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Monte Rosa

Ho toccato il cielo. Poi sono andato più su.
Le nuvole erano tutto. Ma perché le guardavo dall’alto. Così è stato, mentre il vento alzava palline di ghiaccio sotto al Monte Rosa e te le scagliava addosso senza pietà. Perché tu lassù non dovevi esserci. Quello non era luogo che ti appartenesse. E la montagna te lo palesa. Te lo dice. Anzi, te lo urla.
Lo fa con gli unici modi che conosce​: prima ti addolcisce l’esistenza con il canto morbido e nostalgico di alcuni uccelli di alta quota. Oppure lo fa mostrandoti l’arroganza degli stambecchi. Poi però più vai in alto, più ti avvicini alla cima e più ti scaraventa addosso elementi che amplificano la percezione e soprattutto che svelano le tue paure e che dopo averle scoperte, le attaccano.
Il vento è uno degli elementi che utilizza la montagna per metterti alla prova. Il vento, quello gelido, che corre sopra la tua coscienza e che la leviga, la mette a dura prova e la riduce a un infinitesimo. Il vento che trasporta granelli di ghiaccio e che rende te un granello e ti porta dove vuole lui.
In montagna si sta così: al limite dell’inesistenza. Sembra che sia proprio questo il modo per cogliere l’essenza delle cose, portarsi in uno stato in cui non si è in grado di toccare, di guardare, di sentire, ma al limite del non-toccare, non-guardare, non-sentire. Sì, perché tutte queste azioni scalfiscono l’essenza delle cose che dovrebbe essere preservata dall’osservazione. Qualunque nostra azione disturba l’esperienza, e la rende immediatamente “nostra”, puramente soggettiva.
In questo l’alta montagna è il posto migliore dove poter esperire il limite dell’esistenza. Perché è solo muovendosi sul limite, sulla cresta, che si può toccare senza toccare. Osservare senza osservare.
L’unico modo di sentire che ho conosciuto è essere dentro, lì dove le cose non fluiscono per colpa del tempo, ma si muovono perché prima di quello stato hanno avuto altri infiniti, infinitesimi, stati precedenti.
Ecco cos’è il vento, ecco cos’è il ghiaccio, ecco cos’è tutto.

Sula Bassana

Sula Bassana

Sula Bassana

La prima volta che vidi una sula bassana, mi trovavo in Scozia.
In effetti forse è stata anche l’ultima volta che ne ho viste. A catturare la mia attenzione, la sua armonia nonostante la sua stazza. Mi trovavo nei pressi di un faro, il vento sferzante al nord di Skye.

Osservai le evoluzioni a 40 o 50 metri di altezza sopra il livello del mare. Le guardai estasiato.
L’uccello marino porta dentro di sé malinconia e consapevolezza e le miscela sapientemente per creare il suo canto. Così, ogni volta che ascolto le loro voci posso iniziare una lotta interiore ed uscirne felicemente sconfitto.

Ero troppo lontano per udire il suo canto e quindi mi concentrai sul suo modo di volare, e rimasi stupefatto, più che dalle sue evoluzioni, da come si lanciava in picchiata per pescare.
In un primo momento si fermò in aria, poi, con prontezza cambiò l’equilibrio che la teneva orizzontale rispetto al pelo dell’acqua, per lasciarsi attrarre dalla Terra in una evoluzione verticale e giù a capofitto verso il mare.

La prima volta che la vidi scagliarsi con così tanta energia ed eleganza al tempo stesso, non potei credere che stava accadendo. Per fortuna ne vidi altre che prima volavano, poi si fermavano e poi si gettavano in picchiata per procurarsi il cibo.
Ad ogni tuffo fui in grado di percepire sempre più dettagli e rimasi così a fissarle per lunghi minuti che mi fecero dimenticare completamente della mia presenza in un luogo affascinante perché distante dall’uomo.

Poi lessi che la sula è un uccello migratore e che forma coppie fisse che, spesso, durano tutta la vita.