Fabbrica

Perché faccio poche domande?
Faccio davvero poche domande?
Faccio poche domande agli altri, ma a me, ne faccio abbastanza?
Perché?

01.05.2011 - Vicino al Frejus

01.05.2011 – Vicino al Frejus

Mi piace quello che faccio?
Ti piace quello che faccio?
Perché ti piace? Perché lo faccio?

Tutto eccessivamente strutturato.

Ho avuto la conferma: se sono annoiato, il tempo passa troppo lentamente.
Non porto un orologio.
Dove va a finire il tempo quando passa in fretta?
So dove inizia perché è il punto dove mi trovo anch’io, nel momento in cui non ci sono ancora.

La fede nella tecnologia

Debolezza umana ed incompletezza: spingere gli umani a costruirsi delle maschere e a diventare persone.

Finalmente la maschera è stata tagliata su misura per loro, per noi, anche per me. E adesso possiamo andare a camminare in mezzo alla folla; anche io posso finalmente essere social. Posso essere come voi, e perdermi in voi. Ho imparato a rendere la mia maschera più opaca possibile e adesso non restano che poche aree ancora trasparenti, ma imparerò ad opacizzare anche quelle. La mia maschera però cambia, e le aree di trasparenza evolvono e si spostano, lasciando visibili spazi spirituali sempre differenti. La mia maschera, così come le vostre, è la religione. Perché religione è figlia di religare che significa «legare». Il legame al quale ci si riferisce è quello relativo al valore vincolante degli obblighi e dei divieti (sacrali e non). La religione fa sparire dagli individui, i propri volti e li aiuta, proteggendoli con una patina forte, inequivocabile, (per alcuni) irraggiungibile, inconfutabile: la fede. La fede religiosa è inattaccabile, indistruttibile, sia che si tratti di fede religiosa teologica, sia che si tratti di fede religiosa laica.

Lhasa - Tibet - 02.08.2009

Lhasa – Tibet – 02.08.2009

Trascurando per un attimo la religione teologica, cosa, nel ventunesimo secolo, sta minando il suo monopolio delle anime?

L’occidentale ha scelto una fede asettica e priva di miti: la tecnologia.

La tecnologia è molto più comoda della religione, per dirne una, cristiana. Non c’è il bisogno teleologico della concezione filosofica cristiana, basta l’immediatezza e l’onnipotenza che il nostro “scorrere un dito contro un freddo pezzo di vetro” genera in noi permettendoci di vedere a distanza di kilometri, anni luce addirittura e di avere tutti i nostri affetti su una mano. A che serve a questo punto pregare un Dio per essere salvati, quando in realtà ormai Dio ce l’abbiamo tra le nostre mani? Il buon cristiano, per unirsi al proprio Dio, si reca a messa, congiunge le mani e si rivolge a Lui per esporre la propria anima al Suo giudizio e per chiederGli la salvezza e la via. Il buon cristiano riempie l’incertezza del futuro e soprattutto la paura, con Dio.

5000m plateau - Tibet - 02.08.2009

5000m plateau – Tibet – 02.08.2009

Ma come l’homo technologicus si rapporta e si confronta col futuro e con l’incertezza che, da esso, si dirama?

Nel ventunesimo secolo Dio deve essere a portata di mano.
Ogni promessa che l’occidentale fa a Dio deve essere dimenticabile nell’arco di 24 ore. Ogni azione che il suo Dio vede, deve essere dimenticata entro 24 ore. Dio deve salvare adesso, non quando sarò morto. Dio deve essere piacere immediato e fruibile, non privazione del piacere. Dio deve rendermi onnipotente, se mi ama veramente, e non lasciarmi a un gradino sotto di Lui.

Per questo motivo, nel 2016, non posso permettermi di scegliere un Dio di questo tipo, che mi promette la salvezza quando io, ormai, non sarò più in vita, oppure un Dio che si ricorderà di qualunque mia azione per sempre (anche se mi permetterà di rimediare a quelle azioni che considera sbagliate, ma non troppo).

Il mondo è tutto ciò che accade.
È vero da quando esiste lo spazio ed il tempo. Ma è la percezione dello spazio e del tempo che ne modifica il significato. E questo periodo storico è quello in cui sono cambiati i mezzi per valorizzare la propria vita, rispetto a quelli classici legati alla religione. Ora abbiamo la possibilità di espandere la nostra vita a dismisura; dunque, a cosa ci serve Dio?

Che questo Dio sia quello cristiano o musulmano, o che sia il Dio tecnologico, è comunque qualcosa che abbiamo creato e generato noi stessi per avere gli strumenti atti a contrastare le nostre paure che ci vengono dall’ignoto, dallo sconosciuto, dall’irrazionale e da ciò che in generale non è prevedibile.

Perché invece di costruirci questi strumenti, utili sicuramente per il nostro svago e divertimento, non riconosciamo il volto di questa paura e, finalmente, la affrontiamo?

Geolocalizzazione mistica

Phake Plastic

Tu, o caro Timoteo, con un esercizio attentissimo nei riguardi delle contemplazioni mistiche, abbandona i sensi e le operazioni intellettuali, tutte le cose sensibili e intelligibili, tutte le cose che non sono e quelle che sono; e in piena ignoranza protenditi, per quanto è possibile, verso l’unione con colui che supera ogni essere e conoscenza. Infatti, mediante questa tensione irrefrenabile e assolutamente sciolto da te stesso e da tutte le cose, togliendo di mezzo tutto e liberato da tutto, potrai essere elevato verso il raggio soprasostanziale della divina tenebra.
Dionigi l’Areopagita – Teologia mistica

Me in Breizh Me in Breizh

Ho letto un articolo di Ludovica Pellizzetti. Ho segnato diverse frasi e citazioni che mi hanno fatto riflettere, dandomi anche qualche strumento in più per capire lo spaesamento che mi capita di provare in momenti apparentemente casuali. Con “qualche strumento” intendo un oggetto di rilevanza psicologica che nel mio caso rappresenta e…

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Resilienza

Dammi un colpo. Resisto.
Desisto dalla mia attività di salvatore delle anime dannate perché deboli. Discepoli vorremmo essere nati, non tutti gli umani però. Ero convinto di questo fino a poco fa, ma poi mi sono concesso il beneficio del dubbio e ho capito che è sì, possibile estrarre l’anima anche al più nero assassino, ma è più difficile cambiare un’idea.

Amantaní - Novembre 2011

Amantaní – Novembre 2011

A questo punto ho capito che la strada intrapresa era quella giusta. Tanto vale continuarla a percorrere, no? No. Non è così che penso a me stesso, una delle poche volte che lo faccio. Io, parola che non echeggia attorno a me anche se il mio io c’è e si sente. Te, è più importante di me, in questa inutile orgia di rispetto. E t’ho fatto un dispetto stavolta, a te? A me stesso? Soltanto il tempo che lascia evaporare tutta l’acqua diluita con acerbi segreti, lasciandoli evidenti lì in fondo alla vasca dell’anima. Avevo bisogno solo del tempo per lasciar evaporare tutto e guardare a fondo, senza il dubbio dei riflessi. Sì, ma stavolta mi è bastato percepirlo il fondo, senza toccarlo con le mani. Il solo osservarlo mi ha trasferito in baratro ancora più grande, fatto di lacrime di disperazione. Ne riconosco il fallimento, se mi guardo allo specchio. Io che volevo amare, non amo più e sono amato. A torte in faccia dovrei prenderti, anzi… prendermi! E mi struggo per ciò che invece è rimasto nella vasca che avrei pulito volentieri se le pareti non fossero state così ricoperte di menzogna. Gogna, alla quale sono esposto di fronte ad un pubblico pagante fatto di un numero incommensurabile di me stessi. Tessi una trama molto fitta per cullare la bellezza e la dannata sua giovinezza, ci misi tutto il mio cuore dimenticando delle ferite che portava seco. E così torno a sanguinare piacevolmente da una ferita già aperta, conscio del fatto che ho perso, che, stavolta, non ho salvato né redento proprio nessuno. Non vedo a cosa sono attaccate le mie mani, forse collegate ad una rete ancora più fitta di quella che ho già tessuto, di colpe.

Perché non si è sublimata? Tanta la differenza tra l’essere sublimato ed il non esserlo! Lo sento che è troppa, esageratamente forte e sprezzante di qualsiasi sincero sentimento umano.

Non capisco dove sei, sublimata bellezza di donna, no. Non voglio neanche più saperlo, stavolta.

Halcyon

Where is my mind?

Nullo futuro

 d^2 = - c^2(t-t')^2 +(x-x')^2 + (y-y')^2 + (z-z')^2

Mi è chiaro che lo scorrere del tempo imponga che l’intervallo tra due eventi sia minore di zero, ma io avrei bisogno di raggiungere l’altrove assoluto, e questo mi riesce male e solo nella mente.

Non mi resta che aspirare al nullo futuro.

Cadmo e Armonia

Cadmo e Armonia

Cadmo e Armonia

Quando ero piccolo tentavo di parlare. Cercavo di farlo utilizzando gli unici strumenti che mi avevano regalato i miei genitori: i gesti col mio corpo e i suoni semplici che potevo emettere con la bocca.

Ansimare mentre si fa l’amore è ritornare a quando si era bambini. In quel momento in cui si pronunciano vocali e si emettono suoni perché sono le uniche cose che si possono dire con una voce che ancora non è stata addestrata a trasmettere pensieri codificati secondo una lingua. In un certo senso, da bambini, è come se si avesse una voglia irrefrenabile di esprimersi ma non si hanno le parole per farlo. Poi da adulti troviamo il linguaggio per accordarci col mondo. Eppure in tutta una vita non troveremo mai le parole da dire per sostituirle all’ansimare mentre si fa l’amore. Visto da fuori mi sento estremamente stupido eppure estremamente sincero con me stesso; vorrei dire qualcosa che ancora non conosco e che non riesco ad esprimere. Non troverò mai le parole per farlo, ne sono cosciente, ed è per questo che non posso evitare di amare nonostante le ripetute coltellate sul cuore e la patina di paura che ne rende il colore più nero che rosso.

Penso che ogni senso sia ricorsivamente armonizzato nell’amore.

Guardare te è bello perché vedo in te la felicità che provi nel guardare me.
Sentire il tuo odore mi provoca una meravigliosa sensazione perché nel tuo odore sento la reazione ormonale del tuo corpo al mio odore.
Ascoltare la tua voce mi dà felicità perché nelle tue parole odo il piacere che provi nel sentire la mia voce.
Nel baciarti sento il sapore del tuo corpo, quello che produci grazie al piacere che provi baciando me.
Toccare il tuo corpo è gioia pura perché nell’accarezzarti sento la reazione della tua pelle, quella provocata perché io la sto toccando.

Ci sono cose di cui devo ringraziarti. Non perché me le hai dette te. Non perché le hai pensate. E nemmeno perché mi hai chiesto: “che cosa ne pensi?”
Non so perché ti ringrazio, ma lo faccio perché eri lì nel momento in cui le ho pensate.