Nullo futuro

 d^2 = - c^2(t-t')^2 +(x-x')^2 + (y-y')^2 + (z-z')^2

Mi è chiaro che lo scorrere del tempo imponga che l’intervallo tra due eventi sia minore di zero, ma io avrei bisogno di raggiungere l’altrove assoluto, e questo mi riesce male e solo nella mente.

Non mi resta che aspirare al nullo futuro.

Cadmo e Armonia

Cadmo e Armonia

Cadmo e Armonia

Quando ero piccolo tentavo di parlare. Cercavo di farlo utilizzando gli unici strumenti che mi avevano regalato i miei genitori: i gesti col mio corpo e i suoni semplici che potevo emettere con la bocca.

Ansimare mentre si fa l’amore è ritornare a quando si era bambini. In quel momento in cui si pronunciano vocali e si emettono suoni perché sono le uniche cose che si possono dire con una voce che ancora non è stata addestrata a trasmettere pensieri codificati secondo una lingua. In un certo senso, da bambini, è come se si avesse una voglia irrefrenabile di esprimersi ma non si hanno le parole per farlo. Poi da adulti troviamo il linguaggio per accordarci col mondo. Eppure in tutta una vita non troveremo mai le parole da dire per sostituirle all’ansimare mentre si fa l’amore. Visto da fuori mi sento estremamente stupido eppure estremamente sincero con me stesso; vorrei dire qualcosa che ancora non conosco e che non riesco ad esprimere. Non troverò mai le parole per farlo, ne sono cosciente, ed è per questo che non posso evitare di amare nonostante le ripetute coltellate sul cuore e la patina di paura che ne rende il colore più nero che rosso.

Penso che ogni senso sia ricorsivamente armonizzato nell’amore.

Guardare te è bello perché vedo in te la felicità che provi nel guardare me.
Sentire il tuo odore mi provoca una meravigliosa sensazione perché nel tuo odore sento la reazione ormonale del tuo corpo al mio odore.
Ascoltare la tua voce mi dà felicità perché nelle tue parole odo il piacere che provi nel sentire la mia voce.
Nel baciarti sento il sapore del tuo corpo, quello che produci grazie al piacere che provi baciando me.
Toccare il tuo corpo è gioia pura perché nell’accarezzarti sento la reazione della tua pelle, quella provocata perché io la sto toccando.

Ci sono cose di cui devo ringraziarti. Non perché me le hai dette te. Non perché le hai pensate. E nemmeno perché mi hai chiesto: “che cosa ne pensi?”
Non so perché ti ringrazio, ma lo faccio perché eri lì nel momento in cui le ho pensate.

I sentieri verso casa

Ci sono strade che vedi chiare di fronte a te, ma che non riesci a percorrere.
Ci sono sentieri che preferisci percorrere restando nascosto ai bordi della strada perché ogni passo risulta più complicato del precedente (preferibile se ai bordi ci sono degli alberi, una folta vegetazione, così da potercisi nascondere meglio).
Speri che quegli alberi ti nascondano ma non del tutto.
Perché a volte è necessario che chi percorre il sentiero che tu non vuoi esplorare ti veda o, meglio, ti senta.
È importante farsi sentire.

Alcune cose non riesco a comunicarle verbalmente e le devo scrivere. Come faccio a dire al mio amico che provo compassione (nel senso etimologicamente più prossimo) per la perdita di qualcuno di importante, fondamentale nella sua vita? Come faccio a dirgli che ci penso, con una certa frequenza?
Perché lo penso con quella e non con una frequenza differente credo che sia dovuto a quello che provo quando indago nei suoi occhi. A causa di quell’indagine rimango scosso, perché mi ritrovo all’intersezione tra il sentire/non-sentire e il capire/non-capire. Sono all’incrocio tra la razionalità e l’irrazionalità, fermo al centro. Ciò che meglio percepisco è l’inadeguatezza della mia posizione e anche la sensazione in potenza di quella perdita proiettata sulla mia esperienza.

(S)fortuna che William Patrick Corgan abbia sperimentato sulla sua corteccia quel dolore e l’abbia tradotto in versi. Ed è grazie a lui che percepisco una nuova dimensione sulla quale mi muovo per non essere succube, quasi affascinato da quel dolore.

Ogni volta che corro
Ogni volta che corro verso di te, ormai perduta
Non ti raggiungo mai
Rimango appeso

Il passato giusto mi ha permesso di esistere
e ritorna come in un sogno
in frantumi come una speranza

Se devi andare non dire addio
Se devi andare non piangere
Se devi andare sopravviverò
e un giorno ti seguirò e ci vedremo dall’altra parte

Ma per la grazia dell’amore
mi piacerebbe conoscere il senso del cielo da lassù

La tua foto nel momento sbagliato
ha portato dolore nei miei ricordi
come fossero ombre tenute in vita

Se devi andare non dire addio
Se devi andare non piangere
Se devi andare sopravviverò
ti seguirò e ci vedremo dall’altra parte

Ma per la grazia dell’amore
mi piacerebbe conoscere il senso del cielo da lassù

Siamo nati giovani e forti
ora siamo esseri più che lacerati
in lutto sulla nostra strada di casa

Aver sapore

Ho individuato il mio limite.
Non posso vivere senza sapere.
(e più conosco, più sono solo)

Micromachines

Guardando la Terra dall’alto ci si accorge di quanto l’intervento dell’uomo sia da un lato invasivo e dall’altro ad un livello di sviluppo inevitabilmente avanzato.

Il suolo sembra più tessellato come la texture di un tessuto che lasciato alla irrazionale coerenza degli effetti naturali degli agenti atmosferici e della terra. Lì dove l’uomo non arriva (solo perché non ha interesse a volerci arrivare) si riconosce il vero spirito della natura. È lì che riconosco la mia stessa essenza: guardando una montagna erosa dal vento e levigata dal ciclico gelarsi e sciogliersi dell’acqua.
Oppure in uno specchio d’acqua, che visto dall’alto sembra essere impossibile da toccare, impossibile da deturpare. Eppure, sappiamo fare anche quello. Siamo anche in grado di dare una fine a quello che dall’alto non si vede, i paesaggi sommersi. Siamo dei veri professionisti nell’arte della distruzione.

Ciò che mi conforta è il pensiero che per quanto tentiamo di distruggere, non raggiungeremo mai la fine della Natura prima di aver visto la nostra stessa fine. Eppure la distruzione, vista da una prospettiva teleologica e guardata dall’infinito, è accettabile; nonostante l’uomo si ostini a guardare con disprezzo ad un atto che fa parte dei moti possibili della sua anima.

Try, try, try

Me @ Bonifacio

Me @ Bonifacio

Prova ancora. E fallo finché non vedi che le ferite si rimarginano soltanto perché esce il sangue. Il sangue esce da dove scorre, nascosto.

La parola sangue genera un discreto senso di irrequietezza, lasciando le persone in uno stato inquieto; alcuni somatizzano talmente tanto da svenire. Eppure lui scorre, nascosto e quando esce fa tutto il possibile per contenere la sua fuoriuscita. Preserva la vita.

Io il sangue lo voglio vedere. Voglio assistere alla rimarginazione di una ferita, ennesima. Voglio fare delle mie ferite uno storico dell’esperienza; rappresentano ciò che è stato, confermano ciò che è, pongono le basi per ciò che sarà. Dovrei osservare le mie cicatrici imponendomi un processo ermeneutico. Sarei sempre soggettivamente indaffarato a discorrere su me stesso, ma stavolta potrei affrontarmi da un altro punto di vista.

Ho bisogno di pormi domande, di tutti i tipi, scomode. Ho bisogno di mettermi in difficoltà. Vorrei essere messo costantemente in difficoltà e non a mio agio, perché solo così potrei raggiungere la felicità armonizzata con la quotidianità.

Più che provare, desidero sbagliare.

La ferita di oggi: dimenticare la ferita di ieri e credere che l’altro-al-di-fuori-da-me possa essere cambiato. Credere, sperarci e poi riaprire la stessa ferita che, adesso, sanguina ancora più di prima.

Ci sono riuscito non perché ci abbia provato, ma perché ho sbagliato.
Per questo, oggi, mi sento Uomo.

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