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Monte Rosa

Ho toccato il cielo. Poi sono andato più su.
Le nuvole erano tutto. Ma perché le guardavo dall’alto. Così è stato, mentre il vento alzava palline di ghiaccio sotto al Monte Rosa e te le scagliava addosso senza pietà. Perché tu lassù non dovevi esserci. Quello non era luogo che ti appartenesse. E la montagna te lo palesa. Te lo dice. Anzi, te lo urla.
Lo fa con gli unici modi che conosce​: prima ti addolcisce l’esistenza con il canto morbido e nostalgico di alcuni uccelli di alta quota. Oppure lo fa mostrandoti l’arroganza degli stambecchi. Poi però più vai in alto, più ti avvicini alla cima e più ti scaraventa addosso elementi che amplificano la percezione e soprattutto che svelano le tue paure e che dopo averle scoperte, le attaccano.
Il vento è uno degli elementi che utilizza la montagna per metterti alla prova. Il vento, quello gelido, che corre sopra la tua coscienza e che la leviga, la mette a dura prova e la riduce a un infinitesimo. Il vento che trasporta granelli di ghiaccio e che rende te un granello e ti porta dove vuole lui.
In montagna si sta così: al limite dell’inesistenza. Sembra che sia proprio questo il modo per cogliere l’essenza delle cose, portarsi in uno stato in cui non si è in grado di toccare, di guardare, di sentire, ma al limite del non-toccare, non-guardare, non-sentire. Sì, perché tutte queste azioni scalfiscono l’essenza delle cose che dovrebbe essere preservata dall’osservazione. Qualunque nostra azione disturba l’esperienza, e la rende immediatamente “nostra”, puramente soggettiva.
In questo l’alta montagna è il posto migliore dove poter esperire il limite dell’esistenza. Perché è solo muovendosi sul limite, sulla cresta, che si può toccare senza toccare. Osservare senza osservare.
L’unico modo di sentire che ho conosciuto è essere dentro, lì dove le cose non fluiscono per colpa del tempo, ma si muovono perché prima di quello stato hanno avuto altri infiniti, infinitesimi, stati precedenti.
Ecco cos’è il vento, ecco cos’è il ghiaccio, ecco cos’è tutto.
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Silenziare

Bussana Vecchia

Bussana Vecchia

Sei capace di autoripararti dopo esserti fatto male?
Vorresti essere capace di ritornare al tuo stato iniziale, ma non ci riesci. E soprattutto ti chiedi: qual è il tuo stato iniziale?

Chissà se anche noi, come esseri umani, per come siamo fatti, siamo in grado di ritornare al nostro stato iniziale (sebbene prima dobbiamo definirlo) oppure ci comportiamo come un oggetto che sottoposto ad uno sforzo eccessivo (qui il nostro sforzo potrebbe essere spirituale) ci riporta non più ad uno stato iniziale, ma ad un nuovo stato (iniziale).

Non riesci a tornare al tuo stato iniziale, perché non puoi. Questo, probabilmente, è ciò che dovremmo imparare prima di forzare noi stessi ad essere il nostro passato. Dovremmo essere in grado di riconoscere lo “stato iniziale” come un evento, e, come tale, evitare di duplicarlo perché portatore di sforzi inutili. Dobbiamo imparare a scrivere i nostri nuovi stati iniziali perché è lì che torneremo dopo esserci fatti male (o dopo che qualcuno ce l’ha fatto).

Insomma una perturbazione ci ha allontanati dal nostro stato iniziale e noi vogliamo tornarci. Più questa è forte, più, probabilmente, ci costringerà ad un nuovo stato molto distante da quello precedente. Eppure, capire il meccanismo della nostra tendenza all’equilibrio è ciò che ci permette di vivere qualunque perturbazione come l’opportunità di imparare, crescere, in una parola: vivere.
Capire questo meccanismo ci permette di ricostruire noi stessi con la nostra sensibilità e ci evita lo spiacevole inconveniente di perdere la nostra umanità (state bene attenti a definirla bene l’umanità!).

Vorrei essere immerso in circostanze avverse. Vorrei nuotare in fauste circostanze. Vorrei mettermi alla prova e vedere, se, nonostante tutto, sono in grado di lasciarmi trasportare così bene dalle alterazioni per ridare il giusto slancio alla mia esistenza, raggiungendo equilibri migliori attraverso l’isteresi (o dovrei forse più propriamente parlare d’isterismo?).

Mi sento istintivo. Mi sento affettivo. Mi sento cognitivo.
Mi sento istintivo perché onnipotente. È perché sento che nessuna circostanza avversa riesce, nonostante tutto, a farmi cadere, e trovo sempre un nuovo slancio per raggiungere addirittura proiezioni di me stesso che non ho mai sperimentato.
Mi sento affettivo perché ho il senso dei valori. È la maturazione affettiva che mi fa sentire non il bersaglio della cattiva sorte ma il genio poietico della mia ombra.
Mi sento cognitivo perché sono cosciente delle mie capacità razionali. Nel momento in cui qualcosa di apparentemente irrazionale mi si prospetta, faccio diventare quel mostro, un peluche.

La vita ha un sinonimo che adesso non ricordo.