noi che possiamo farlo perché, al contrario del malato di cuore di De André, il cuore ci funziona bene): ogni goccia di quel succo è stata la più intensa goccia mai bevuta, la più buona perché reale. Non una idealizzazione, non un paesaggio virtuale, non un’emozione celata. Niente era più reale.

Lacerato. Il telo si è lacerato dopo aver finito il succo, dall’altro lato, il mondo. E buttarcisi dentro a capofitto. Le distanze spaziali si dilatano, si fanno angosce, si trasformano in distanze emozionali, e, repentinamente, in paure. Scambio la tristezza per malinconia. Vengo sbattuto via. Cado su una roccia. Mi fa male il petto, probabilmente ho sbattuto lì, fortissimo. Spero di perdere conoscenza, e di non svegliarmi più se non dopo aver dimenticato.
No. Resto perfettamente cosciente e, senza potermi muovere, sento che qualcosa inizia a scorrere dal mio corpo, sulla roccia viva. Sanguino forte. Esce il rosso della mia disperazione. Unico modo per fermare la ferita e smettere di sanguinare è buttarci sopra una garza spessa perché i ricordi rimangano lontani dagli occhi.

Ma per quanto tempo riuscirò a celarli?

Mesi di una bellezza incolmabile con qualsiasi altra bellezza. Ridefinizione del termine estetico di bellezza sentimentale. Mesi che hanno compresso in loro stessi passato e futuro, una spremuta di tempo, d’amore. Tempo prezioso che non torna più ma che nemmeno se ne andrà mai. Promesse sciolte, non mantenute, perse come lacrime nella pioggia.

Come Totor(r)o rimango a casa, solo. E quel succo mi aveva fatto venir voglia di un altro tipo di casa. Quella casa.
https://www.youtube.com/watch?v=xFWVFu2ASbE

Adesso sono solo 4 mura, o poco più.

Strasburgo - Agosto 2007

Strasburgo – Agosto 2007

 

Il mondo fa schifo perché la gente non si abbraccia.

Se il mondo vi fa schifo, abbracciatevi di più.

Se vi fate schifo, abbracciate un albero.

Altrimenti andatevene affanculo.

Acheropita

Acheropita

Acheropita

Acheropita è appena entrata a casa. Acheropita da oggi ascolterà la musica che ascolterò. E sentirà gli odori della roba che cucinerò.
Thoreau ci insegna bene il perché sia giusto andare nei boschi, ed è per questo che forse gli umani tentano di portarsi i boschi dentro casa.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici. H.D. Thoreau

Altocumulo lenticolare

Belle-Île-en-Mer - Breizh

Belle-Île-en-Mer – Breizh

Notizie fruite alla velocità di un colpo di dita. Tanto veloce, quel colpo, quanto calcificante. Temo che tutta questa velocità blocchi le meningi invece che renderle mobili. Libera enzimi che facilitano la disfunzione cerebrale. E quel colpo di dita, rende ancora più forte la convinzione che nell’affermato e nel conosciuto, risieda la sicurezza e la perfezione.

Nell’arrampicata, quando si affronta una parete, la sicurezza si ricerca nello sconosciuto. Torno adesso al momento in cui sei sul punto di cercare un appiglio con la mano, lì dove non riesci a vedere, lì dove risiede l’ignoto. Torno al momento in cui sembra che non ci sia speranza di salire, di superare quel pezzo di roccia. A volte, mentre sali, hai proprio bisogno di quel senso di casa, così come quando cerchi di superare certi ostacoli nella tua vita: talvolta ne hai bisogno, perché sei umano. Oppure riesci ad ammettere che è proprio nell’inquietudine dello sconosciuto che trovi la forza, la tua. Allora forse è lì che cade l’umanità 2.0. Robusta è la sensazione del trovarsi a contatto con altri che non sono altro che la proiezione di se stessi. Si vive facile in casa, dove tutti parlano la stessa lingua, la tua (anche se vivi da solo); ma cosa succede se ad un tratto ti trovi in mezzo ai veri altri, quelli che parlano una vita diversa?

Sai che c’entra questo con l’arrampicata? Quando non vedi oltre i tuoi occhi, devi fidarti di ciò che non vedi, devi sperimentare, devi avere un cuore che sente e che percepisce al di là dei sensi. Identica la sensazione di cercare un appiglio a quella di trovare forza ed energia nel diverso-da-sé. Ecco dove cade, anzi come cade l’umanità 2.0: cade nella velocità delle notizie fruite più come contenitori asettici che come contenuti. Timoroso, l’essere umano del XXI secolo scorre con un colpo di dita, non solo le notizie, ma anche le stesse relazioni sociali che lo rendono umano. Non è nient’altro che uno scorrere. Estasiato dalla novità, e annoiato a tempo record: ormai estasi e noia coincidono in un’unica soluzione.

Nell’arrampicata non hai paura di quello che affronterai senza ancora conoscerlo; hai il timore piuttosto di ciò che già conosci e di ciò che ti sei lasciato, scalando, alle spalle. È questo, forse, che rende l’arrampicata una seduta socio-psicologica più che uno sport.