Posts Tagged ‘new zealand’

P_20170805_174159

Monte Rosa

Ho toccato il cielo. Poi sono andato più su.
Le nuvole erano tutto. Ma perché le guardavo dall’alto. Così è stato, mentre il vento alzava palline di ghiaccio sotto al Monte Rosa e te le scagliava addosso senza pietà. Perché tu lassù non dovevi esserci. Quello non era luogo che ti appartenesse. E la montagna te lo palesa. Te lo dice. Anzi, te lo urla.
Lo fa con gli unici modi che conosce​: prima ti addolcisce l’esistenza con il canto morbido e nostalgico di alcuni uccelli di alta quota. Oppure lo fa mostrandoti l’arroganza degli stambecchi. Poi però più vai in alto, più ti avvicini alla cima e più ti scaraventa addosso elementi che amplificano la percezione e soprattutto che svelano le tue paure e che dopo averle scoperte, le attaccano.
Il vento è uno degli elementi che utilizza la montagna per metterti alla prova. Il vento, quello gelido, che corre sopra la tua coscienza e che la leviga, la mette a dura prova e la riduce a un infinitesimo. Il vento che trasporta granelli di ghiaccio e che rende te un granello e ti porta dove vuole lui.
In montagna si sta così: al limite dell’inesistenza. Sembra che sia proprio questo il modo per cogliere l’essenza delle cose, portarsi in uno stato in cui non si è in grado di toccare, di guardare, di sentire, ma al limite del non-toccare, non-guardare, non-sentire. Sì, perché tutte queste azioni scalfiscono l’essenza delle cose che dovrebbe essere preservata dall’osservazione. Qualunque nostra azione disturba l’esperienza, e la rende immediatamente “nostra”, puramente soggettiva.
In questo l’alta montagna è il posto migliore dove poter esperire il limite dell’esistenza. Perché è solo muovendosi sul limite, sulla cresta, che si può toccare senza toccare. Osservare senza osservare.
L’unico modo di sentire che ho conosciuto è essere dentro, lì dove le cose non fluiscono per colpa del tempo, ma si muovono perché prima di quello stato hanno avuto altri infiniti, infinitesimi, stati precedenti.
Ecco cos’è il vento, ecco cos’è il ghiaccio, ecco cos’è tutto.
Annunci

Tempo.

VCT (106)

Foglia di loto

 

Il tempo non è.

Il mondo è tutto ciò che accade (grazie Witty) e per capirlo bisogna tornare ad essere minuscoli, inesistenti, e soprattutto ignoranti. Da lì si può riprendere a costruire un mondo più reale, meno soggettivo per poi capire che si fallirà comunque perché noi stessi siamo mondo. Come possiamo descrivere oggettivamente qualcosa di cui facciamo parte? E soprattutto come facciamo a descriverlo oggettivamente se nelle osservazioni che facciamo siamo noi stessi ad influenzare le “rilevazioni”?

E quindi il tempo non è che l’evidenza di una nostra carenza nel capire il mondo. Il tempo, come lo intendiamo noi, è il nostro modo di sopperire all’ignoranza e all’incompletezza della nostra percezione. Se fossimo in grado di conoscere completamente ed integralmente le relazioni che esistono tra tutte le cose, il concetto stesso di tempo perderebbe di significato. Il tempo è lo strumento che ci siamo creati per sopperire alla nostra miopia (o ‘sfocatura’ come direbbero Boltzmann o Rovelli). Il tempo è la lente della realtà.

Bertrand Russell lo aveva capito perfettamente e me l’aveva comunicato in una frase da cui, prima, ero affascinato e riuscivo a cogliere solo misticamente il senso, ma di cui ora ho più consapevolezza: “to realise the unimportance of time is the gate of wisdom“.

Blu

new-zealand-1821

New Zealand

    Predicavo per le strade senza accorgermi che le persone mi passavano intorno, mi sfioravano, guardavano senza necessità di essere ricambiate. Era un qualsiasi giorno di un mese freddo, era quando l’inverno lasciava spazio alla primavera. Ed io predicavo proprio contro quel volgere dall’immobile al dinamico; me ne stavo sempre in quell’angolo del parco. Arrivavo con la mia sedia, mi coprivo il collo quando tirava il vento e poi ci salivo sopra, iniziando a dispensare pensieri. C’era chi passava davanti senza capire: non c’era un cappello dove mettere denari, non c’era una scatola dove lasciare qualche moneta. C’era un vecchio ed una voce. C’era la sedia, sotto al vecchio. Chissà quanti avranno pensato che fossi matto, prima ancora di capire quello che stavo dicendo. Prima ancora di udire ciò che avevo da dire. Io predicatore subissato dai pregiudizi. Ma c’era qualcuno che si fermava, di rado: chi ad ascoltare la mia voce tremula, chi a tentare di rapire un mio sguardo nascosto tra le rughe sperando di capire qualcosa di me o per attestare la verità nelle mie parole. Ancor meno erano quelli che si fermavano per leggere nel mio discorso affinità che facevano loro comodo. Ma c’era qualcuno che invece si fermava per sentire il mio vivere attraverso le mie frasi; qualcuno che, come me, aveva voglia di sentirsi parte del mondo. Discretamente.

Tenendo lo sguardo fisso di fronte a me, lasciavo scorrere le persone sotto i miei piedi, mentre parlavo di storie multicolori, ed osservavo con cupidigia il loro guscio. Nascosti sotto un doppio petto, pantaloni appena stirati e privi d’imperfezione se non quelle dovute alle pieghe che facevano per adattarsi al corpo, nascosti sotto bombette e cilindri c’erano le coscienze di persone “importanti”. Bastava guardarle da fuori per inquadrarli nella loro classe sociale. Passavano donne con sguardi persi tra i pensieri. «Anche oggi farò tardi. Devo correre a casa a preparare la cena, badare a mio figlio, sono da sola». «Non ne posso più di questa vita: correre, correre, sempre correre. Mai una mano amica ad aiutarmi». «Non sopporto di dover sempre rendere conto a mio padre di quello che faccio. Continuerò a dirgli bugie se lui continuerà a pretendere che io dipenda da lui». «Domani devo sostenere l’esame, poi finalmente potrò rilassarmi per un paio di settimane. Festeggiare. Ecco… voglio festeggiare».

Non c’era incrocio di sguardi che sfuggiva al mio setaccio, mentre predicavo.

    Associavo ad ogni volto un pensiero e ad ogni pensiero una storia, che poi sviluppavo e riproponevo al mio pubblico ogni volta che mi ergevo sopra di loro. Chissà cos’avranno pensato di quella figura che si stagliava di fronte alla solita quercia vicino al cimetiere du Père-Lachaise. Riproponevo i miei pensieri nati da racconti ed aneddoti che leggevo sulle giacche, sui cappelli, sulle scarpe, i volti, gli occhi di chi era passato davanti a me giorni prima, o anche settimane, mesi. Il mio predicare era un elargire le storie della gente, della stessa gente che mi passava davanti. Impiegavo il mio tempo a costruire trame, ad inventare sopra l’inventato. Magari a volte qualche intreccio era reale, o realistico. Magari talvolta l’intreccio corrispondeva con la realtà della stessa persona da cui avevo tratto l’ispirazione. Magari corrispondeva con la realtà di qualcun altro, che forse poteva stare a guardare e ad ascoltare me, proprio in quell’istante. Ciò che importava per me però era la logica nell’invenzione. Amavo creare aneddoti logicamente accettabili, talmente coerenti, pieni di particolari e al tempo stesso semplici, che sembravano veri anche a me stesso. E’ così che costruivo i miei legami con le persone. E’ così che stringevo loro la mano e conoscevo a fondo le loro vite. E’ così che ci diventavo amico. Più amico con loro che con questi tre sconosciuti che mi stanno ascoltando ora.

Fu lì che feci amicizia con lo sguardo di una donna. Una ragazza, per meglio dire. Avrà avuto al massimo 24 anni ed io ne avevo almeno cinquanta più di lei. C’era qualcosa nel suo star ferma ad ascoltare che non riuscii a comprendere la prima volta che la vidi. Infatti, a differenza degli altri che si fermavano ad ascoltare, lei era assente. Mi domandai il perché di quella sua assenza. Se aveva deciso di fermarsi a guardare, ad ascoltare, a riflettere davanti a quel vecchio, perché mostrava un distacco così forte dalla realtà? Ero lì davanti a lei, davanti a chi voleva distrarsi con le mie frasi, e loro davanti a me, lei davanti a me. Perché sedersi su quella panchina e guardare nel vuoto? Perché essere scenografia e non attrice insieme a me in quell’atto?

    Fin dal primo istante in cui la vidi, fui rapito dalla sua assenza. Avrei voluto ideare una storia di color blu partendo dalla sua sciarpa. Ad ogni vicenda che componevo nella mia testa davo un colore predominante. Era così che poi riuscivo a distinguerle. Ed il suo colore doveva essere il blu. Intenso come il cielo senza nuvole quando il sole è calato da almeno un’ora e profondo come l’acqua del mare che solcavo in barca al largo della costa Azzurra. Era la prima volta che associavo quel colore alla vita di qualcuno. E forse fu uno sbaglio perché sentivo di aver toccato sbadatamente le membra di qualcosa di impenetrabile. E non fui capace di pensare a nulla. Però parlavo di pensieri rosa e poi verde brillante, e poi nero focato. La mia inadeguatezza riusciva a nascondersi sotto al tremolio delle mie parole di anziano.

Terminai il mio sermone, scesi dalla sedia, la chiusi e me ne andai.

    Avevo un appuntamento con i miei amici una volta alla settimana, ma non avevo un giorno preciso per ritrovarmi con loro nei pressi del Père-Lachaise. Passarono giorni prima che rividi quella fanciulla. Era un giovedì pomeriggio nuvoloso; prima che il sole si nascondesse tra le nubi e tramontasse mi fermai sotto la quercia, in mezzo ad un pavimento di ghiande strappate dai rami e foglie cadute a caso sul sentiero. Dietro di me, oltre la quercia, c’era una ringhiera in ferro battuto, alta almeno due metri e mezzo che separava il parco da una piccola via residenziale, poco frequentata. Mentre mi stavo issando sopra la sedia, i miei occhi finirono proprio dietro a quella staccionata, incontrando l’incedere della fanciulla Blu. Non mi vide, o almeno credo che andò così, ed io proseguii con i miei lenti movimenti per sollevarmi di fronte al mio pubblico. Iniziai a parlare, col mio naturale sguardo nascosto tra le rughe e a narrare, predicare le mie invenzioni. Chissà se quel mio racconto arancione avrà colpito qualcuno? Davo per “colpito” chiunque si fermasse per poco più di un minuto di fronte a me. Non cercavo consolazione nella gente, e non cercavo approvazione né nel mio gesto di pubblicare verbalmente le mie storie, né nel farle piacere a qualcuno. Amavo avidamente l’idea di far sentire agli altri il moto dei miei pensieri, e a chi era più bravo di fargli sentire il moto dei miei istinti che creava le mie nuove realtà colorate. Mi bastava poco per sentirmi amico di qualcuno. Chi avesse provato a comprendermi, magari anche senza riuscire a farlo, avrebbe avuto la mia amicizia, sincera, senza nulla in cambio, ma soprattutto senza aver mai saputo nulla della mia amicizia.

Il sole si spense dietro ai palazzi ottocenteschi, lasciando ancora più spazio alle nuvole ora grigie e cariche di pioggia; il timido sole lasciò cadere a terra le mie ultime parole che si confusero con la pioggia che iniziava a cadere. Non era rimasto più nessuno ad ascoltarmi e non avevo più visto neanche la fanciulla Blu.

Lasciai il sentiero dopo aver ripreso la mia sedia, abbandonando alle mie spalle niente più che un posto vuoto e ormai completamente bagnato dalla pioggia. Io, mi sentivo come quel pavimento: vuoto e fradicio. Pensai che a differenza di quell’immobile pezzo di terra potevo sorridere, e proseguendo verso l’uscita del parco iniziai a ridere senza fermarmi, con lo sguardo acceso e fissando dritto a terra. Un passo dopo l’altro verso il cancello verde ramato. Avrei voluto fare un passo ancora, ma fui costretto a fermarmi vicino all’ultima panchina prima dell’uscita. Sempre con lo sguardo verso il basso mi sedetti.

    La pioggia copriva i rumori della strada. I rumori della strada coprivano il mio respiro che si fece più lieve e sempre meno comprensibile a qualsiasi orecchio. Mi volsi verso il lato vuoto della panchina, accorgendomi di non essere solo. La fanciulla Blu sedeva accanto a me, sguardo dritto perso nel nulla. Nessuna espressione sul suo volto, gocce che le pendevano dai lati più acuti del viso, attendevano pochi secondi e poi cadevano per lasciare spazio ad altre gocce, desiderose di sposare per indefiniti istanti quel viso etereo. Posai la mia testa sulla sua spalla sinistra e rimasi ad ascoltare il rumore della pioggia.

Si prese gioco del vuoto di fronte a lei, chiudendo gli occhi. Aprì leggermente le labbra come per sfiorare con un bacio l’aria sopra al mio orecchio e mi sussurrò parole al momento incomprensibili. Erano frasi a me conosciute, da sempre. Conosciute e mai comprese.

Chiusi gli occhi insieme a lei e quando capii il significato di quelle parole non sentii più la necessità di riaprirli.

Dilemma

Catlins Coast - New Zealand - December 27, 2012

Catlins Coast – New Zealand – December 27, 2012

Ci sono cose nella mia vita che ho lasciato, sposandone altre e poi accorgendomi di essere migliore in quelle nuove?
Me lo domando perché quando si vogliono operare delle scelte, quando si è sul punto di operare dei cambiamenti sul proprio modo di vivere, la cosa che continua a rimbalzare in mente è una: il futuro con un bel punto interrogativo subito dopo. Sarebbe cento volte più bello metterci un punto esclamativo. E invece io, per una volta indistinguibile dalla gente, lo vedo come una domanda. Come se esistesse una risposta. Come se esistessero veramente le domande. Ma cos’è una domanda? Causa, effetto. Metabolismo, duplicazione. La gallina e l’uovo. Il dilemma (proposizione doppia, dal greco, che non ho mai studiato ma che internet mi regala la conoscenza, aiutandomi a sedare la mia ossessione per l’etimologia).
Insomma la risposta alla domanda è già nascosta dentro la domanda. Se è possibile formulare una domanda, allora esisterà sempre una risposta. E questo, quando potrei sentirmi perso, mi aiuta a sentirmi tutelato da una coscienza sempre accesa, da una conoscenza globale. Il fatto che una domanda contenga sempre una risposta è la soluzione perfetta al dilemma della vita.
Quando ho smesso di studiare pianoforte ero bravo. Ero piccolo, gli ormoni giocavano brutti scherzi e ho abbandonato lo studio del piano per buttarmi sulla tastiera elettronica. Ho iniziato a suonare in un gruppo e ho proseguito suonando la tastiera, con quello sfondo di studi classici che mi hanno portato a comporre delle melodie rock con un sapore classico. Bello è stato il passaggio, un salto che ha migliorato la mia esperienza. La risposta alla domanda iniziale già era pronta. Ero comunque affascinato dagli strumenti a corda “visibile”, come la chitarra. Il pianoforte, al contrario, nasconde le corde, che ci sono, ma le utilizza per provocare delle vibrazioni con i martelletti collegati meccanicamente ai tasti. Il pianoforte è domanda e risposta, è ossimoro. Il pianoforte è la definizione esatta della vita. Peccato che non l’avessi capito quando ero troppo piccolo. Così, più tardi, ho scelto di imparare a suonare la chitarra. Ho lasciato un ambito di conoscenze per un altro. E così ho iniziato a strimpellare riff metal, tra un’equazione di secondo grado e l’altra. Era un bel periodo, il tempo sembrava infinito, così come le giornate; adesso sembrano scorrere così velocemente che mi sembra di essere lanciato dentro un buco gravitazionale. Tuttavia ho imparato molto mentre suonavo, soprattutto con l’aiuto degli studi di base di musica e solfeggio che avevo portato avanti da piccolo. Prima la chitarra classica, poi quella elettrica. E adesso mi ritrovo a comporre pezzi per chitarra nel mio attuale gruppo. E ho ripreso anche a suonare la tastiera. Ma tornando alla domanda: sono migliore nelle cose nuove? Praticamente è così.

Questo è l’inizio della scrittura di quel punto esclamativo che ho deciso di sostituire all’interrogativo alla fine del futuro.

Il muschio e la pietra

New Zealand's Woods

New Zealand’s Woods

L’odore dell’oceano si sente fino a qui.
Mi immagino i passi, gli stessi che ascolto mentre cammino. Non faccio altro da quando ho iniziato a respirare. A restare soli si ode l’eco dell’eternità; tale è il suono delle corde nascoste nei tronchi degli alberi. Ripetono le note, ognuno la propria: ad ogni soffio di vento i rami si piegano e spostano il peso facendo flettere il fusto, è così che cambiano i colori dei toni. Niente mi avvicina di più all’immortalità, della musica di questi legni vivi. Vi dico che preferisco ascoltare questa melodia, quest’ode al vento immortale; lo preferisco a poggiare le braccia su un oggetto silenzioso, anzi che urla il suo silenzio disperato.

Utile all’uomo: un tavolo, un mobile, una porta.

Ci ha fottuto Prometeo! «Ora uomo, ti dono la tecnica che ti renderà immortale!», ha commentato, mentre ci porgeva la mano. Non l’avremmo dovuta accettare; così facendo abbiamo deciso deliberatamente di rinunciare alla nostra felicità.
Talmente ovvia la ragione, adesso, per cui abbiamo bisogno della musica, di quella che creiamo con le nostre mani.
Io, tu, entrambi abbiamo perso il canto degli alberi e, con esso, l’eternità. Tanto facciamo adesso per recuperarla, ma sappiamo che serve soltanto ad alleviare il peso dell’esistenza.