Las Vegan

A volte bisogna osare, bisogna essere altro da ciò che ti vogliono.

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Senza titolo

Normandia - 27.04.2011

Normandia – 27.04.2011

« La musica è il calice che contiene il vino del silenzio.

Il suono è quel calice, ma vuoto. Il rumore è quel calice, ma rotto. »

Robert Fripp

Blu

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New Zealand

    Predicavo per le strade senza accorgermi che le persone mi passavano intorno, mi sfioravano, guardavano senza necessità di essere ricambiate. Era un qualsiasi giorno di un mese freddo, era quando l’inverno lasciava spazio alla primavera. Ed io predicavo proprio contro quel volgere dall’immobile al dinamico; me ne stavo sempre in quell’angolo del parco. Arrivavo con la mia sedia, mi coprivo il collo quando tirava il vento e poi ci salivo sopra, iniziando a dispensare pensieri. C’era chi passava davanti senza capire: non c’era un cappello dove mettere denari, non c’era una scatola dove lasciare qualche moneta. C’era un vecchio ed una voce. C’era la sedia, sotto al vecchio. Chissà quanti avranno pensato che fossi matto, prima ancora di capire quello che stavo dicendo. Prima ancora di udire ciò che avevo da dire. Io predicatore subissato dai pregiudizi. Ma c’era qualcuno che si fermava, di rado: chi ad ascoltare la mia voce tremula, chi a tentare di rapire un mio sguardo nascosto tra le rughe sperando di capire qualcosa di me o per attestare la verità nelle mie parole. Ancor meno erano quelli che si fermavano per leggere nel mio discorso affinità che facevano loro comodo. Ma c’era qualcuno che invece si fermava per sentire il mio vivere attraverso le mie frasi; qualcuno che, come me, aveva voglia di sentirsi parte del mondo. Discretamente.

Tenendo lo sguardo fisso di fronte a me, lasciavo scorrere le persone sotto i miei piedi, mentre parlavo di storie multicolori, ed osservavo con cupidigia il loro guscio. Nascosti sotto un doppio petto, pantaloni appena stirati e privi d’imperfezione se non quelle dovute alle pieghe che facevano per adattarsi al corpo, nascosti sotto bombette e cilindri c’erano le coscienze di persone “importanti”. Bastava guardarle da fuori per inquadrarli nella loro classe sociale. Passavano donne con sguardi persi tra i pensieri. «Anche oggi farò tardi. Devo correre a casa a preparare la cena, badare a mio figlio, sono da sola». «Non ne posso più di questa vita: correre, correre, sempre correre. Mai una mano amica ad aiutarmi». «Non sopporto di dover sempre rendere conto a mio padre di quello che faccio. Continuerò a dirgli bugie se lui continuerà a pretendere che io dipenda da lui». «Domani devo sostenere l’esame, poi finalmente potrò rilassarmi per un paio di settimane. Festeggiare. Ecco… voglio festeggiare».

Non c’era incrocio di sguardi che sfuggiva al mio setaccio, mentre predicavo.

    Associavo ad ogni volto un pensiero e ad ogni pensiero una storia, che poi sviluppavo e riproponevo al mio pubblico ogni volta che mi ergevo sopra di loro. Chissà cos’avranno pensato di quella figura che si stagliava di fronte alla solita quercia vicino al cimetiere du Père-Lachaise. Riproponevo i miei pensieri nati da racconti ed aneddoti che leggevo sulle giacche, sui cappelli, sulle scarpe, i volti, gli occhi di chi era passato davanti a me giorni prima, o anche settimane, mesi. Il mio predicare era un elargire le storie della gente, della stessa gente che mi passava davanti. Impiegavo il mio tempo a costruire trame, ad inventare sopra l’inventato. Magari a volte qualche intreccio era reale, o realistico. Magari talvolta l’intreccio corrispondeva con la realtà della stessa persona da cui avevo tratto l’ispirazione. Magari corrispondeva con la realtà di qualcun altro, che forse poteva stare a guardare e ad ascoltare me, proprio in quell’istante. Ciò che importava per me però era la logica nell’invenzione. Amavo creare aneddoti logicamente accettabili, talmente coerenti, pieni di particolari e al tempo stesso semplici, che sembravano veri anche a me stesso. E’ così che costruivo i miei legami con le persone. E’ così che stringevo loro la mano e conoscevo a fondo le loro vite. E’ così che ci diventavo amico. Più amico con loro che con questi tre sconosciuti che mi stanno ascoltando ora.

Fu lì che feci amicizia con lo sguardo di una donna. Una ragazza, per meglio dire. Avrà avuto al massimo 24 anni ed io ne avevo almeno cinquanta più di lei. C’era qualcosa nel suo star ferma ad ascoltare che non riuscii a comprendere la prima volta che la vidi. Infatti, a differenza degli altri che si fermavano ad ascoltare, lei era assente. Mi domandai il perché di quella sua assenza. Se aveva deciso di fermarsi a guardare, ad ascoltare, a riflettere davanti a quel vecchio, perché mostrava un distacco così forte dalla realtà? Ero lì davanti a lei, davanti a chi voleva distrarsi con le mie frasi, e loro davanti a me, lei davanti a me. Perché sedersi su quella panchina e guardare nel vuoto? Perché essere scenografia e non attrice insieme a me in quell’atto?

    Fin dal primo istante in cui la vidi, fui rapito dalla sua assenza. Avrei voluto ideare una storia di color blu partendo dalla sua sciarpa. Ad ogni vicenda che componevo nella mia testa davo un colore predominante. Era così che poi riuscivo a distinguerle. Ed il suo colore doveva essere il blu. Intenso come il cielo senza nuvole quando il sole è calato da almeno un’ora e profondo come l’acqua del mare che solcavo in barca al largo della costa Azzurra. Era la prima volta che associavo quel colore alla vita di qualcuno. E forse fu uno sbaglio perché sentivo di aver toccato sbadatamente le membra di qualcosa di impenetrabile. E non fui capace di pensare a nulla. Però parlavo di pensieri rosa e poi verde brillante, e poi nero focato. La mia inadeguatezza riusciva a nascondersi sotto al tremolio delle mie parole di anziano.

Terminai il mio sermone, scesi dalla sedia, la chiusi e me ne andai.

    Avevo un appuntamento con i miei amici una volta alla settimana, ma non avevo un giorno preciso per ritrovarmi con loro nei pressi del Père-Lachaise. Passarono giorni prima che rividi quella fanciulla. Era un giovedì pomeriggio nuvoloso; prima che il sole si nascondesse tra le nubi e tramontasse mi fermai sotto la quercia, in mezzo ad un pavimento di ghiande strappate dai rami e foglie cadute a caso sul sentiero. Dietro di me, oltre la quercia, c’era una ringhiera in ferro battuto, alta almeno due metri e mezzo che separava il parco da una piccola via residenziale, poco frequentata. Mentre mi stavo issando sopra la sedia, i miei occhi finirono proprio dietro a quella staccionata, incontrando l’incedere della fanciulla Blu. Non mi vide, o almeno credo che andò così, ed io proseguii con i miei lenti movimenti per sollevarmi di fronte al mio pubblico. Iniziai a parlare, col mio naturale sguardo nascosto tra le rughe e a narrare, predicare le mie invenzioni. Chissà se quel mio racconto arancione avrà colpito qualcuno? Davo per “colpito” chiunque si fermasse per poco più di un minuto di fronte a me. Non cercavo consolazione nella gente, e non cercavo approvazione né nel mio gesto di pubblicare verbalmente le mie storie, né nel farle piacere a qualcuno. Amavo avidamente l’idea di far sentire agli altri il moto dei miei pensieri, e a chi era più bravo di fargli sentire il moto dei miei istinti che creava le mie nuove realtà colorate. Mi bastava poco per sentirmi amico di qualcuno. Chi avesse provato a comprendermi, magari anche senza riuscire a farlo, avrebbe avuto la mia amicizia, sincera, senza nulla in cambio, ma soprattutto senza aver mai saputo nulla della mia amicizia.

Il sole si spense dietro ai palazzi ottocenteschi, lasciando ancora più spazio alle nuvole ora grigie e cariche di pioggia; il timido sole lasciò cadere a terra le mie ultime parole che si confusero con la pioggia che iniziava a cadere. Non era rimasto più nessuno ad ascoltarmi e non avevo più visto neanche la fanciulla Blu.

Lasciai il sentiero dopo aver ripreso la mia sedia, abbandonando alle mie spalle niente più che un posto vuoto e ormai completamente bagnato dalla pioggia. Io, mi sentivo come quel pavimento: vuoto e fradicio. Pensai che a differenza di quell’immobile pezzo di terra potevo sorridere, e proseguendo verso l’uscita del parco iniziai a ridere senza fermarmi, con lo sguardo acceso e fissando dritto a terra. Un passo dopo l’altro verso il cancello verde ramato. Avrei voluto fare un passo ancora, ma fui costretto a fermarmi vicino all’ultima panchina prima dell’uscita. Sempre con lo sguardo verso il basso mi sedetti.

    La pioggia copriva i rumori della strada. I rumori della strada coprivano il mio respiro che si fece più lieve e sempre meno comprensibile a qualsiasi orecchio. Mi volsi verso il lato vuoto della panchina, accorgendomi di non essere solo. La fanciulla Blu sedeva accanto a me, sguardo dritto perso nel nulla. Nessuna espressione sul suo volto, gocce che le pendevano dai lati più acuti del viso, attendevano pochi secondi e poi cadevano per lasciare spazio ad altre gocce, desiderose di sposare per indefiniti istanti quel viso etereo. Posai la mia testa sulla sua spalla sinistra e rimasi ad ascoltare il rumore della pioggia.

Si prese gioco del vuoto di fronte a lei, chiudendo gli occhi. Aprì leggermente le labbra come per sfiorare con un bacio l’aria sopra al mio orecchio e mi sussurrò parole al momento incomprensibili. Erano frasi a me conosciute, da sempre. Conosciute e mai comprese.

Chiusi gli occhi insieme a lei e quando capii il significato di quelle parole non sentii più la necessità di riaprirli.

Fabbrica

Perché faccio poche domande?
Faccio davvero poche domande?
Faccio poche domande agli altri, ma a me, ne faccio abbastanza?
Perché?

01.05.2011 - Vicino al Frejus

01.05.2011 – Vicino al Frejus

Mi piace quello che faccio?
Ti piace quello che faccio?
Perché ti piace? Perché lo faccio?

Tutto eccessivamente strutturato.

Ho avuto la conferma: se sono annoiato, il tempo passa troppo lentamente.
Non porto un orologio.
Dove va a finire il tempo quando passa in fretta?
So dove inizia perché è il punto dove mi trovo anch’io, nel momento in cui non ci sono ancora.

La fede nella tecnologia

Debolezza umana ed incompletezza: spingere gli umani a costruirsi delle maschere e a diventare persone.

Finalmente la maschera è stata tagliata su misura per loro, per noi, anche per me. E adesso possiamo andare a camminare in mezzo alla folla; anche io posso finalmente essere social. Posso essere come voi, e perdermi in voi. Ho imparato a rendere la mia maschera più opaca possibile e adesso non restano che poche aree ancora trasparenti, ma imparerò ad opacizzare anche quelle. La mia maschera però cambia, e le aree di trasparenza evolvono e si spostano, lasciando visibili spazi spirituali sempre differenti. La mia maschera, così come le vostre, è la religione. Perché religione è figlia di religare che significa «legare». Il legame al quale ci si riferisce è quello relativo al valore vincolante degli obblighi e dei divieti (sacrali e non). La religione fa sparire dagli individui, i propri volti e li aiuta, proteggendoli con una patina forte, inequivocabile, (per alcuni) irraggiungibile, inconfutabile: la fede. La fede religiosa è inattaccabile, indistruttibile, sia che si tratti di fede religiosa teologica, sia che si tratti di fede religiosa laica.

Lhasa - Tibet - 02.08.2009

Lhasa – Tibet – 02.08.2009

Trascurando per un attimo la religione teologica, cosa, nel ventunesimo secolo, sta minando il suo monopolio delle anime?

L’occidentale ha scelto una fede asettica e priva di miti: la tecnologia.

La tecnologia è molto più comoda della religione, per dirne una, cristiana. Non c’è il bisogno teleologico della concezione filosofica cristiana, basta l’immediatezza e l’onnipotenza che il nostro “scorrere un dito contro un freddo pezzo di vetro” genera in noi permettendoci di vedere a distanza di kilometri, anni luce addirittura e di avere tutti i nostri affetti su una mano. A che serve a questo punto pregare un Dio per essere salvati, quando in realtà ormai Dio ce l’abbiamo tra le nostre mani? Il buon cristiano, per unirsi al proprio Dio, si reca a messa, congiunge le mani e si rivolge a Lui per esporre la propria anima al Suo giudizio e per chiederGli la salvezza e la via. Il buon cristiano riempie l’incertezza del futuro e soprattutto la paura, con Dio.

5000m plateau - Tibet - 02.08.2009

5000m plateau – Tibet – 02.08.2009

Ma come l’homo technologicus si rapporta e si confronta col futuro e con l’incertezza che, da esso, si dirama?

Nel ventunesimo secolo Dio deve essere a portata di mano.
Ogni promessa che l’occidentale fa a Dio deve essere dimenticabile nell’arco di 24 ore. Ogni azione che il suo Dio vede, deve essere dimenticata entro 24 ore. Dio deve salvare adesso, non quando sarò morto. Dio deve essere piacere immediato e fruibile, non privazione del piacere. Dio deve rendermi onnipotente, se mi ama veramente, e non lasciarmi a un gradino sotto di Lui.

Per questo motivo, nel 2016, non posso permettermi di scegliere un Dio di questo tipo, che mi promette la salvezza quando io, ormai, non sarò più in vita, oppure un Dio che si ricorderà di qualunque mia azione per sempre (anche se mi permetterà di rimediare a quelle azioni che considera sbagliate, ma non troppo).

Il mondo è tutto ciò che accade.
È vero da quando esiste lo spazio ed il tempo. Ma è la percezione dello spazio e del tempo che ne modifica il significato. E questo periodo storico è quello in cui sono cambiati i mezzi per valorizzare la propria vita, rispetto a quelli classici legati alla religione. Ora abbiamo la possibilità di espandere la nostra vita a dismisura; dunque, a cosa ci serve Dio?

Che questo Dio sia quello cristiano o musulmano, o che sia il Dio tecnologico, è comunque qualcosa che abbiamo creato e generato noi stessi per avere gli strumenti atti a contrastare le nostre paure che ci vengono dall’ignoto, dallo sconosciuto, dall’irrazionale e da ciò che in generale non è prevedibile.

Perché invece di costruirci questi strumenti, utili sicuramente per il nostro svago e divertimento, non riconosciamo il volto di questa paura e, finalmente, la affrontiamo?

Geolocalizzazione mistica

Phake Plastic

Tu, o caro Timoteo, con un esercizio attentissimo nei riguardi delle contemplazioni mistiche, abbandona i sensi e le operazioni intellettuali, tutte le cose sensibili e intelligibili, tutte le cose che non sono e quelle che sono; e in piena ignoranza protenditi, per quanto è possibile, verso l’unione con colui che supera ogni essere e conoscenza. Infatti, mediante questa tensione irrefrenabile e assolutamente sciolto da te stesso e da tutte le cose, togliendo di mezzo tutto e liberato da tutto, potrai essere elevato verso il raggio soprasostanziale della divina tenebra.
Dionigi l’Areopagita – Teologia mistica

Me in Breizh Me in Breizh

Ho letto un articolo di Ludovica Pellizzetti. Ho segnato diverse frasi e citazioni che mi hanno fatto riflettere, dandomi anche qualche strumento in più per capire lo spaesamento che mi capita di provare in momenti apparentemente casuali. Con “qualche strumento” intendo un oggetto di rilevanza psicologica che nel mio caso rappresenta e…

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Resilienza

Dammi un colpo. Resisto.
Desisto dalla mia attività di salvatore delle anime dannate perché deboli. Discepoli vorremmo essere nati, non tutti gli umani però. Ero convinto di questo fino a poco fa, ma poi mi sono concesso il beneficio del dubbio e ho capito che è sì, possibile estrarre l’anima anche al più nero assassino, ma è più difficile cambiare un’idea.

Amantaní - Novembre 2011

Amantaní – Novembre 2011

A questo punto ho capito che la strada intrapresa era quella giusta. Tanto vale continuarla a percorrere, no? No. Non è così che penso a me stesso, una delle poche volte che lo faccio. Io, parola che non echeggia attorno a me anche se il mio io c’è e si sente. Te, è più importante di me, in questa inutile orgia di rispetto. E t’ho fatto un dispetto stavolta, a te? A me stesso? Soltanto il tempo che lascia evaporare tutta l’acqua diluita con acerbi segreti, lasciandoli evidenti lì in fondo alla vasca dell’anima. Avevo bisogno solo del tempo per lasciar evaporare tutto e guardare a fondo, senza il dubbio dei riflessi. Sì, ma stavolta mi è bastato percepirlo il fondo, senza toccarlo con le mani. Il solo osservarlo mi ha trasferito in baratro ancora più grande, fatto di lacrime di disperazione. Ne riconosco il fallimento, se mi guardo allo specchio. Io che volevo amare, non amo più e sono amato. A torte in faccia dovrei prenderti, anzi… prendermi! E mi struggo per ciò che invece è rimasto nella vasca che avrei pulito volentieri se le pareti non fossero state così ricoperte di menzogna. Gogna, alla quale sono esposto di fronte ad un pubblico pagante fatto di un numero incommensurabile di me stessi. Tessi una trama molto fitta per cullare la bellezza e la dannata sua giovinezza, ci misi tutto il mio cuore dimenticando delle ferite che portava seco. E così torno a sanguinare piacevolmente da una ferita già aperta, conscio del fatto che ho perso, che, stavolta, non ho salvato né redento proprio nessuno. Non vedo a cosa sono attaccate le mie mani, forse collegate ad una rete ancora più fitta di quella che ho già tessuto, di colpe.

Perché non si è sublimata? Tanta la differenza tra l’essere sublimato ed il non esserlo! Lo sento che è troppa, esageratamente forte e sprezzante di qualsiasi sincero sentimento umano.

Non capisco dove sei, sublimata bellezza di donna, no. Non voglio neanche più saperlo, stavolta.