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Breizh – 15.08.2013

Stamattina: stanchezza e buon umore. Aria di cambiamento. Tutto vanificato in un momento, però. Mettere la mano nella tasca e scoprire. Scoprire nel senso di togliere un velo, una coperta da ciò che ho nascosto o sto nascondendo per preservarmi.

Tutto vanificato in un istante quando nella tasca trovo un indirizzo che mi ero segnato perché stavo in un posto lontano e poi, se mi fossi perso, come avrei fatto a ritrovare la strada di casa?

Penso che sia un peccato, perdersi, dopo essersi trovati in un mondo così grande, dopo ferite e tempi emotivi dilatati. Penso ancora che sia ingiusto. Spero solo che sia colpa del tempo; che l’ingiustizia provenga da lui, dannato! Se è colpa sua, forse, in un altro momento ti incontrerò e l’indirizzo che troverò dentro la tasca sarà lo stesso di casa mia.

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L’ordalia dell’affetto

Quale la competizione che dovette affrontare l’affetto?
Ma prima ancora della prova vera e propria, quale fu la sua colpa?

E’ la storia di un uomo sposato alla solitudine.
Nel corso della sua esistenza, immutabile nella condizione d’animo, aveva come unico scopo quello di provocare gli alberi senza farsi mai vedere. E lo faceva con tutti i mezzi a sua disposizione, lo faceva di notte: disturbando il vento, per farlo sferzare con violenza contro le loro foglie. Oppure tirandogli contro delle pietre; a volte la loro corteccia era così dura da farle rimbalzare. Altre volte invece quelle pietre erano aguzze e lasciavano dei segni sulla superficie. Non era soltanto capace di provocare, con tono di sfida, il legno in questo modo irreprensibilmente dedicato e costante lungo l’arco della sua vita, ma riusciva a rendersi addirittura amato dagli alberi quando lasciava spirare dolcemente il vento attraverso le foglie, donando loro una sensazione di sollievo. E a volte usava le pietre non già per colpirli malamente ma per scrivere sulla corteccia delle parole inventate seguendo il suo stato d’animo, o delle intere frasi. Tuttavia la sua costanza nel gioco della provocazione fu presto oggetto di osservazione da parte di una donna che viveva, al contrario di quell’essere solitario, continuamente in mezzo alle foreste e lo faceva di giorno. Da loro traeva ispirazione e, nonostante non avesse alcuna voglia di legarsi a quegli esseri che riteneva stupidi e privi di fascino, continuava a frequentarli perché erano l’unico modo che aveva per rendere atto il tradimento (che altrimenti non avrebbe mai potuto perpetrare), l’odio e l’amore.

Vivendo in realtà così differenti, in luoghi che temporalmente non si intersecavano, passarono innumerevoli anni prima che i due si incontrarono, inconsci entrambi della loro esistenza reciproca.

Accadde nel corso di una nottata, quando l’uomo stava incidendo su un albero una parola. Aveva iniziato con le prime lettere, ed in quel frangente il buio della notte era accecante. Mentre disegnava le lettere con la pietra, qualcuno da lontano lo stava spiando. Perché non era accaduto prima? Cos’era cambiato quella notte rispetto a tutte le altre? La donna si era svegliata nel sonno, cosa mai successa prima d’allora. Erano talmente complementari che ormai sembrava essere diventata una legge infrangibile quella di lasciare la notte alla solitudine ed il giorno alla compagnia. Tuttavia, schiava del sonno, ma non del tutto incosciente quella donna aveva aperto gli occhi e guardando tra i cespugli, al di là delle foglie aveva intravisto un’ombra intenta a fare qualcosa contro un albero.

Aperti gli occhi di nuovo, la donna si ricordò di aver sognato qualcosa. Non ebbe subito alla mente, distinto, quel ricordo, ma dopo essersi svegliata si rese conto della somiglianza di quell’immagine con quella della notte precedente. E allora, sollevato prima il busto e poi l’intero corpo sulle gambe, iniziò, passo dopo passo, ad incamminarsi verso quell’albero che la sera prima era stato preso di mira dall’ombra. Prese a girare attorno al fusto e trovò senza fatica delle lettere segnate con precisione e spasmodica cura sulla corteccia.
“Utopia” lesse senza capire. Passò tutto il giorno a pensare al significato di quelli che per lei erano soltanto segni, mentre era ritornata alle sue attività con gli alberi.

Al calar del sole, si diresse verso una spelonca ed ivi si addormentò.

Gli ultimi attimi di veglia prima di raggiungere il cosmo onirico della speranza, furono sereni. La donna non sapeva di essere donna così come non sapeva leggere. Era una cosciente incoscienza che la rendeva serena di fronte alle necessità della sua esistenza. Quella notte però era destinata a trascorrerla in compagnia.
L’uomo infatti aveva notato qualcosa e si era finalmente deciso a rincorrerla per capire chi si celasse sotto lo sguardo furtivo. Dopo aver vagato tra gli alberi trovò un corpo disteso, su un letto di morbido muschio verde. Succube del suo desiderio, si distese accanto a quel corpo e spontaneamente avvolse tra le braccia la donna. Sarebbe più opportuno precisare che tentò di avvolgerla, ma quella scomparì sotto il suo abbraccio. Così l’uomo rimase solo, steso a terra a stringere il vuoto.

Restò disteso per alcuni attimi e non appena si rialzò, quel corpo ricomparve. I capelli, sparsi e scompigliati, il volto contratto da una smorfia mista tra dolore e compiacimento, le labbra gonfie e viola. L’uomo restò a guardarla, poi si girò e riprese con passo esitante il suo girovagare tra gli alberi.

Venne di nuovo il giorno. Il muschio era fresco ed il sole rischiarava i fili di seta sui quali poggiavano le guance della donna. La donna sentiva qualcosa, aveva sentito qualcosa, ma non rifletteva sul “cosa”, piuttosto si sentiva persa nel “quando”. Si trovava immersa come ogni giorno tra animali, a camminare su un letto di foglie e sottobosco, rigettante odori liquidi. Il suo incedere aveva oggi, a differenza degli altri giorni, una finalità ben precisa.
I suoi piedi la spingevano verso una collina, dove gli alberi si facevano più radi e dove ne spiccava uno soltanto, alto e con rami e fronde spioventi quasi a voler chiudere le porte al sole e alle intemperie. Passo dopo passo, la donna raggiunse l’apice della collina e, dopo aver voltato lo sguardo verso il bosco in basso, si avvicinò a una pietra. Le girò intorno e trovò l’autore di quelle lettere a lei sconosciute, che riposava, chiusi gli occhi, sul prato appena verde.

La donna si inginocchiò, lo guardò e poi si stese al suo fianco. Chiuse l’uomo tra le sue braccia e lo fece con forza, quasi con avidità, ed infine chiuse gli occhi. Li riaprì soltanto per appurare che nel mezzo del suo abbraccio non c’era nulla.

Chiuse di nuovo gli occhi. Il vento spirando forte tra gli alberi compose il suono della parola “Utopia”.