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Condivivere

Spagna (272).JPG

Cabo de Gata – Almería

 

I love to you is more unusual
than I love you,
but respects the two more:
I love to who you are,
to what you do,
without reducing you
to an object of my love.
Luce Irigaray

 

Ogni parola entra nella testa e diventa pensiero tra i pensieri.
Ieri, quando sono entrate tutte quelle parole, hanno accarezzato gli altri pensieri facendone una melodia, come un arpeggio dei Balmorhea. A tratti sento di aver perso, tra razionalità e sensibilità, l’aggancio. Io che sono stato prima di tutto empatia… o forse no? Nonostante io lo pensi, perché lo voglio, non è detto che lo sia.

Adeguo la mia attuale piattaforma emozionale a ciò che deve essere percepito e a ciò che deve e dovrà essere. Restando cosciente del tempo, mi proietto lì dove ho osato portarmi tempo fa dove lo spazio si fondeva in un unico abbraccio e dove il condividere diventava condivivere. Vere le mie supposizioni a riguardo dell’amore. More o lamponi? Poni questa domanda che è più giusta rispetto all’amore ché è solo il sapore o l’odore dell’amore quello che senti e non l’amore: quello lo sente soltanto chi muore col sorriso.

Risorge dalla luce con un tono meno brillante di prima, perché chi ama si consuma, perché chi ama è capace a vivere. Re del suo tempo e della Natura, ché la domanda alla quale sa già la risposta chi ama, è questa: “cos’è la vita?“.

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Monte Rosa

Ho toccato il cielo. Poi sono andato più su.
Le nuvole erano tutto. Ma perché le guardavo dall’alto. Così è stato, mentre il vento alzava palline di ghiaccio sotto al Monte Rosa e te le scagliava addosso senza pietà. Perché tu lassù non dovevi esserci. Quello non era luogo che ti appartenesse. E la montagna te lo palesa. Te lo dice. Anzi, te lo urla.
Lo fa con gli unici modi che conosce​: prima ti addolcisce l’esistenza con il canto morbido e nostalgico di alcuni uccelli di alta quota. Oppure lo fa mostrandoti l’arroganza degli stambecchi. Poi però più vai in alto, più ti avvicini alla cima e più ti scaraventa addosso elementi che amplificano la percezione e soprattutto che svelano le tue paure e che dopo averle scoperte, le attaccano.
Il vento è uno degli elementi che utilizza la montagna per metterti alla prova. Il vento, quello gelido, che corre sopra la tua coscienza e che la leviga, la mette a dura prova e la riduce a un infinitesimo. Il vento che trasporta granelli di ghiaccio e che rende te un granello e ti porta dove vuole lui.
In montagna si sta così: al limite dell’inesistenza. Sembra che sia proprio questo il modo per cogliere l’essenza delle cose, portarsi in uno stato in cui non si è in grado di toccare, di guardare, di sentire, ma al limite del non-toccare, non-guardare, non-sentire. Sì, perché tutte queste azioni scalfiscono l’essenza delle cose che dovrebbe essere preservata dall’osservazione. Qualunque nostra azione disturba l’esperienza, e la rende immediatamente “nostra”, puramente soggettiva.
In questo l’alta montagna è il posto migliore dove poter esperire il limite dell’esistenza. Perché è solo muovendosi sul limite, sulla cresta, che si può toccare senza toccare. Osservare senza osservare.
L’unico modo di sentire che ho conosciuto è essere dentro, lì dove le cose non fluiscono per colpa del tempo, ma si muovono perché prima di quello stato hanno avuto altri infiniti, infinitesimi, stati precedenti.
Ecco cos’è il vento, ecco cos’è il ghiaccio, ecco cos’è tutto.

Tempo.

VCT (106)

Foglia di loto

 

Il tempo non è.

Il mondo è tutto ciò che accade (grazie Witty) e per capirlo bisogna tornare ad essere minuscoli, inesistenti, e soprattutto ignoranti. Da lì si può riprendere a costruire un mondo più reale, meno soggettivo per poi capire che si fallirà comunque perché noi stessi siamo mondo. Come possiamo descrivere oggettivamente qualcosa di cui facciamo parte? E soprattutto come facciamo a descriverlo oggettivamente se nelle osservazioni che facciamo siamo noi stessi ad influenzare le “rilevazioni”?

E quindi il tempo non è che l’evidenza di una nostra carenza nel capire il mondo. Il tempo, come lo intendiamo noi, è il nostro modo di sopperire all’ignoranza e all’incompletezza della nostra percezione. Se fossimo in grado di conoscere completamente ed integralmente le relazioni che esistono tra tutte le cose, il concetto stesso di tempo perderebbe di significato. Il tempo è lo strumento che ci siamo creati per sopperire alla nostra miopia (o ‘sfocatura’ come direbbero Boltzmann o Rovelli). Il tempo è la lente della realtà.

Bertrand Russell lo aveva capito perfettamente e me l’aveva comunicato in una frase da cui, prima, ero affascinato e riuscivo a cogliere solo misticamente il senso, ma di cui ora ho più consapevolezza: “to realise the unimportance of time is the gate of wisdom“.

Fumatori fuori le porte dell’ospedale

Lo stalker, ma quello vero, non si preoccupa del momento siderurgico estremo. Piuttosto lascia la volpe a casa sul balcone.

Un edificio privo di balconi, alto 25 piani e senza finestre. Unico balcone e finestra: le mie.

Cerco il fulgore del mio ardore sulla montagna, avendo spostato il carico verso il flauto traverso. Quasi scrivo meglio ora che sono adulto, piuttosto che quando ero adolescente. Niente, niente, niente ha potuto il mio ossesso.

È brutto forte lo stesso, non trovi?

Posidonia

Contribuite, amic*, contribuite!

 

https://musicraiser.com/projects/7726-alternativa

Diario de Andalucía y Marruecos (1/4)

Alternarsi di forme e di colori; tutti insieme si mescolano in un movimento di corpi che ballano, sudano, vivono al caldo e bevono.
Bevono senza fermarsi come se non ci fosse necessità del domani ma come se l’unico passato e futuro che conoscono è quello che converge nel presente.
I corpi si contorcono, ballano, si muovono ancora e poi riposano fumando una sigaretta e lasciando salire il fumo verso l’alto dei palazzi stagliati contro il cielo cristallino, tanto che sembra evapori via dall’atmosfera.
I corpi ballano e si fermano, si dilatano, prendono la forma di altre forme, geometriche stavolta. Tolta la voglia di bere, il cielo rimane fedele alla sua promessa, quella che ha fatto al sole: “Non rimarrò a guardare in silenzio, ma ti permetterò comunque di trafiggere la terra!”

La cattedrale di Málaga vista dalla Alcazaba.

Le forme si stabilizzano e diventano ancora più geometrie statiche a cavallo di verdi forme di vita ondulanti sotto le leggere raffiche di una brezza marina.
Le forme continuano a mutare: coño, sembra che di fermo non ci sia proprio più nulla! Insomma, tutto si muove, è chiaro.
Rompo gli schemi mentali del mio essere un pezzo di penisola italica e con passo lesto, ancora incerto e alternante mi dirigo verso il centro di Málaga.
I pensieri si incartano tra di loro, svengono e poi rivengon su, trasportati da quella stessa brezza marina. Stavolta però colori estatici raggiungono il mio cervello e lo esaltano. E’ tramite gli occhi che avviene la trasformazione. E i miei adesso sono pieni di sudore, che le sopracciglia non riescono a trattenere. Cos’è quello che vedo? Per ora masse di persone, città in movimento, coordinato con tutto il resto che si muove. Sembrerebbe un flusso alcolico di gente che neanche la sobria ubriachezza di Bukowski riuscirebbe a descrivere, eppure sono tamburi che riecheggiano per le mura sparate in alto, cresciute dall’asfalto rovente. *BUM* *BUM* *BUM*
Basta coi colori se adesso i suoni prendono il sopravvento, mutando la meschinità del hic et nunc che prevale su qualsiasi pensiero.

Danze di uruguayani in centro a Málaga.

Lascia spazio all’esibizione di maschere Uruguayane. Lasciamo la terra conquistata e torniamo alle nostre origini portandoci dietro quel sapore tribale, crudo e duro sudamericano. Non serve lasciare agli altri lo spazio per passare, l’importante è interagire con l’ambiente e farne parte come se l’ambiente stesso fosse lì a muoversi scrollandosi di dosso le inerzie quotidiane. Non c’è gente che balla. Ci sono palazzi, pavimenti e pali della luce che danzano. Non sederi al vento, ma vetrine (quelle col vetro spesso) che prendono e si mettono in moto così sinuosamente che pare impossibile che possano essere mai state ferme. Passo oltre, doppio passo, un paio di sguardi. Il caldo, mi asciugo il sudore, mi metto a guardare il sole in cerca delle ore e poi svengo su una panchina mangiando una empanada e bevendo liquido refrigerante.
Prendo il tempo per una boccata d’aria (calda a 42 gradi) e mi muovo verso la macchina. Carico dentro tutto. Spalanco qualunque orifizio di quell’ammasso di ferraglia e poi mi ci butto dentro come se fossi una sardina.
Ma cosa ne so di come si sente una sardina dentro a una scatola?
Sicuramente peggio rispetto a quando è costretta a soffocare per mancanza d’acqua. Poi finisci in un bagno d’olio d’oliva, ma da un pezzo che hai cercato l’ultimo respiro d’acqua.
Quando mi muovo il vento mi passa tra i capelli, corti adesso. Vado verso le montagne.
Il caldo aumenta, poi diminuisce ad ogni km di strada in salita.
Ascolto musica elettronica indefinita. La salita costeggia una valle: succede spesso in montagna. Mentre mi perdo in elegubrazioni mentali poco definite ma ricorrenti, mi accorgo che al lato della strada ci sono un paio di persone che chiedono un passaggio.
Senza troppo pensarci mi fermo. Poi lascio andare la testa sul motivo della richiesta del loro passaggio, ma prima che possa rispondermi, ho già fatto la domanda a loro. Loro sono una coppia di mezza età, olandesi. Lui professore di storia, lei professoressa-di-non-so-cosa. Li porto con me perché devono andare dove devo andare io. Scendo dalla macchina, mi offrono da bere ed io offro loro il mio sapere. Passaggio + sapere = sapere + da-bere. Mi pare che alla fine anche facendo uso della matematica o della logica risulti evidente che ogni incontro tra persone sia uno scambio di sapere. Ci penso un attimo e sorrido tra me e me, felice. Magari ho sorriso anche a loro.

Il tetto della penisola iberica, da Trevélez sul sentiero de la Siete Lagunas.

Mi danno indicazioni su un percorso di montagna.

Non esito a segnare tutto e a convincermi che il tendine è a posto e che può farcela a salire e scendere, il tutto per 12 ore di fila. Non ho scarpe da montagna. Tuttavia sento che le scarpe da passeggio che indosso potrebbero dirmi addio proprio dopo quei momenti di ripide salite (nella migliore delle ipotesi).
Sveglia alle 4.30. Alle 5.15 sono in marcia: la ruta siete lagunas.
Sube, sube, sube! Acaba de subir! Sube, sube, sube!
Potrei andare avanti ore a scriverlo: ripetilo nella tua testa ed associa ad ogni parola un passo. Fallo per almeno tante mila volte ed ecco fatto, sei sulla punta a 2852m.
Fa freddo. Mangio velocemente un panino e mi butto a capofitto verso valle; devo raggiungere la costa entro sera. E poi svenire sul letto dopo aver guidato per 3 ore tra le curve e sotto al sole cocente (anche se sono le otto).
Scorre il dettaglio di montagne che si fanno da più brulle a più bruciate, senza passare per quel verde che regala la sobria umidità dell’ombra. L’oasi non è dove c’è acqua se non dove c’è ombra. E quando passano le chiazze di verde pungente pare di essere proprio di fronte a un’oasi. Ma non c’è bisogno di fingere che sarà così per sempre. L’armonico pendolare del giorno e della notte è lì davanti a me che mi suggerisce che qualcosa d’assoluto allora c’è. Non gli credo e gli dimostro che non è così con semplici giri di parole e un po’ di logica spicciola. Rimane silenzioso: chi tace acconsente, in molti dicono, credo a loro e resto fermo sulle mie convinzioni.
Ritorno alla vita con un balzo dopo 12 ore di sonno. Non ho mangiato nulla, ma non importa, tra un paio d’ore potrò fare colazione, lavarmi e poi andare a visitare la città (non importa l’ordine con il quale vengono eseguite queste azioni). Se invece importa essere nel centro della città con la pancia piena, lavato e profumato senza aver fatto svenire dalla puzza qualcuno a colazione perché anche stavolta ho fatto prima una cosa piuttosto che l’altra, allora sì, l’ordine conta e come.
Mi intrattengo tra le braccia di una calda e verdadera ciudad del sur, mentre bevo acqua a non finire. Mi arrampico sulla Alcazaba e osservo le prime architetture arabe che cadono su di me insieme a gocce di sudore. Mi prendo il tempo di parlare del potere confortante, mistico e magico di queste strutture per quando raggiungerò la perfetta sintesi di questo eterno gioco di marmi bianchi, di linee verticali, dai capitelli cubici intarsiati di iscrizioni (chissà poi cosa ci sarà scritto, ma sento che urlano quei capitelli!), di muqarnas. Ma non è il momento questo di svelare le alchemiche infusioni e gli arabi segreti dell’Andalucía…
Percorro stradine dentro la città per ritornare in ostello, di lì prendere la macchina e andare sul Mediterraneo: ho voglia di fare un bagno.

Il faro di Cabo de Gata visto dalla spiaggia.

Il Cabo de Gata è una riserva naturale che racchiude in sé: un deserto, miriadi di pesci multiforma e colore, un faro, kilometri e kilometri di spiagge. In più a tratti sembra di stare in Arizona. Non male per essere in Spagna!

Corro veloce per le strade che si inerpicano sinuose tra le montagne a picco sul mare. Montagne roventi, senza alcuna pianta. Tanta la voglia di tuffarmi, ma ci sono quasi. La strada si stringe e mi lascia solo in mezzo ad una unica corsia, la macchina si stringe insieme a me per evitare di cadere e di non scontrarsi con le altre auto. Poi a picco, un dosso e sono sotto il faro.
Stendo l’asciugamano, sono sulla spiaggia, bevo acqua, leggo. Il sole cuoce velocemente e a puntino: la carne (di seitan) la voglio al sangue, grazie!
Il cameriere mi porta una tapas ed accompagnandoci una cerveza fermo la fame.
Ma non mi trovo più sul mare.
Ho viaggiato con ancora iniettato nelle narici, il ricordo dell’odore della salsedine e negli occhi una luce brillante che, col calar del sole, si spegneva lievemente dietro la costa oltre Almería. Sembrava di vedere il moto rallentato di un fiammifero gettato dall’alto di una sigaretta verso il suolo: traiettoria riempita di luce, per poi spegnersi sulla terra ustionata.
Nata da un momento di poca lucidità l’idea di muoversi quindi, ma necessaria per ripulire, aprire, rivoltare, dare il bianco e richiudere. Poi riaprire di nuovo con l’idea di scrostare via il bianco e lasciare il colore naturale. Ma stavolta lo si guarda con occhi che non vedono il nero, ma che trasformano le lunghezze d’onda della luce a loro piacimento, sconvolgendo la sintesi del mondo, rendendo antitetico persino il pensiero prodotto nel momento stesso in cui sembra che sia stato partorito. E invece diventa chiaro e poi lurido, sporco e poi di nuovo luccicante e pulito. A volte ci vomito sopra, altre volte invece lo prendo e lo stringo forte a me. Se si fa una media è perfettamente stabile, come guardare il mare dal satellite, sembra tutto piatto ma più ti avvicini e più ti accorgi delle onde grandi, piccole e persino delle increspature dell’acqua.
C’è bisogno di arrivare a guardare, assaporare il centro afoso dell’Andalucía.

El barrio de Santa Cruz de Sevilla.

Il termometro sale, sotto il sole, mi sento sotto sale di nuovo come un pesce morto. Sarà il caldo, l’afa, l’aria di un asciugacapelli, il poco sonno, ma questi occhi lo vedono il caldo.
C’è un ingresso in mezzo al deserto della città di Siviglia che sembra infinito. Non ci sono lati definiti, ma soltanto fessure che si aprono e si chiudono sulla città come fossero passaggi segreti. E poi uno squarcio scuro sulla tela, che visto dall’alto sembra un fiume, ma da vicino è più un’arteria che porta sangue ossigenato al cuore della città. Un quadro di Fontana che si apre al pubblico sulle sue rive e che si porta via con sé spettatori non paganti, ballerini improvvisati, artisti di strada e gente di strada, amanti di un giorno, persone eleganti, distinte, sportive…
Ci sono squarci anche sui muri, gettano bidoni pieni di colore, li scagliano con forza contro il muro e lì cresce una porta, una finestra, delle persiane, sbocciano dei fiori che trasformano l’esterno in interno e viceversa.